L’ambiguità della parola “merito”. Lettera

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Inviato da Enrico Maranzana – Il governo ha presentato un emendamento per abrogare i criteri di valutazione della scuola primaria, introdotti nel 2020.

Questa mossa era attesa e rappresenta il primo passo verso la reintroduzione del voto.

La norma che si vuole cestinare recita: “La valutazione periodica e finale degli apprendimenti degli alunni delle classi della scuola primaria, per ciascuna delle discipline di studio previste dalle indicazioni nazionali per il curricolo è espressa attraverso un giudizio descrittivo riportato nel documento di valutazione e riferito a differenti livelli di apprendimento, secondo termini e modalità definiti con ordinanza del Ministro dell’istruzione”.

L’iniziativa è carica di significato perché contrappone due visioni dell’istituzione, da cui discende il concetto “merito”.

Il giudizio sintetico considera la scuola come una scatola nera.

Il giudizio degli insegnanti è insindacabile ed è decisivo per la scrematura degli studenti.

La società è l’architrave.

La valutazione descrittiva rappresenta il momento finale della progettazione didattica; indica il grado di scostamento dagli obiettivi programmati: un’esplicita indicazione per eventuali, necessari miglioramenti.

L’educazione è l’architrave.

Postulato: problema e merito sono entità inscindibili.

L’importanza di questa regola diventa evidente se applicata in contesti diversi: si aprono scenari inaspettati.

Si pensi alla definizione dei criteri di selezione del presidente del consiglio dei ministri: democrazia diretta o democrazia indiretta?

Chi è in grado di individuare la persona meritevole, colui/colei che ha dimostrato di possedere le potenzialità necessarie per il governo del paese?

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