La laurea costa di più, ma il titolo di alcune università è spendibile in un solo anno

di Giulia Boffa
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Red – Il XV Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati ha condotto un’indagine molto estesa che ha coinvolto a livello nazionale oltre 214mila laureati di tutte e 64 le università aderenti al Consorzio interuniversitario, intervistati a 1 anno dal conseguimento del titolo, e a quasi altrettanti intervistati a 3 anni e 5 anni.

Red – Il XV Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati ha condotto un’indagine molto estesa che ha coinvolto a livello nazionale oltre 214mila laureati di tutte e 64 le università aderenti al Consorzio interuniversitario, intervistati a 1 anno dal conseguimento del titolo, e a quasi altrettanti intervistati a 3 anni e 5 anni.

L’Universita’ degli studi di Modena e Reggio Emilia resta uno degli atenei italiani in grado di offrire migliori prospettive occupazionali e maggiori guadagni ai propri laureati: nonostante la crisi, dopo un anno dalla laurea è ancora alla ricerca di un lavoro solo il 13,3% e chi lavora percepisce in media 1.066 euro al mese.

Sul piano nazionale, escludendo le piccole università con meno di mille laureati all’anno, Unimore relativamente alla condizione lavorativa (nell’accezione che di forza lavoro da’ l’Istat) dei suoi laureati a un anno dal titolo si posiziona al quinto posto assoluto per minor numero di disoccupati (13,3%). Fanno meglio solamente Insubria (11,3%), Verona (11,4%), Trento (11,8%), Torino Politecnico (12,1%). Mentre, con 1.066,00 euro al mese di reddito di ingresso, i laureati Unomore si guadagnano il sesto posto assoluto (sempre a un anno dal conseguimento della laurea) tra quelli meglio retribuiti preceduti nella graduatoria dai colleghi di Teramo (1.286 euro), Torino Politecnico (1.137 euro), Piemonte Orientale (1.113 euro), Insubria (1.100 euro) e Sassari (1.097 euro).

Ma anche riguardo ai costi della laurea la situazione è peggiorata. Dai dati riguardanti i contributi versati dagli studenti pubblicati dal Miur e oggetto di un articolo del quotidiano La Repubblica, emerge, infatti, che dal 2004 al 2012 si è registrato un aumento vertiginoso delle tasse universitarie.

Il taglio di un miliardo di euro del Fondo di finanziamento ordinario, applicato nel 2008-2009 dall’ex Ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha arrecato il primo forte colpo agli equilibri della realtà universitaria. Mentre nel resto d’Europa si registrano spese annuali per l’università pari a 2 miliardi di euro, come in Germania, o ad un miliardo e 600 milioni, come in Francia, il costo medio dell’università italiana si assesta a circa 260 milioni annuali.

Intanto le iscrizioni calano per i rincari: nell’Università del Salento, ad esempio, si è arrivati ad un rincaro del 167%, mentre in quella di Reggio Calabria la crescita è stata pari al 119%. Tra le grandi università, svetta quella di Palermo i cui studenti hanno visto i propri contributi raddoppiare in pochi anni. Un rialzo del 94% si è registrato alla Federico II di Napoli. La Sapienza di Roma ha saputo fermarsi, invece, ad un aumento di circa il 57%.

L’Università degli studi di Firenze ha fermato l’aumento al solo 4,7%. Anche le tasse richieste al Politecnico di Torino sono abbastanza basse, circa 842 euro con un aumento del 14%, rispetto a quelle ben più esose delle altre principali università del Nord.

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