“L’ascolto senza commento”, è possibile un nuovo modo di fare didattica? INTERVISTA a Daniele Novara

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È possibile rendere la didattica stimolante e generativa? Ne abbiamo parlato con Daniele Novara, pedagogista, autore, fondatore e direttore del CPP, Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

Professor Novara, anche quest’anno a fine agosto ci sarà il convegno del CPP, la vostra intenzione è quella di fornire i giusti stimoli per ripartire nel migliore dei modi con il nuovo anno scolastico. Il suo metodo è centrato sulla situazione-stimolo, ci spiega di cosa si tratta?

Esatto, per il quarto anno di fila il 31 agosto torniamo con un’occasione online per permettere a tutti gli insegnanti di partecipare e quest’anno il tema è proprio quello della situazione-stimolo. La mia preoccupazione al proposito è molto semplice, bisogna uscire dall’equivoco che imparare corrisponde ad ascoltare e che il buon insegnante sia il buon parlatore o spiegatore, ossia quello ben affermato nella capacità di fare lezioni più o meno istrioniche. Facciamo attenzione, i dati scientifici sono implacabili, i tempi attentivi sono bassissimi, la predisposizione alla distrazione è fisiologica e i nostri alunni spesso e volentieri si organizzano facendo finta di ascoltare.

Lo sguardo catatonico lo hanno inventato loro, quelli di questa generazione, noi non eravamo riusciti in tanto. Lo sguardo catatonico è la capacità di osservare chi sta parlando senza ascoltarlo, è qualcosa che va al di là delle capacità dell’insegnante stesso. Ecco che questo sistema non funziona, abbiamo bisogno di un’altra scuola, una scuola così come spesso e volentieri anche le circolari ministeriali l’hanno un po’ sognata, diciamo così, una scuola laboratorio, una scuola che specialmente fa lavorare gli alunni e non dove l’insegnante perde la voce e le cui corde vocali sembrano quelle di un baritono. Abbiamo bisogno di una scuola dove i ragazzi, sulla base di queste situazioni stimolo, riescano poi a sviluppare le loro domande, parliamo di una scuola basata sulla ricerca e sulla problematizzazione. Pensiamo ad esempio in questi giorni al tema del gran caldo, un tema straordinario e se fossimo a scuola sarebbe una straordinaria situazione-stimolo, e nel gran caldo si creano poi gli effetti climatici estremi, come di recente la grandinata terribile in Brianza.

Questa situazione-stimolo diventa un’occasione anche disciplinare, c’è dentro tanta scienza, tanta letteratura, tanta cronaca, tanta matematica, insomma tanto di quello che la scuola può proporre ai suoi alunni per vivere esperienze e non per vivere l’ascolto come se fossimo in un teatro. La scuola non è uno spettacolo di maestria magistrale, ma si impara facendo, quindi la situazione-stimolo mette in moto un propulsore, un po’ come la chiave che mette in moto il motore dell’automobile. Vale come metafora per dirci che ci vuole qualcosa che accenda la motivazione dei nostri ragazzi e non sarà mai uno “spiegone”, perché quello semplicemente annoia.

Lei ci parla di un metodo basato sull’approccio maieutico, un metodo che ha origini antiche, introdotto per la prima volta nel Teeteto di Platone dove riporta questa metodologia del “partorire con la testa” del maestro Socrate. Se è un metodo così antico, perché nel nostro paese è ancora così poco diffuso?

Più che un metodo quella socratica è una metafora, d’altra parte si dice che Socrate fosse figlio di una levatrice e che quindi da lì avesse dedotto quel metodo di ricerca della verità attraverso le domande da cui Socrate, poi in realtà è Platone che sta parlando, riusciva a tirar fuori la verità nel suo interlocutore. Nel mio metodo non ho nessuna intenzione di tirar fuori la verità, non è un metodo filosofico nel più assoluto dei modi, utilizzo il termine maieutico nella semantica greca che sta proprio nella corrispondenza del termine latino ostetricia, ovvero l’arte di far nascere.

In un certo senso potremmo dire che il termine maieutica è anche un po’ sinonimo di educare, perché com’è noto educare deriva da “ex ducere” che è un termine che ha la significazione di tirar fuori. Il termine maieutico è ancora più forte, l’arte di far nascere. Il mio è un metodo che si propone di mettere a scuola gli alunni in una condizione che tirino fuori le loro capacità, le loro intelligenze, com’è importante che noi riconosciamo le diverse intelligenze degli alunni a scuola, intelligenza linguistica, narrativa, spaziale, matematica, musicale, corporea e riconoscere poi l’importanza di quello che ci ha ricordato la neuroscienza, ossia che l’apprendimento, specie per i bambini piccoli, è innanzitutto un’esperienza motoria.

