Laureati che fanno i collaboratori scolastici: sono sempre di più, in attesa di altro. “La formazione non viene valutata, siamo alla pari di chi ha qualifica”

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“Come tantissimi colleghi sono laureata e questa nostra formazione non viene neanche presa in considerazione, perché? Perché dobbiamo essere considerati al pari di chi ha un diploma di qualifica?”: chi scrive è Antonella, collaboratrice scolastica supplente a un passo dall’accesso in graduatoria di prima fascia, da cui si può entrare in ruolo.

Sono sempre di più i giovani che con laurea, a volte con master o altri titoli, fanno i collaboratori scolastici. Spesso il motivo è la mancanza di lavoro nell’ambito per cui si è studiato. Così, per non stare senza lavoro, si fa il collaboratore scolastico o, per chi più fortunato, si lavora in segreteria. C’è chi fa le valigie e parte lontano da casa pur di intraprendere la carriera come ATA, non importa se lo stipendio è basso (circa 1100 euro mensili) e se ci sono spese per affitto e tutto il resto che comporta stare fuori regione, per poi farvi rientro poche volte l’anno cercando il biglietto più economico.

La laurea non è però richiesta per fare il collaboratore scolastico, così come non è richiesta per le altre figure ATA di terza fascia. Unica eccezione il profilo di infermiere.

I titoli di accesso – al momento, salvo novità – per il collaboratore scolastico sono: diploma di qualifica triennale rilasciato da un istituto professionale, diploma di maestro d’arte, diploma di scuola magistrale per l’infanzia, qualsiasi diploma di maturità, attestati e/ o diplomi di qualifica professionale, entrambi di durata triennale, rilasciati o riconosciuti dalle Regioni.

La laurea non viene valutata nemmeno per punteggio aggiuntivo, come invece avviene per altri profili quale l’assistente amministrativo, per cui il titolo (sia triennale che magistrale) viene valutato due punti in più.

Un sistema vecchio che continua a venire confermato e che per tanti andrebbe aggiornato. “Il sistema dovrebbe aggiornarsi. Non che la laurea debba essere titolo di accesso per la professione del collaboratore scolastico, ma di certo c’è uno squilibrio” sosteneva qualche mese fa in un’intervista Marco Morosini, collaboratore scolastico con laurea e master: “Un bidello laureato, non ha solo un titolo in più, ma anche un bagaglio di esperienze in più. Immagino da una parte un bidello con un diploma professionale, e dall’altra un bidello che ha una maturità al liceo, una laurea magari con un percorso di pedagogia e psicologia che si ritrova in un luogo formativo, ad esempio dove sono io all’infanzia c’è uno strettissimo rapporto coi bambini“.

Uno squilibrio che “dentro una scuola non dovrebbe esserci. La laurea per i cs non è riconosciuta. Mentre per assistente amministrativo ho avuto due punti in più per la laurea e mezzo punto per la scuola di specializzazione. Anche questo non va. Non è corretto verso chi ha studiato tanto“, ritiene Giulia, laureata e con la specializzazione in professioni legali ma collaboratrice scolastica, anche se non ha abbandonato il sogno di diventare magistrato.

Fra gli aspiranti ATA c’è anche chi sostiene sia giusto così, d’altra parte la laurea per fare il collaboratore scolastico non è richiesta e “i laureati possono e devono fare altro”. Ma, a quanto pare, non ci sono a volte alternative per chi ha conseguito la laurea.

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