L’ambiente educativo è più importante di quello fisico dove avviene l’apprendimento. Lettera

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Inviato da Mara Pieroni – Si parla tanto di quanto il livello di istruzione sia correlato alla durata della vita: più si studia e più si vive in salute.

Non metto in dubbio che lo studio, quello serio, metodico, finalizzato ad un miglioramento dello stile di vita, ad una maggiore consapevolezza di sé e del mondo, ad una maggiore apertura mentale, alla tolleranza e alla resilienza, al ragionamento razionale scevro da pregiudizi sia essenziale nella vita.

Ma dire che più si studia e più si vive in salute, non mi sembra del tutto esatto. Mia nonna, nata all’inizio del secolo scorso, arrivò a 85 anni senza mai essere visitata da un dottore. La sua scolarizzazione lasciava molto a desiderare, ma sapeva leggere, scrivere e far di conto. Era passata indenne fra due guerre mondiali, era sopravvissuta al periodo storico in cui infuriava la spagnola, aveva avuto 5 figli partoriti in casa senza tanti accorgimenti, tutti vissuti più di settant’anni.

I figli a loro volta, compreso mio padre, avevano frequentato la scuola fino alla quinta elementare. Uno dei figli poi prese da grande la licenza media, ma non mio padre. Mio padre, bambino durante la seconda guerra mondiale, a 11 anni cominciò a lavorare come falegname perché la famiglia aveva bisogno, cambiando poi lavoro verso i quarant’anni e riuscendo a passare ad un lavoro impiegatizio, nonostante non avesse nemmeno conseguito la licenza media. Adesso a 86 anni è ancora molto sveglio e combattivo.

Questo non è l’unico esempio che potrei portare. Mio suocero si avvicina ai novant’anni, anche lui bambino durante il secondo conflitto mondiale, prima operaio, poi postino, sempre attivo in campagna, anche lui ha frequentato la scuola solo fino alla quinta elementare. A parte qualche inevitabile disturbo di salute, si difende ancora bene.

Tutto questo per dire che lo studio può fare la differenza ma non è la panacea a tutti i mali della società. I nostri nonni e genitori, che hanno passato situazioni di stenti e grosse difficoltà sociali, sono riusciti a cavarsela anche senza tutto quello studio che la scolarizzazione di massa ha poi proposto.

Secondo me le generazioni che ci hanno preceduto hanno ampiamente usufruito di quella che viene definita l‘educazione informale, un processo non legato a tempi o luoghi specifici, che ha permesso loro di raggiungere (anche in modo inconsapevole o non intenzionale) attitudini, valori, conoscenze e competenze dall’esperienza quotidiana, dalle influenze e dalle risorse educative nell’ambiente familiare e dal vicinato, dal lavoro, dall’ambiente in cui vivevano.

Gli attori di questo contesto, le agenzie educative informali, sono davvero i più disparati, difficili da identificare praticamente; spesso li abbiamo proprio sotto agli occhi ma non riusciamo a vederli perché non siamo capaci di considerarli dal punto di vista della formazione. Il mondo è pieno di agenzie educative non formali e informali, con le quali entriamo in relazione durante tutta la vita.

L’individuazione di questi ambienti si sta rivelando sempre più importante nelle strategie di vita degli uomini e delle donne contemporanei. Infatti permette (ma a volte impedisce) l’accesso a processi di organizzazione delle informazioni da cui deriva poi il successo personale e collettivo. Perciò l’ambiente in cui vivono i nostri studenti farà la differenza, non la frequenza della scuola come luogo fisico.

Non mi sembra che gli studenti siano emarginati dalla società, visto che dispongono di mezzi informativi molto avanzati. La grande sfida è quella di spiegare loro come servirsene per poterli sfruttare al meglio senza esserne influenzati in maniera distorta. La scuola anche attraverso la Dad può insegnare agli studenti la capacità di osservare e riflettere criticamente su fatti, eventi e processi, collocati in ambiti diversi rispetto a quelli dell’impegno quotidiano.

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