L’anno del solipsismo didattico. Lettera

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inviata da Francesco Cutolo – Proprio così, ci si avvia verso un anno scolastico in cui la didattica, verosimilmente, ripieghera’ su se stessa senza lasciare troppo spazio a ciò che oggettivamente la rende permeabile e interrelazionale: danni da Covid. La parola d’ordine è distanziamento, quale quello giusto?

Quello del riccio, come per Shopenahuer, infatti, la giusta distanza da tenere con gli altri è quella del porcospino: vicini da sentire il calore ma senza pungersi con gli aculei. Facile a dirsi, difficile ad attuarsi.

Ai tempi del Covid poi dici distanza e traduci “un metro bocca a bocca”. Che significa? Significa che al di sotto di questa distanza occorrono misure di protezione individuali per sé e per gli altri. In una classe di dimensioni medie pare che i banchi singoli potrebbero dare garanzie di distanziamento però per muoversi, anche per andare in bagno, occorrono le misure di protezione come mascherine, igienizzarsi prima e dopo, insomma stare attenti. Occorre cambiare abitudini, pensare che questo famigerato virus è tra di noi ed è esattamente attivo come lo era prima del lockdown con l’aggravante della conoscenza: tutti infatti sappiamo la sua forza letale; tutti abbiamo responsabilità individuali e collettive.

La scuola con esattamente quanto possedeva a marzo scorso sta attivandosi per sostanziare la parola distanziamento, ma questo sforzo per non essere vanificato richiede che sia sostenuto anche al di fuori del contesto scolastico.

Bisogna che le famiglie e tutti gli attori del tessuto sociale si attivino per contenere e mettere in campo abitudini virtuose che poi più che virtuose possono e devono intendersi come salvavita vista la vulnerabilità di gran parte della popolazione italiana e il discorso si potrebbe allargare a livello globale.

Parole come sanificazione, sigle tecniche o acronimi che sembrano scioglilingua sono diventate “lessico quotidiano” che abbiamo l’obbligo di comprendere e saper “utilizzare” in chiave preventiva e contenitiva di questa pandemia che secondo stime poco confortanti di enti ufficiali raggiungerà il suo ennesimo picco tra ottobre e novembre.

Certo la scuola o meglio la didattica non si farà cogliere impreparata questa volta in quanto già rimodulata, già pronta a fornire risposte più consapevoli e strutturate in caso di stop o chiusura, ma resta il dramma psicologico incommensurabile, per alunni, famiglie e docenti di una ulteriore sospensione.

Le riunioni, spesso nei cortili delle scuole in questi giorni si susseguono a ritmi frenetici, soprattutto i genitori chiedono di essere tranquillizzati e i discorsi prendono percorsi digressivi che vanno da “buie cassandre” a luminosi ottimismi dettati da spezzoni di notizie rilanciate dai media e soprattutto dai social.

Né ottimismo né pessimismo, non è questo il punto, occorre realismo e soprattutto pragmatismo nelle soluzioni proposte. Non ci sarà alcuna rete di protezione, e la scuola non si può permettere o azzardare funambulismi pericolosi o autoreferenziali, deve bensì cercare sponde solide e affidabili, in primis le famiglie ma anche enti locali e le altre istituzioni prossemiche o nazionali devono fare la loro parte. Non è possibile chiudere di nuovo tutto perché significherebbe la messa in requiem di un intero paese, occorre bensì convivere col virus in attesa di un vaccino i cui tempi si prospettano lunghi e pieni di incognite.

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