La scuola non si ferma. Lettera

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Inviata da Giulia Cordone – Una considerazione preliminare a qualsiasi riflessione è che fin dall’inizio della triste vicenda dell’emergenza sanitaria la scuola è sempre stata aperta, con grande impegno di tutta la comunità scolastica: i dirigenti, i direttori amministrativi, il personale ATA e i docenti, certo con tante difficoltà e impreparati emotivamente, come impreparato era il mondo, non hanno mai interrotto le loro attività, anzi hanno lavorato e lavorano senza pause e non hanno mai staccato la comunicazione/relazione di insegnamento/apprendimento con gli studenti e le studentesse, pertanto, il primo slogan giusto da proclamare doveva essere “SCUOLA: LA SCUOLA NON SI FERMA”.

La  presenza a scuola non significa tout court scuola in presenza

Va da sé: la didattica in presenza è migliore della didattica a distanza, ma la presenza a scuola assicura una didattica della presenza? Nella situazione di emergenza che stiamo vivendo ciò che è valido in linea di principio forse crolla nell’agire per fine.
Nell’agire per “fine” e sulla base della tristissima esperienza che docenti e studenti, insieme a tutta la comunità scolastica delle scuole secondarie superiori, hanno vissuto nel periodo settembre/ottobre, bisogna considerare che nella situazione di emergenza contingente la scuola a distanza può attuare una didattica della vicinanza, dei linguaggi integrati e trasversali e delle relazioni molto più efficace e felice della scuola in presenza. Rimane traccia indelebile, nella memoria di chi ha vissuto il periodo scolastico settembre/ottobre nella scuola secondaria superiore, di corpi fermi, inibiti e costretti dei ragazzi alti 1.80 m e con dentro tutta la fisicità tipica dell’età adolescenziale, seduti in un banco e …. con mascherina, senza poter fare “gli scambi” e “i baratti” di testi e materiali, senza poter condividere i momenti naturali di convivialità, senza poter
neanche scambiare sguardi e sorrisi sotto la mascherina perché voltarsi per guardarsi negli occhi è pericoloso, senza poter permettersi un abbraccio o una carezza e soprattutto “diffidando” o peggio ancora “spaventandosi” del movimento e del comportamento dei compagni, degli “altri”. La distanza di un metro tra l’io e l’altro da sé in tante aule è corrisposto a chilometri di imbarazzo, di mortificazione delle intelligenze delle mani e dei corpi. Come si può allora parlare di “presenza” in un contesto in cui il corpo è inibito nella sua espressione e la relazione umiliata nella sua affettività?

Così lontani, così vicini

Sottolineo che, per le ragioni più varie, tra cui anche considerazioni pedagogiche che hanno privilegiato il byod, non tutte le aule delle scuole italiane sono dotate di LIM. Sorge allora la questione: Cosa è significato a settembre/ottobre la didattica mista: 50% a casa e 50% in presenza? Il docente parla, tenta di parlare con i ragazzi a casa e in aula, non ci può essere interazione dialogica perché se un ragazzo o una ragazza parla in aula a stento chi è in presenza sente, è difficile senza potersi voltare, senza potersi guardare, senza leggere le labbra ma affidandosi sempre all’udito in contesti, come il centro storico di
Palermo, dove spesso il sottofondo irrompe con decibel più alti di quanto alcune voci sottili possano permettersi di sovrastare, anche perché bisogna (ci rincuora) tenere aperte le finestre fino a quando ce la si fa, ma certamente non sente chi sta a casa, perché la web cam è rivolta verso l’insegnante che deve stare a due metri di distanza, con quell’assetto ex cattedra tanto lontano dalla didattica interattiva, dalla didattica in cui i docenti sanno sottrarsi per esaltare il protagonismo delle ragazze e dei ragazzi e per promuovere l’atteggiamento di ricerca nell’azione educativa. La presenza è importante perché è esperienza, è corpo, è movimento, è spazio, ma dobbiamo inventarci una didattica dell’immobilismo, stare attenti a non invadere mai quella barriera di protezione che solo il distanziamento può garantire. Allora scopriamo che sì, paradossalmente, oggi può esserci una didattica della presenza, della vicinanza, dell’interazione, del corpo, del movimento e degli affetti a “distanza”, perché oltre al monitor, a distanza c’è la possibilità di restituire la voce a ciascuna e ciascuno, la possibilità di ascoltarci, di far organizzare ad ognuno una presentazione, la spiegazione di un esercizio, la raccolta e l’analisi di dati. A distanza c’è la possibilità di usare lo spazio oltre il monitor, di alzarsi, di costruire, di usare materiali altri, di avere attorno al monitor una quantità di documenti e oggetti che costituiscono la scrivania del ricercatore.