Quindi è importante costruire situazioni anche di movimento nell’ambito scolastico, comprendere il valore delle pause, per esempio, tanto più le pause motorie. Trovo sempre agghiacciante quando mi ricordano che in alcune scuole per punizione l’intervallo viene addirittura sospeso e mi chiedo se questi insegnanti abbiano tendenze autolesive. È fondamentale per i nostri alunni avere questi momenti. Quindi il metodo utilizza questa metafora per dire agli insegnanti di costruire una metodologia che renda protagonisti gli alunni, che li faccia lavorare sulle domande altrettanto maieutiche, ma che specialmente li porti ad un’azione concreta nel processo di apprendimento.

Un incontro fondamentale è stato quello con Danilo Dolci che utilizzava un modello di maieutica reciproca. Ci racconta quanto è stato importante per lei questo incontro?

Danilo Dolci è una figura della storia italiana importantissima, in questo momento piuttosto sacrificata dal punto di vista mediatico e della conoscenza, anche se su Rai Play si trova qualcosa. Negli anni ’50 era uno degli italiani più famosi al mondo, come non ricordare le sue lotte per lo sviluppo della Sicilia occidentale, in condizioni di povertà quasi estrema dopo la seconda guerra mondiale, la sua lotta alla mafia, l’utilizzo di tecniche della non violenza gandhiana per la prima volta in Italia, come il digiuno o lo sciopero al rovescio, la creazione della prima radio libera nel post terremoto del Belice, sono tutte esperienze che hanno fatto di lui una figura famosa a livello internazionale, tant’è che si dice che la Mafia non lo colpì per non avere troppi riscontri internazionali essendo lui veramente famoso. Poi è calato il silenzio su questa grande figura, che era anche un educatore.

Realizzò alcune scuole tra cui molto famosa la scuola di Mirto vicino Partinico dove la giornata nella scuola dell’infanzia inizia chiedendo ai bambini letteralmente quali erano i loro interessi. Io l’ho conosciuto nell’ultima parte della sua vita, ho lavorato una decina di anni con lui, anche se un po’ in presenza e un po’ a distanza, e la cosa che mi ha lasciato è il gusto dell’ascolto. Danilo era uno straordinario ascoltatore e non badava se stesse ascoltando il Presidente della Repubblica oppure un ragazzo qualsiasi, gli interessava la storia di una persona, quello che stava facendo, quello che stava vivendo. Per me è stato un impatto davvero importante trovare una personalità così di rilievo che ascoltava e non cercava di mettersi al centro dell’attenzione ma di dare la scena anche a noi giovani e in questa lezione, chiamiamola così, mi è rimasta addosso e mi ha dato la conferma che ascoltare è importantissimo. Su questo ho inventato una tecnica, l’ascolto senza commento, che è una tecnica straordinaria che utilizziamo nel metodo maieutico sulla relazione d’aiuto.

La scuola dovrebbe ritornare su figure come Danilo Dolci proprio per acquisire la capacità di mettersi in una situazione di ricezione dei ragazzi. Ricordo che a volte giravo con lui le scuole secondarie di secondo grado, dove incontravamo gli adolescenti, e lui gli chiedeva quale fosse il loro sogno. Questi ragazzi intervenivano e parlavano, era straordinario perché nessuno gli aveva mai chiesto quale fosse il loro sogno. Un’altra grande lezione è che le domande devono essere maieutiche, non possiamo, come a volte si fa a scuola, continuare a fare domande di controllo come ad esempio qual è l’isola dove è nato Napoleone, l’isola dove è stato esiliato per la prima volta, l’isola dove concluse la sua esistenza terrena e quindi ci si attende che lo studente risponda Corsica, Isola d’Elba e Isola di Sant’Elena. Così non ce la possiamo fare, la scuola non è una serie di ripetizioni a pappagallo, la scuola è vita, è esperienza, è scholè, come dicevano gli antichi greci, insomma è un modo per sviluppare i propri interessi. Allora tutto questo è possibile perché in fondo basta seguire tante indicazioni che arrivano dalle circolari ministeriali, pensiamo alla circolare che parla dei compiti di realtà, non gli eserciziari estivi, come ho già avuto moto di dire, che li potremmo usare per accendere le griglie.

È un’esagerazione, per carità, e chiedo scusa, ma i compiti di realtà sono decisamente migliori. Andare a vedere una mostra, oppure un film all’aperto, andare a fare un’esperienza in un bosco a cercare le tracce degli animali, dedicare tempo alla lettura, l’estate è un momento eccezionale per la lettura di libri, fare un viaggio in posto dove non si è mai stati, imparare una lingua straniera, andare a fare un corso musicale o sportivo, insomma dobbiamo capire quello che si impara da ragazzi resta addosso per tutta la vita. Non sono gli eserciziari che ci fanno crescere, bisogna riuscire ad imparare in maniera applicativa, non ripetitiva, il mio metodo va sull’applicazione e non sulla ripetizione, non mi interessa se l’alunno sa ripetere o sa dove mettere le crocette, ma m’interessa che sia in grado di utilizzare concretamente quello che ha imparato a scuola. Anche se solo facesse latino a scuola, mi piacerebbe che l’alunno entrando in una chiesa sapesse leggere un’epigrafe latina.

