La vaccinoprofilassi aiuta, ma non basta per riaprire le scuole in sicurezza. Lettera

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Inviata da Fernando Mazzeo – L’attuale pandemia di COVID-19 sta impegnando la comunità scientifica a livello internazionale a trovare risposte in termini di terapie e vaccini per controllare la SARS-CoV-2 e ottenere un ampio spettro di protezione su larga scala.

In passato, numerose prove di vaccinazione sono completamente fallite, o quasi, in occasione della comparsa di nuove varianti antigeniche: questa situazione si realizzò per la prima volta nel 1947 – quando l’apparizione di un nuovo tipo (l’A1) rese pressoché inefficace la protezione stimolata con virus A viventi o inattivati, ed ebbe a ripetersi nel 1957, quando i gruppi di
popolazione immunizzati con vaccini polivalenti che includevano i ceppi degli anni precedenti si trovarono indifesi di fronte al nuovo sierotipo A2.

Nel luglio 1968 lo scoppio epidemico che ebbe come punto di partenza la città di Hong Kong, dilagò in tutto il mondo e la velocità di diffusione della malattia fu tale da rendere difficile qualunque tentativo di immunizzazione attiva.

In Italia fu possibile provvedere in tempo alla preparazione e alla distribuzione del vaccino.
Tuttavia, intervennero notevoli difficoltà per una campagna di vaccinazione su larga scala. La pandemia di influenza da virus Hong Kong sfiorò il nostro Paese e questa fortunata evenienza non poté fornire, sotto il profilo scientifico, un giudizio epidemiologico sui risultati di questa vaccinazione estesa ad una discreta percentuale della popolazione.

Da ciò si evince che la lotta contro le virosi influenzali presenta alcuni ostacoli che limitano considerevolmente le possibilità di intervento sull’uomo.
Dal punto di vista igienico-sanitario, le caratteristiche di contagiosità della malattia, che viene trasmessa dal malato al sano per via semidiretta, rendono inattuabile qualunque tentativo di disinfezione. Solo un’utopistica disinfezione continua dell’aria potrebbe garantire una certa efficacia.

Tutte le misure intese ad inattivare l’agente patogeno durante la sua breve sopravvivenza nell’aria (disinfezione periodica delle aule, degli ambienti di lavoro ecc.), misure che si sono rivelate di grande utilità nel corso di malattie aerodiffusibili ad eziologia batterica (tubercolosi, difterite ecc.), non sembrano efficaci nel caso dell’influenza.

Non vi è dubbio tuttavia che una modesta ventilazione dovrebbe essere di una certa utilità nell’impedire la sedimentazione delle particelle virali e soprattutto nel consentire una loro maggiore diluizione nell’aria, diminuendone la carica infettante e rendendo l’agente patogeno più suscettibile ai meccanismi naturali di inattivazione.

Per quanto riguarda la resistenza del virus nell’aria, sono state effettuate alcune ricerche distribuendo le particelle virali sotto forma di aerosol… Da tali prove è emerso che il fattore più importante nel determinare il grado di resistenza dei virus influenzali è l’umidità, nel senso che l’agente patogeno resiste molto più a lungo in ambiente secco che in atmosfera umida. Ad
esempio, LOOSLI, LEMON, ROBERTSON, e APPEL riscontrarono una sopravvivenza di 30 minuti con un’umidità relativa all’ 80-90% , di 6 ore con il 45-55%, e di almeno 24 ore con il 17-24%.

La possibilità che ha l’uomo di ammalarsi di influenza è condizionata fondamentalmente dall’evenienza del contagio… A tal proposito il fattore più importante sembra essere l’affollamento.

Pertanto, come sottolineava PETRILLI nel 1961 è necessario “disporre del vaccino opportuno al momento opportuno e su scala opportuna”, senza pretendere con questo di giungere ad una utopistica eradicazione dell’influenza, ma semplicemente di ottenere una sensibile riduzione degli indici di morbosità e di mortalità caratteristici di questa malattia e di attenuarne le conseguenze a livello economico-sociale (Cfr. S. DE FLORA, op. cit. pag. 99 e ss.).

Sulla base di queste sommarie considerazioni, con le dovute differenziazioni legate ai progressi della scienza medica e nella consapevolezza che la vaccinoprofilassi rappresenti una importante arma di difesa contro le infezioni virali, bisogna dire, come sottolinea lo stesso De Flora, che “un giudizio sulla validità dei vaccini è estremamente difficile”. Tuttavia, la domanda sorge spontanea: la nostra società, al di là delle differenti posizioni, ha potuto disporre del vaccino opportuno al momento opportuno e su scala opportuna?

Sicuramente, a livello scolastico, a differenza di altre categorie sociali, il vaccino è stato disposto al momento opportuno e su scala opportuna. Infatti, le percentuali di docenti vaccinati, a seconda dell’area geografica, oscillano tra il 70%, l’80%, e il 90%. Perché allora tanto accanimento contro una categoria che in piena pandemia ha dimostrato un altissimo senso di responsabilità?

Inoltre, se nonostante la vaccinazione di massa è utopistico giungere ad una eradicazione del virus, e gli esperti dicono che con la riapertura delle scuole la circolazione del virus aumenterà, perché si insiste in modo così eccessivo sul vaccino e non si cerca, invece, di predisporre misure integrative alla vaccinazione come la costante areazione delle aule, la disinfezione dell’aria (oggi possiamo disporre di efficaci strumenti tecnici), la riduzione del numero di alunni per classe per evitare affollamenti, l’installazione di barriere in plexiglass sulle cattedre?

Per riaprire le scuole in sicurezza non servono né slogan, né minacce, né sanzioni. Servono azioni sagge, giuste, equilibrate e ben coordinate che possano tener conto di tutte le variabili dipendenti e indipendenti e delle esigenze di tutti. La vaccinazione aiuta, ma non basta per garantire l’educazione e la salute a tutti.

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