L’agorà dei pallini bianchi: grazie ragazzi, siete la speranza. Lettera

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Inviata da Gabriella Colucci – “Buongiorno ragazzi, come va?”
Ormai è così che iniziano le mie giornate: la mano sul mouse, il mio viso in un riquadro dello schermo, e
tanti pallini bianchi con le iniziali dei miei alunni davanti a me. Solo qualcuno osa farsi vedere in pigiama o
in tuta, nonostante i miei continui inviti ad accendere la webcam, a farmi vedere i loro sorrisi.

“Dai, ne ho bisogno” dico loro, nella speranza di convincerli a concedermi almeno quel contatto, quello dei loro volti, delle loro espressioni del viso. E poco importa se qualcuno mi si mostra con audace disinvoltura mentre
mangia il Nesquik a cucchiaiate o spalma la Nutella sul panino; poco importa se il fratellino di cinque anni, “piccolo disoccupato”, saltella sullo sfondo o mi saluta con la mano, oppure se il gatto passa allegramente
sulla scrivania del mio alunno.

Quanto perbenismo e burocrazia d’altri tempi se ne sono andati col Coronavirus. Fino a un mese fa, quando entravo nelle mie classi, i miei giovani alunni si alzavano in piedi, attendevano che dicessi “seduti” per
sedersi, mi portavano i libretti per giustificare ritardi e assenze e io dovevo trascrivere tutto, sul registro cartaceo, su quello elettronico, sui libretti personali e poi contattare le famiglie per assenze protratte,
compilare verbali, moduli, programmazioni… Oggi è andato tutto a ramengo, ma non ne sento troppo la mancanza. E neanche loro, gli alunni. Me lo stanno scrivendo nei temi, davvero in tanti: non è male fare
lezione così… E Giulia mi scrive: io poi sono pure timida e in questo modo mi sento più a mio agio. Nuova routine, nuove abitudini.

Mattina. Accendo il PC, avvio la video-chiamata ed eccoli: “Buongiorno prof!”, “Salve prof. come sta?”. Le voci si accavallano, assonate anche se sono le 11.00 del mattino, sbadiglianti, indolenti, “smollacchiose”
direi. Ma arrivano tutti: uno dopo l’altro i cerchietti bianchi con le iniziali compaiono sullo schermo, e la piattaforma mi suggerisce che anche Mario Rossi ora partecipa alla conversazione. Li conto… ci sono quasi
tutti e chi non c’è mi scrive in chat: problemi di connessione prof; scusi il ritardo ma mio fratello ha allagato il bagno; prof, la sento ma non la vedo, la vedo ma non la sento, la vedo e la sento ma non riesco a farmi
sentire… Il primo quarto d’ora va così. E intanto chiacchieriamo: “State tutti bene? Chiara, la tua mamma (che fa l’infermiera) che cosa dice?”.
“Eh, prof, è preoccupata per noi… ha paura di attaccarcelo. In casa ha sempre la mascherina e i guanti.

Mangia da sola, in salotto”. Dico qualcosa, cerco di fare arrivare la mia empatia: solo la voce, solo le parole sono i miei strumenti di oggi. Poi arriva improvvisa la voce di Christian: “Oh, mamma! E chiudi la porta
c***!”. “Christian!”, esclamo con un tono simpaticamente indignato, “ti sembra il modo di rivolgerti alla mamma! Le mamme si trattano bene!”, e mentre lo dico penso a mio figlio adolescente, chiuso da un mese nella sua
camera, nel mondo virtuale di qualche benedetta lezione e di intere epopee di gruppo giocate alla play. -Christian è uscito dalla conversazione-, mi avvisa la piattaforma. Mi viene da ridere. In classe avrei dato di
matto per un comportamento così: un alunno che entra ed esce quando e come vuole dalla classe non è tollerabile! Gli altri pallini bianchi devono avergli scritto che sto sorridendo, nella loro chat di gruppo, e
Christian rientra. Ha il microfono spento stavolta. “Tranquillo Christian”, gli dico, “mi manca così tanto la scuola che sono arrivata al punto che mi mancano anche le tue sparate tipo: “Oh… Chi va in mensa oggi?
Mi prendete un panino alla cotoletta?”.
“Iniziamo” dico “perché, altrimenti, a breve Mirco fa suonare la campanella!”. “Ma no, non si preoccupi, l’ho fatto solo ieri, era uno scherzo, non lo faccio più!”.

“Perché no, Mirco? E’ stato divertente, anzi direi che hai davanti una carriera come bidello!”. Lui sogghigna.
La battuta non fa molto ridere, ma lui è un birbante galantuomo: mi fa un piacere.