Un’ultima domanda. È sempre più evidente la necessità di un approccio pedagogico nella scuola. In Italia formiamo figure specializzate in questo ambito che però non utilizziamo là dove sarebbero più efficaci, ovvero proprio nella Scuola. A questo punto le chiedo, citando un titolo del suo libro, “cambiare la scuola si può”?

Questo è un punto chiave della scuola italiani. In Europa la pedagogia è assolutamente in auge, diffusa, anche se tra alti e bassi. Noi lavoriamo in Europa con i pedagogisti presenti nelle scuole. Diciamolo chiaramente, se c’è una scienza dell’apprendimento e dell’educazione quella è la pedagogia, che si nutre ovviamente di psicologia, psicanalisi, sociologia antropologia e via dicendo. È una scienza pratica come l’architettura, quando un architetto deve progettare un palazzo deve anzitutto conoscere la geologia, deve sapere se l’ha progettato in un posto dove starà in piedi, poi deve conoscere i materiali e via così. In questo poi ci si fa aiutare da altri esperti, non dimentichiamo il grande Jean Piaget, il più grande psicologo dell’età evolutiva dei tempi moderni il quale diceva di fare un lavoro scientifico e che metteva a disposizione del pedagogista i dati che gli servono per poi organizzare il progetto scolastico educativo.

Ecco, da tantissimi anni queste figure pedagogiche sono scomparse letteralmente dalla scuola, la legge della professoressa Vanna Iori cercò di rilanciarle, ma poi non vennero fatti i regolamenti attuativi. Adesso abbiamo in corso un tentativo molto serio su cui credo che anche voi di Orizzonte Scuola tornerete, ossia la creazione dell’albo dei pedagogisti. Bisogna dare dei segnali che non c’è solo la pedagogia come materia accademica, che è paradossale, perché abbiamo tante materie di pedagogia all’università, addirittura tanti si laureano come pedagogisti ma poi non c’è lavoro, non esiste un profilo professionale. È una situazione che va assolutamente sanata, la scuola ha bisogno di questo, noi stiamo predisponendo un corso per la figura di counselor scolastico da un punto di vista pedagogico, per offrire alle scuole questo professionista che sappia sostenere gli insegnanti nei progetti educativi, dare la possibilità anche agli alunni di avere delle occasioni di laboratorio didattico significative, offrire una sponda anche ai genitori quando si trovano in difficoltà nell’educazione dei figli e, importantissimo, dare una mano ai dirigenti che ultimamente, come è noto, sono più selezionati sul piano della competenza amministrativa piuttosto che sul piano della competenza scolastica in senso stretto, ovvero didattica, educativa, pedagogica.

È un elemento da sanare perché poi abbiamo dei dirigenti che si trovano cinque o sei scuole da coordinare e dirigere, ma sono molto bravi sull’amministrazione, sulle leggi e sulla giurisprudenza scolastica, ma non sul piano didattico-pedagogico. È come se in un ospedale non ci fossero più i medici ma solo i radiologi, ovvio che non ci fideremmo. Per cui la scuola ha bisogno di questo rilancio, non è la questione di “cambiare la scuola si può”, è di restituire la scuola al suo vero significato che è quello dell’apprendimento, dell’aiutare gli alunni ad imparare veramente, a uscire fuori dalla scuola che abbiano competenze di vita, il saper vivere è importantissimo, che abbiano competenze nello sviluppo delle loro intelligenze, competenze applicative nella misura in cui si troveranno ad affrontare le sfide della vita e del lavoro.

Tutto questo è lo spirito profondo della scuola, per cui se la scuola del futuro non vuole essere seppellita dall’intelligenza artificiale deve muoversi, deve accettare la sfida dell’IA e offrire qualcosa in più, qualcosa di diverso, quel fattore umano che aggrega sull’esperienza concreta, sul fatto che in una classe ci sono dei bambini e dei ragazzi che sono la prima risorsa di apprendimento, su questo l’intelligenza artificiale non potrà mai entrare in competizione, perché un compagno è un compagno e non c’è intelligenza artificiale che tenga. Ma se continuiamo imperterriti a pensare di fare la scuola delle lezioni frontali, la scuola della predella e della cattedra, l’intelligenza artificiale seppellisce la scuola d’antan, non ci sarà un piano B per la scuola della lezione frontale, ma semplicemente l’esaurimento perché è chiaro che la tecnologia può risultare decisamente più accattivante da questo punto di vista.

Abbiamo bisogno di tornare alla scuola laboratoriale, concreta. Vorrei ricordare che in questi giorni ci ha lasciato il grande Francesco De Bartolomeis, a 103 anni, uno degli artefici di quella scuola italiana degli anni ’70 dove veramente riuscimmo, in maniera straordinaria, ad eliminare le classi differenziali, a portar i genitori a scuola, a lanciare una scuola alla Gianni Rodari, alla Don Milani, alla Danilo Dolci, all’Alberto Manzi, una scuola che rendeva protagonisti gli alunni e che era invidiata da tutto il mondo. Credo e spero che la scuola non debba cambiare, ma debba tornare a credere nel suo potenziale reale e non nelle scorciatoie della scuola nozionistica e ripetitiva.

 

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