La scuola pubblica non può essere un’arida chat. Lettera

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Inviata da Ivano Marescalco – L’unica modalità di apprendimento a distanza, ovvero nella situazione in cui i docenti non siano nelle condizioni di essere fisicamente a contatto con gli allievi, in assenza di strutture telematiche debitamente approntate e sperimentate in precedenza, di piani di formazione tanto per gli insegnanti
quanto per gli studenti, evitando altresì di escludere dal percorso didattico chi dovesse essere sprovvisto di adeguate attrezzature informatiche, si chiama modalità di apprendimento e di arricchimento culturale personale volontario attraverso uno studio individuale in modalità da autodidatta.

Con tutti i limiti che possono derivare dalla mancanza di un tutor-precettore in presenza che ha la funzione di invogliare allo studio e alla conoscenza, di suggerire il modo migliore di reperire le fonti, di facilitare la comprensione dei concetti più ostici attraverso la spiegazione, l’argomentazione, la semplificazione e quant’altro sia nelle sue possibilità.

La figura dell’autodidatta, ovvero di colui il quale “è istruito o ha acquistato determinate competenze da solo, senza maestri, e in genere chi ha sviluppato da solo, per proprio conto la propria cultura (per dirla
alla Treccani)”, ovviamente non lasciato al suo tristo destino di studioso solitario, ma ampiamente supportato e corroborato dai prodighi consigli impartiti, telematicamente e a debita distanza di sicurezza, dai suoi solerti e rassicuranti insegnanti.

Qualcuno stoltamente pensa di poter equiparare la didattica a distanza alle attività di smart-working di cui sono piene le aziende private e la
pubblica amministrazione. La scuola è ben altro. La scuola è molto di più. “La scuola, come dice il professore Angelo Battiato, è luogo privilegiato di socializzazione, di integrazione, di identificazione, di imitazione, di crescita personale e morale, di sviluppo sociale e culturale. La scuola siamo noi, alunni, docenti, collaboratori, personale Ata e dirigenti”. La scuola non può
prescindere da tutto questo. La scuola pubblica non può essere un’arida e asettica chat di una piattaforma, seppur performante, gestita dal privato di turno. La didattica a distanza è pura fantasia, pretesa vana di una nazione che ha fatto troppo spesso dell’improvvisazione e del pressapochismo
la normale cifra comportamentale anche in periodi ordinari, non di certo emergenziali come l’attuale.

E allora, evitiamo di nasconderci dietro un dito. Gettiamo la maschera. Il re è nudo. Smettiamola con questa suggestiva fantasia! (mi stava per uscire la parola idiozia). La scuola deve essere incubatore e detonatore di acume e perspicacia non di sciatteria e pressapochismo, gli insegnanti
non stanno mettendo in campo alcuna azione didattica, perché in queste condizioni e in mancanza di un’attività strutturata e ben collaudata, in tempi non sospetti, ciò non è neppure lontanamente pensabile. Non è proprio nella grazia di Dio. In molti (mi riferisco ai docenti) si stanno “sbattendo”, si stanno dannando l’anima, ognuno secondo il proprio buon senso e per senso di responsabilità, nell’illusione di poter adempiere ad un’attività promossa (non si capisce bene se solo consigliata, caldeggiata, oppure imposta) in maniera sprovveduta e raffazzonata.

Continuerò a pensare tutti i giorni ai miei studenti, col rammarico di non poterli incontrare fisicamente, amareggiato per non potergli trasmette quello che io so e quello che so fare guardandoli dritto negli occhi, sicuro che una volta usciti da questo surreale incubo potremo e sapremo recuperare il tempo perduto. Sapremo riprendere le fila del percorso didattico-educativo che si è interrotto. La didattica a distanza non si può improvvisare. La didattica a distanza disorganizzata fa più danni che bene. Le maestre continuino pure, tramite video telefonate, a leggere i libri per ragazzi ai loro giovani alunni. Ognuno è libero di fare quello che meglio crede in questa fase di emergenza e di smarrimento, persino di criticare il mio pensiero, ma vi prego, ve lo chiedo per favore: non venite a raccontare, pure a me, la favoletta.

Didattica a distanza

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