Del resto è dura… Online si gioca tutto sul tono e sulle inflessioni della voce, sulle parole giuste, sull’ironia
che fatica ad arrivare se non hai fatto esperienza come Youtuber o Influencer. Anni e anni di insegnamento e di presenza in classe oggi mi servono a ben poco. A saperlo, avrei seguito corsi di aggiornamento con Tik
Tok invece che sulle strategie per gestire la classe.

“L’aula non c’è, è andata via” canticchia un tizio in uno dei tanti meme che girano di questi tempi sui Social.
E’ invece l’aula c’è, è qui, più presente di prima, è tutta dentro questi benedetti devices, che fino a un mese fa erano maledetti, il demonio… Guai a vederne uno sul banco, guai se qualcuno lo utilizzava in classe!

Abbiamo rimproverato i nostri studenti, abbiamo fatto scrivere pagine e pagine di temi sul pericolo dei Social, sulla necessità di staccarsi dalle tecnologie e di vivere vite vere, all’aria aperta, con gli amici… E oggi?
Oggi li imploriamo di stare in casa e di usare quelle stesse tecnologie per leggere, fare i compiti, vedere i film, giocare, chattare con gli amici, fare ginnastica… vivere, in una parola. Come cambiano le cose.
“E’ il relativismo di cui parla Pirandello”, spiego ai ragazzi di quinta, sballottati di qua e di là dalle mille ipotesi sull’esame di maturità, che si farà/non si farà quest’anno, sarà a giugno, a settembre a Natale…
chissà! Intanto io spiego Pirandello, che ci parla dello squarcio nel cielo di carta in quel bellissimo brano de

“Il fu Mattia Pascal”, in cui Anselmo Paleari spiega che la vita è così: stai recitando la tua parte (come Oreste nella tragedia) e a un tratto nella scenografia si apre uno squarcio. Oreste si distrae, e proprio nel
momento topico della tragedia. Che fare? Continuare a recitare la parte, come se nulla fosse successo? O soffermarsi sullo squarcio, presagire un dopo, pensare… Intanto Oreste non è più Oreste, ma Amleto:
riflette. E la sua vita, volente o nolente, non è più quella di prima. Lo squarcio nel cielo si allarga sempre di più: il Coronavirus fa crollare l’impalcatura del mondo e noi tutti diventiamo come le formichine a cui un
bambino dispettoso ha bruciato il formicaio: persi, dispersi, confusi, brulicanti, erranti… Poi arrivano le direttive: tutti a casa. Oreste non può più recitare la sua tragedia, ma il posto più piccolo al mondo, la sua
casa, può diventare il mondo intero e un posto ancora più piccolo, la sua mente, può dilatarsi fino all’universo, con la fantasia, aderendo al flusso continuo e incessante della vita.

I pallini bianchi sono muti. “Ci siete ragazzi?”, chiedo. Passa un attimo, e ho il timore che si siano addormentati, che siano svenuti dalla noia o che siano andati a farsi una birretta. Poi un rumore stropicciato di microfoni che si attivano: “Sì prof!”.
Meno male, dico a me stessa con un sospiro di sollievo. E a loro: “Tutto chiaro?”.
“Abbastanza… ma, per favore, ci manda anche la registrazione?”.
Non ci posso credere… vogliono pure riascoltarmi? Allora forse non è poi così difficile diventare Influencer!
No, non chiamiamolo smart-teaching e nemmeno smart-learning! Questa è agorà. Una nuova e moderna agorà.
Mattina. Non faccio l’appello, non segno le assenze, tanto ci sono tutti e chi non c’è ascolterà la registrazione. Eccoci nell’agorà dei pallini bianchi. Che si fa oggi? Ah già, classe terza B. Ho bypassato Petrarca, i tempi sono più da Decameron. Come i dieci giovani dell’opera di Boccaccio, i miei trenta allievi
raccontano una novella ciascuno, una al giorno, attraverso tecniche e piattaforme digitali di cui prima neanche conoscevo l’esistenza. Credo che anche questo abbia un nome inglese: flipped-class (chissà perché
sono tutti inglesi i termini per definire le lezioni un po’ diverse, quelle in cui l’insegnante la smette di fare Cicerone e inizia a fare Socrate, colui che sa di non sapere!). Li ascolto, seguo le presentazioni in schermo
condiviso (anche questo l’ho imparato dagli alunni): Lisabetta da Messina, Chichibio e la gru, Andreuccio da Perugia sono diventati fumetti, cartoni animati, personaggi alla Pixar, e molto di più.

E, mentre il mondo sembra andare a rotoli, noi ci prendiamo una pausa; dopo ripenseremo ai problemi, alle angosce e alle note tristissime di questi tempi, ma in questo momento, proprio qui e ora, nella nostra agorà
dei pallini bianchi, noi ci intratteniamo così: parlando di amore, ingegno e fortuna.

Grazie ragazzi. Voi siete la speranza!

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