La storia della Storia. Riflessioni sull’insegnamento Storia e Geografia dei nuovi Licei

di Lalla
ipsef

DIESSE – Le Indicazioni nazionali di Storia e Geografia per tutti i sei Licei della Riforma Gelmini (Artistico, Classico, Linguistico, Musicale-Coreutico, Scientifico, Scienze Umane), divise nei due capitoli: "Profilo generale e competenze" e "Obiettivi specifici di apprendimento", presentano un andamento indicativo, a partire dall’incipit: "Al termine del percorso liceale l’alunno dovrà conoscere i principali eventi e le trasformazioni di lungo periodo della storia dell’Europa e dell’Italia.".

DIESSE – Le Indicazioni nazionali di Storia e Geografia per tutti i sei Licei della Riforma Gelmini (Artistico, Classico, Linguistico, Musicale-Coreutico, Scientifico, Scienze Umane), divise nei due capitoli: "Profilo generale e competenze" e "Obiettivi specifici di apprendimento", presentano un andamento indicativo, a partire dall’incipit: "Al termine del percorso liceale l’alunno dovrà conoscere i principali eventi e le trasformazioni di lungo periodo della storia dell’Europa e dell’Italia.".

Eventi e trasformazioni esprimono da sempre concettualmente i due cardini della storiografia, prima disposti in un ordine che privilegia i fatti (von Ranke), poi posti in dialettica a vantaggio delle lunghe durate (Braudel), infine ricomposti in modo che se ne colga il nesso: i fatti si comprendono in un quadro di causalità e le trasformazioni sono esse stesse, nel loro genere, eventi (Ricoeur).

Le Indicazioni accolgono queste suggestioni e ci presentano una disciplina (Storia e Geografia) in cui, anzitutto, la Storia è intesa come "dimensione significativa per comprendere. le radici del presente,
e favorire la consapevolezza di se stessi in relazione all’ altro da sé"; in secondo luogo la Geografia è lo spazio della "geofisica e geopolitica" sul quale si collocano le vicende dell’uomo.

Un lungo percorso, un lungo dibattito precedono questi orientamenti. Vale la pena riassumerlo in poche parole per cogliere l’utilità dell’attuale sistemazione che ha il pregio di rendere la Storia insegnata più vicina alla Storia come disciplina esperta (storiografia), pur senza pretendere che la prima si annulli totalmente nella seconda.

Un nodo fondamentale della mutazione per certi aspetti profonda subita dai programmi di storia negli ultimi dieci/dodici anni è il Decreto n. 682/1996, con il quale il Ministro Berlinguer introduceva lo studio del Novecento in tutti gli ultimi anni di tutti i livelli di scuola. Lo scopo di questa estensione dello studio della Storia fino all’attualità, spiegava il Ministro nella Relazione illustrativa del decreto, era che "Non vi è alcuna ricerca storica che, per quanto lontani nel tempo siano i fatti cui essa si riferisce, non muova dal bisogno di analizzare e chiarire la realtà contemporanea. È nel continuo riaccendersi di un tale circuito conoscitivo tra presente e passato che si autentica il noto assunto crociano, riscoperto per altra via dagli studiosi degli Annales, sulla intrinseca contemporaneità della storia, di qualsiasi storia anche di quella relativa a eventi molto remoti".

E tanto per essere chiari fino in fondo, aggiungeva: "È indubbio infatti che, come è stato rilevato da qualificati storiografi, nell’ottica retrospettiva propria della storia il passato assume inevitabilmente
l’aspetto di una "piramide rovesciata", dato che il suo peso non è omogeneo, in quanto si riduce tanto più quanto più esso si allontana da noi".

E fu polemica. Accesa non solo dagli storici antichisti e medievisti che si videro ributtati indietro in un passato indefinito, ma anche per l’accordo del Ministero della Pubblica Istruzione con i centri per lo studio del movimento di liberazione in Italia in ordine alla formazione dei docenti. L’intesa faceva sospettare che, grazie alla confusione semantica operata tra "Contemporaneità" e "Novecento" (la seconda categoria scambiata per la prima), si volesse imporre una egemonia culturale sullo studio della storia del secolo XX.

Studi e interventi successivi mostrarono che la cosiddetta "contemporaneità", segnata non solo dai fenomeni resistenziali alle dittature nazi-fasciste, ma soprattutto dalla crisi culturale e politica
dell’Europa che portò alla Prima Guerra Mondiale, prende avvio prima dell’inizio del secolo novecentesco, ossia, nella fattispecie alla fine dell’Ottocento (e il 1870 pare a molti essere un discrimine indicativo). Facendo tesoro della vivacissima discussione di fine secolo scorso (una delle più appassionate mai verificatesi in Italia sui programmi di Storia), la Riforma Moratti offrì una prospettiva più ampia della contemporaneità e nel DL 226/05, comprendente le Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati dei percorsi liceali, volle datare dalla Seconda rivoluzione industriale e dall’età dell’Imperialismo (dunque ultimo trentennio dell’Ottocento) le programmazioni di Storia dell’ultimo anno liceale.

L’ultima bozza di cui ci stiamo occupando rilancia questa linea storiografica e puntualizza che "L’ultimo anno è dedicato allo studio dell’epoca contemporanea, dall’analisi delle premesse della I guerra mondiale fino ai giorni nostri".

Oltre ad una distribuzione più equilibrata della materia storica nell’arco dei cinque anni liceali, le Indicazioni attuali correggono il tiro sulla didattica della storia, suggerendo l’uso di un "metodo di studio conforme all’oggetto indagato".

Neppure questa sembra un’affermazione scontata se si pensa alla separazione tra didattica della storia e metodo storico, invalsa da alcuni anni a questa parte e ravvisabile, per esempio, nella didattica modulare che ingenera talvolta l’erronea concezione che la Storia sia solo costruzione dello storico.

In parte lo è, ma nella misura in cui lo storico dialoga con un passato che parla.

Saper fare le domande giuste al passato è l’arte dello storico. Speriamo divenga, con queste Indicazioni, attitudine dello studente liceale.

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