Laurea e 24 CFU non equivalgono a titolo abilitante, il perché ce lo dicono i giudici. Sentenza Cassazione

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Sussiste ontologica diversità fra “titolo di abilitazione”, che si consegue solo all’esito dei diversi percorsi abilitativi, e “titolo di studio”, nonché fra il primo e i requisiti di partecipazione alle procedure concorsuali, il cui superamento è stato equiparato all’abilitazione all’insegnamento, ribaltando la pronuncia che aveva equiparato laurea e 24 CFU al titolo abilitante. Lo ha ribadito la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione il 6 giugno 2024, con la sentenza n. 15838.

La Corte d’Appello aveva accolto l’appello proposto da una donna, con riferimento alla sentenza del Tribunale che aveva disconosciuto il diritto della stessa, in possesso di laurea in giurisprudenza e di 24 CFU, a essere inserita nella II° fascia delle graduatorie di circolo e di istituto. Secondo la Corte d’appello operava il principio dell’uniformità dei titoli di accesso alla professione di docente, per assicurare la stessa professionalità dei titolari di ruolo o di cattedra e dei supplenti, esplicitato dai D.M. n. 201/2000 e n. 131/2007, secondo cui “i titoli di studio e di abilitazione per l’inclusione nelle graduatorie di circolo e di istituto sono quelli stabiliti dal vigente ordinamento per l’accesso ai corrispondenti posti di ruolo”.

Il giudice d’appello ha valorizzato l’art. 5 del D.Lgs. n. 59/2017, modificato dalla legge n. 145/2018, il quale prevede che, per la partecipazione al concorso per i posti di docente, al possesso dell’abilitazione specifica è equiparato il possesso congiunto della laurea magistrale (o titolo equipollente) e di 24 CFU acquisiti “in forma curricolare, aggiuntiva o extra curricolare nelle discipline antropo-psicopedagogiche e nelle metodologie e tecnologie didattiche” e aggiunge che quest’ultimo requisito non è richiesto per i docenti in possesso di abilitazione per altra classe di concorso o grado di istruzione, e che il superamento delle prove concorsuali costituisce abilitazione all’insegnamento per la classe in relazione alla quale le operazioni concorsuali sono state espletate.

Ha richiamato l’art. 44 del D.L. n. 36/2022, traendo la conclusione che il legislatore ha inteso equiparare il possesso congiunto del titolo di laurea e di 24 CFU all’abilitazione, sicché ha ritenuto il D.M. 374/2017 collidente con le norme sovraordinate, nella parte in cui escludono l’inserimento nella II° fascia delle graduatorie di circolo e di istituto dei laureati in possesso dei CFU.

La Corte d’Appello ha dichiarato il diritto della docente a essere inserita nella II° fascia delle graduatorie di circolo e di istituto della Provincia per le classi di concorso A046 valide per il triennio di riferimento.
Il Ministero dell’Istruzione e del Merito e l’USR si sono rivolti alla Corte di Cassazione lamentando che la sentenza ha confuso i requisiti di accesso ai concorsi per il reclutamento dei docenti con quelli richiesti per l’iscrizione nelle diverse fasce delle graduatorie di circolo e di istituto.

Il ricorso è stato ritenuto fondato, richiamando Cass. n. 7084/2024, secondo cui “In tema di supplenze temporanee, nella II° fascia delle graduatorie di circolo e di istituto di cui all’art. 5, comma 3, del D.M. del 13 giugno 2007, vanno inseriti i soli aspiranti titolari di abilitazione, ai quali non possono essere equiparati quelli che vantino esclusivamente il possesso congiunto della laurea e di 24 crediti formativi universitari o accademici, ai sensi dell’art. 5, comma 1, D.Lgs. n. 59 del 2017, nel testo vigente dal 1° gennaio 2019 fino alla sua modifica, avvenuta con D.L. n. 36 del 2022, conv., con modif., dalla legge n. 79 del 2022, i quali, invece, devono trovare posto nella III° fascia delle menzionate graduatorie”.

Tale principio si fonda sull’ontologica diversità fra “titolo di abilitazione”, che si consegue solo all’esito dei diversi percorsi abilitativi, e “titolo di studio”, nonché fra il primo e i requisiti di partecipazione alle procedure concorsuali, il cui superamento è stato equiparato all’abilitazione all’insegnamento.

Si tratta di una distinzione riconosciuta dalla giurisprudenza della Cassazione (n. 12424/2021) e amministrativa (C.d.S. n. 2166/2023) e che nella fattispecie trova riscontro nell’art. 5 del D.Lgs. n. 59/2017, erroneamente valorizzato dalla Corte d’appello.

La norma in parola prevede, al comma 1, che il possesso congiunto del diploma di laurea magistrale o a ciclo unico e di 24 CFU è solo titolo per la partecipazione al concorso, disciplinato dall’art. 3 del D.Lgs. n. 59/2017 e finalizzato alla selezione dei candidati a posti comuni e di sostegno della scuola secondaria, in quanto, come chiarisce e precisa il comma 4-ter, è solo col superamento delle prove concorsuali che l’abilitazione si acquisisce.

Per la Cassazione (n. 7084/2024) la disposizione si armonizza con quelle che hanno disciplinato l’accesso all’insegnamento, in relazione alle quali il legislatore, ferma restando la necessità di un titolo diverso e ulteriore abilitante all’insegnamento, ha a tal fine equiparato ai titoli abilitanti specifici, conseguiti al termine di percorsi, come le SSIS e i TFA, l’idoneità ottenuta con l’esito positivo delle prove scritte e orali del concorso per divenire docente di ruolo (non seguite da assunzione perché il candidato non si era trovato in posizione utile nella graduatoria e aveva acquisito la qualità di “idoneo non vincitore”), giammai il solo possesso dei titoli necessari per la partecipazione alle operazioni concorsuali.

In definitiva, per la Cassazione, è errata la sentenza resa dalla Corte territoriale, secondo cui i requisiti ex art. 5 del D.Lgs. n. 59/2017 per la partecipazione al concorso sarebbero sufficienti per l’inclusione nella II° fascia delle graduatorie di istituto e nella I° fascia delle provinciali, a prescindere dal positivo superamento del concorso medesimo. Ha quindi errato la Corte d’appello nel ritenere equipollente al titolo abilitante il conseguimento della laurea e di 24 CFU. La sentenza è stata cassata e la causa è stata decisa nel merito col rigetto della domanda accolta dalla Corte territoriale.

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