La settimana rituale dell’adolescente italiano. Lettera

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Gaetano Vergara – Queste settimane dello studente, diffuse ormai in tantissime scuole italiane a ridosso del periodo natalizio, come un loro rituale prolungamento che ricalca in stile farsesco più ferventi periodi di autogestione e occupazione degli scorsi decenni, sono un grande autogol degli adolescenti italiani:

decretano il mancato protagonismo delle nuove generazioni nel sistema educativo (se questa è la settimana dello studente, il resto dell’anno… le altre settimane… di chi sono?);

essendo concesse dall’alto senza troppe discussioni, impediscono l’innesco di un sano scontro generazionale (quello che serve a crescere, a segnare le  differenze con le vecchie generazioni e ad affermare la volontà di un reale cambiamento); dimostrano (in molti casi) l’incapacità di proporre modelli nuovi ed alternativi (i rari corsi organizzati dal basso ripetono gli schemi di gioco imposti dai peggiori professori della vecchia guardia, lasciando scarso spazio alla creatività ed all’innovazione);

sostituiscono il sistema repressivo della scuola tradizionale con la repressione (spesso arbitraria) di servizi d’ordine affidati, per lo più, agli alunni più incontenibili, nel tentativo (vano) di tenerli a freno mettendogli addosso una divisa da arbitro o da guardalinea (e loro quasi sempre la indossano, questa  divisa, con l’inflessibilità iniqua e vessatoria di un secondino che agisce indisturbato in un sistema autoritario e oppressivo).

Questo scrivo nella speranza che qualche ragazzo legga, rifletta e, magari, confuti le mie parole con argomenti convincenti ed un dribbling da applauso.

(E, mentre scrivo, continuo a chiedermi e a chiedervi cosa potremmo fare noi vecchi per favorire la formazione di nuove leve più capaci, dinamiche e innovative.)

(In quest’altra parentesi mi scuso per aver (ab)usato, in varie occasioni, (di) un gergo calcistico che domino poco, con la velleitaria intenzione di rendere più accattivanti e appetibili le mie tesi.)

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