L’appello al Parlamento italiano e la lettera dell’Uciim al Governo sui tagli alla Scuola

Di Lalla
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UCIIM – La scuola depredata. Ma è una beffa?

UCIIM – La scuola depredata. Ma è una beffa?

LETTERA APERTA AL GOVERNO

..Intanto sfumano decine di migliaia di posti di lavoro sia pur precari, crollano le speranze di tanti giovani, svaniscono le attese dei meno giovani. Cosa faranno? La scuola ha dato già troppo per il risanamento dell’economia italiana, dopo anni di penalizzazioni meriterebbe ben altra considerazione.

Non poche volte i Ministri della Pubblica Istruzione sono scivolati sulla classica "buccia di banana", trascinandosi la cordata dei Governi. Per rendersene conto basta sfogliare la storia politica del nostro Paese e non
soltanto nell’era repubblicana.
E’ avvenuto.

Sarà perché i problemi della Scuola sono molteplici e complessi; sarà per la consistenza numerica del settore che include, oltre agli addetti ai lavori, gran parte dei cittadini titolari di diritti oltre che di doveri; sarà per la scarsa considerazione del legislatore, dovuta alla ignoranza della realtà reale della Scuola, delle esigenze vitali cui essa deve dare risposte e delle emergenze da affrontare quotidianamente da parte di docenti e dirigenti; sarà per tutta una serie di concause trascurate piuttosto che avvertite con oculatezza e correttamente interpretate; sarà per le legittime attese disilluse.

Mai, comunque, si era giunti a mortificare e depredare fino a questo punto i docenti, lavoratori nella scuola, professionisti e non mestieranti. Non ci sta bene il termine ricorrente anche sulla bocca del Ministro: mestiere.

Per noi dell’UCIIM l’educazione e l’istruzione sono arte e non mestiere.

L’arte dell’educazione ha bisogno di ben altro che di strumenti manuali, meccanici, tecnologici, informatici, che pure possono tornare utili per la formazione dei giovani ed il loro inserimento nella vita sociale.

La professionalità del docente si connota per l’impegno pieno della sua persona, delle sue facoltà, delle competenze, delle conoscenze, delle capacità relazionali, della misura con cui si espone costantemente, è disponibile alle varie esigenze degli alunni e riesce a tirar fuori e valorizzare le positività di ciascuno. A chi lavora nella Scuola il tempo non è mai sufficiente per prestare agli alunni l’attenzione di cui hanno bisogno e che, sia pur inconsciamente, chiedono.

Il comma 42 dell’art. 3 del cosiddetto DDL sulla “stabilità”, di cui si ha appena concreta notizia, configura un vero e proprio furto a danno dei docenti, una rimozione di diritti acquisiti seppur già limitati, senza alcun consenso degli interessati né dei loro rappresentanti, anzi a loro insaputa.

In uno Stato di diritto è inaudito non tener conto della contrattazione vigente. Offrire la “carotina” di 15 giorni di ferie aggiuntive (pari a 48 ore di lavoro secondo il nuovo orario ipotizzato) menando la “bastonata” di un aumento considerevole di ore di lezione per l’intero anno scolastico (6 ore in più x 33 settimane = 198 ore) è vergognoso ed offensivo. Tutto ciò senza considerare il maggior carico di progettazione, di predisposizione, revisione e correzione del lavoro delle classi, dei Consigli, delle registrazioni, delle verifiche e valutazioni, dei rapporti con i genitori. Si è fatto caso che un docente con 2 ore settimanali di lezione segue già 9 classi (243/270 alunni) ed il collega con 3 ore settimanali ha 6 classi (162/180 alunni)? Nella nuova assurda ipotesi il primo ne avrebbe 12 (circa 360 alunni) e chi ha 1 sola ora settimanale per classe dovrebbe seguire fino a 720 alunni.

E tutto “a parità di retribuzione”, a costo zero, anzi con la minaccia di decurtazioni. Ma è una beffa? Il Ministro Profumo non può “chiedere alla scuola un atto di generosità”, mentre afferma tra l’altro l’impossibilità per anni dei “legittimi” aumenti di retribuzione e conferma il congelamento degli scatti stipendiali.

Chi azzarda simili proposte forse saprà fare i conti in denaro e capitali ma non certamente delle risorse umane che non sono inesauribili.

Lavorare a scuola non è come impartire lezioni all’università dove non cambia l’impegno del docente anche di fronte ad un’aula magna con 1000 studenti. Si può parlare di insegnamento/apprendimento personalizzato aumentando il numero degli alunni per classe?

E’ presumibile elevare la qualità della scuola detraendo disponibilità e risorse? Si può motivare e valorizzare la professionalità continuando a trattare la classe docente da ingenua, fannullona ed improduttiva?

E’ realizzabile l’enfatizzata informatizzazione applicata alla didattica quando, a parte poche isole felici, bisogna far fronte ad esigenze prioritarie? Che senso ha varare un concorso a cattedre ed annunciarne altri, tagliando, al
contempo, ogni possibilità di lavoro ai docenti precari?
E’ continua contraddizione.

Se la scuola italiana è tra le strutture che più hanno retto negli ultimi decenni il merito va a coloro che in essa e per essa hanno positivamente operato, malgrado i Governi e l’incuria degli Enti locali. Ha retto per la sensibilità dei docenti che, di fronte ad ogni persona in fieri, mettono in gioco il meglio di sé, dimentichi di tutto. Altro che “mestiere”! Anche se questo lavoro è un mezzo per vivere … o.. per sopravvivere.

Cosa accadrebbe se gli insegnanti con 18 ore settimanali o anche quelli delle ipotetiche 24 ore rendessero il loro servizio come prassi impiegatizia, lasciando strumenti e pensieri sul tavolo da lavoro allo scadere del tempo?
Altra leggenda da sfatare è la mitizzazione della scuola degli altri Paesi europei.

Il confronto è pilotato intenzionalmente e torna sempre a nostro svantaggio: è un alibi per assecondare un senso di inferiorità che possa inibire anche le attese e le richieste. VI sono situazioni diverse ma non per questo migliori nella sostanza, diversamente strutturate, meglio attrezzate, con spazi vasti ed aperti ed una organizzazione più puntuale. L’orario di lezione corrisponde nella media alle nostre 18 ore ma i compensi sono di gran lunga maggiori.

L’auspicato allineamento ai parametri europei va a senso unico?
A macchia di leopardo?
A singhiozzo?

Il senso vero dell’operazione è un nuovo taglio alla scuola, ancora una volta camuffato da modalità riorganizzative e flessibilità. Forse lo si vorrebbe spacciare per “l’organico funzionale” promesso, con la differenza che anziché aumentare il numero degli insegnanti aumenta il carico orario. Intanto sfumano decine di migliaia di posti di lavoro sia pur precari, crollano le speranze di tanti giovani, svaniscono le attese dei meno giovani. Cosa faranno? La scuola ha dato già troppo per il risanamento dell’economia italiana, dopo anni di penalizzazioni meriterebbe ben altra considerazione.

La “legge di stabilità”, seguendo la tecnica dei rattoppi, è iniqua: nasce dalla improvvisazione, poiché manca l’idea di scuola ed una coerente politica per l’educazione.

Per evitare che la nostra democrazia così tanto provata possa esplodere, urge una pronta retromarcia del Governo sui problemi più brucianti. La Scuola non ha più energie per compiere “gesti di generosità”, né può dare, anzi è essa ad attendere, “contributi di solidarietà”.

La Presidenza Nazionale

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