Insegno matematica e fisica in un liceo linguistico, in Dad ho chiesto ad ognuno dei miei alunni e delle mie alunne della classe terza, per esempio, di costruire un pendolo con un filo della stessa lunghezza di un metro, con masse diverse (ciascuno quello che considerava idoneo tra gli oggetti casalinghi), e poi individualmente, nel loro “laboratorio” di casa, l’hanno messo in oscillazione con diverse ampiezze ovviamente, in luoghi diversi e ripetendo le misure in tempi diversi. Abbiamo raccolto le misure insieme, in un file condiviso, trattato i dati e scoperto che il periodo di oscillazione di un pendolo più o meno “semplice” di lunghezza un metro è “statisticamente” lo stesso, indipendentemente dagli altri parametri: dalla massa, dall’ampiezza di oscillazione, dal luogo dell’esperimento (ciascuno l’ha realizzato nella propria casa), dal tempo dell’esperimento (si sono ripetute le misure in momenti diversi). Vicino alla tastiera avevamo il testo che ci ricordava chi fosse Galileo, nel cellulare il cronometro che abbiamo usato come strumento di misura del tempo e di cui, contemporaneamente abbiamo descritto l’errore di sensibilità associato. E’ preferibile farlo in presenza? Ovviamente sì, la ricchezza dell’esperienza condivisa nello spazio reale non ha pari, nessuna simulazione virtuale è più ricca della realtà, ma nella scuola al tempo del covid l’unica esperienza che si riesce a garantire in presenza è una lezione rigidamente frontale, non possiamo unire i banchi e fare tavole rotonde, non possiamo porre al centro del dibattito educativo i materiali, oggi la tavola più rotonda che c’è è un file
condiviso e la possibilità, per ciascuna e ciascuno, di “prendersi la parola” passa dal web. Non possiamo fare uscite didattiche e usare lo spazio come laboratorio a cielo aperto, come ambiente d’apprendimento esteso oltre i confini dell’aula, intanto perché anche muoversi nella città storica in gruppo è al momento difficoltoso, e poi perché non possiamo portare con noi tutti i ragazzi e le ragazze che ci seguono da casa, rimarrebbero estranei all’esperienza, se non attraverso una telecamera, allora non è più di vicinanza lo spazio virtuale?

La sicurezza

Sabato 19 dicembre 2020 va in onda su RAI1, in prima serata, una puntata speciale de “I SOLITI IGNOTI, IL RITORNO” in cui si succedono come concorrenti personaggi famosi della vita culturale e dello spettacolo, da Giovanna Botteri a Christian De Sica, tutti concorrono per poter poi devolvere l’eventuale vincita a Telethon e concludere con questa maratona la campagna di sostegno. Le puntate dei “Soliti Ignoti”, già avevo notato, sono un vero e proprio modello comportamentale per rispettare le regole anti-covid. Il famoso conduttore Amedeus dice, tra l’altro, (più o meno) va bene che siamo tutti tamponati, ma sanifichiamo il banchetto ad ogni cambio di concorrente, perché ogni concorrente nel banchetto, pigiando con la mano, conferma le sue scelte. Allora io mi chiedo: come è possibile non porsi domande sulla sicurezza degli ambienti e dei mezzi di
trasporto che i ragazzi e le ragazze delle scuole secondarie superiori, specialmente pendolari, sono costretti a utilizzare per recarsi a scuola ogni mattina, come è loro dovere nel caso di scuola in presenza, chi sanificherà i sedili, le maniglie e gli altri sostegni ad ogni utilizzo, da parte di un’utenza certo non così scientificamente “tamponata”? Questa è solo una delle tante considerazioni sulla sicurezza, specialmente in un periodo dell’anno in cui condividiamo lo spazio tra tosse e starnuti, inevitabilmente.

Conclusione: Siamo un solo popolo, forse siamo addirittura un solo uomo (omaggio a Sebastiao Salgado).

In questi mesi abbiamo regolamentato la DDI, abbiamo fornito in comodato d’uso dispositivi idonei, anche corredati da SIM, a chi ne ha fatto richiesta (ovviamente con opportuna documentazione), abbiamo sviluppato competenze che non sapevamo di avere, sia docenti che alunni e alunne, perché i cosiddetti “nativi digitali” sono diventati, in maniera diffusa, più competenti, più abili, più cittadini digitali. Cosa davvero stiano imparando gli adolescenti e le adolescenti, in questo tempo che non dimenticheremo, non lo sappiamo e non lo comprendiamo, forse saranno meno autocentrati, più forti e più resilienti di quanto sia la mia generazione, magari avranno più chiarezza collettiva sugli autentici valori della vita, una diversa scala di priorità e, mi auguro, meno egoismo e più senso di umanità: hanno sperimentato che salute individuale è salute collettiva, e viceversa. Certamente la cosa più urgente è uscire al più presto dall’emergenza, cercare di uscirne tutti, allora io mi chiedo: ma vale davvero la pena di rischiare un ritorno a scuola in presenza senza le condizioni per una didattica della vicinanza e senza le misure di sicurezza del complesso del sistema scuola, che non si può riduzionisticamente sezionare in: 50% nei trasporti, 50% nelle aule etc. e poi? Si somma il rischio? Questa esperienza ci ricorda violentemente come non tutto sia additivo e il battito d’ali di una farfalla può causare un uragano dall’altra parte del mondo, ci narra che tra scuola aperta e scuola chiusa tertium datur, che la terza via c’è sempre se si antepone ad ogni interesse la protezione della vita.

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