“La scuola non sarà più quella del 2019”. Non parliamo solo di DAD, intervista a Sciltian Gastaldi

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Per quasi un anno Orizzonte Scuola ha trattato, ampiamente e con grande attenzione, il tema della Didattica a Distanza e, da poco, della didattica mista. Temi assai dibattuti in campo internazionale che pongono la scuola al centro di un nuovo dibattito epistemologico e pedagogico-metodologico (di recente anche docimologico, con la riforma della valutazione alla Primaria).

Parallelamente a Orizzonte Scuola che, possiamo dirlo con orgoglio, ha anticipato i grandi temi della DaD, la letteratura scientifica ha partorito un articolato insieme di saggi che riportano, finalmente dopo quasi un secolo, la scuola al centro del dibattito culturale italiano e non solo. Sciltian Gastaldi, docente, giornalista e saggista, è specializzato in Blended and Online Teaching, ha regalato ai docenti italiani una pregevole guida pratica all’insegnamento misto, o Blended Learning; il nuovo tipo di apprendimento che si sviluppa sia in aula che a distanza attraverso l’ausilio del computer e della connessione internet e che rappresenta il futuro della didattica e sul quale anche Orizzonte Scuola ha trovato modo di dibattere e fornire autorevoli strumenti di intervento.

Dalla didattica in presenza alla didattica a distanza
Nel 2020 la scuola ha dovuto affrontare un vero e proprio salto di paradigma, passando dalla didattica in aula alla tanto discussa didattica a distanza (Dad), che in Italia si è concretizzata, nella primavera, piuttosto in una “didattica emergenziale a distanza” dettata dall’improvvisazione.
In questo quadro si inserisce il tentativo di fornire gli strumenti adatti a chiunque debba insegnare qualcosa ai nativi digitali, la cosiddetta «Generazione Z». Ma per cambiare qualcosa, dunque, è necessario rivolgersi non solo agli insegnanti “analogici”, che diffidano della digitalizzazione e dell’uso della tecnologia nella didattica, ma anche a tutti quei giovani che vogliono davvero cambiare il loro modo di leggere il mondo, il nuovo percorso della storia dell’umanità. Gastaldi, abilitato in Humanities per l’Ontario e l’Inghilterra, docente nei programmi Ib e Igcse, autore del blog Anelli di fumo, online dal 2004, ospitato su «L’Espresso» dal 2016, ci regala un modello e un’analisi approfondita per questo nuovo modo di insegnare. Lo abbiamo intervistato consapevole delle nuove motivazioni che dovrebbero spingere i docenti a conquistare lo spazio formativo in un modo che cambia repentinamente.

“Lo so [email protected]! Guida all’apprendimento misto e all’insegnamento (anche) a distanza”, di Sciltian Gastaldi, rappresenta, senza dubbio alcuno, uno scrigno di proposte per affrontare l’insegnamento misto, o Blended Learning, con una maggiore consapevolezza in più e con una più adeguata motivazione. Come è nato il progetto e cosa l’ha convinta a realizzare questo pregevole manuale?
«Grazie del “pregevole”. L’idea è nata quando la Mondadori Education mi ha chiesto di curare un seminario via web sui temi della didattica a distanza dopo che avevano letto la mia serie di articoli sulla scuola in Dad pubblicata su Anelli di fumo, il blog che tengo per il sito del settimanale l’Espresso. Ho accettato con piacere e ho proposto di pubblicare questo manuale perché ho lavorato per 10 anni in Canada. Lì mi sono specializzato sull’apprendimento misto e l’insegnamento a distanza e ho insegnato in varie università, formando insegnanti nella più prestigiosa università canadese, la University of Toronto. Per questo avevo da un po’ di tempo in mente di scrivere un manuale di pedagogia contemporanea, che non parlasse solo di digitale».

Senza emergenza sanitaria, senza la considerazione del fatto che la scuola ha affrontato e lo sta facendo ancora, un vero e proprio salto di paradigma, avrebbe ugualmente pensato a questo nuovo tipo di apprendimento che, come afferma Lei, rappresenta il futuro della didattica?
«Finché non partiranno viaggi lunghi di esplorazione spaziale che renderanno necessario l’uso di ologrammi per la docenza, penso che il futuro della didattica sia in realtà misto: parte in aula e parte a distanza. È quanto accade in metà mondo almeno da quando si sono affermati i registri elettronici, che in Italia sono diventati obbligatori solo dal 2012. Come scrivo nel mio manuale, non c’è niente di più bello di una lezione dal vivo che sappia adoperare anche tutte le tecnologie digitali utili e possibili. Considero le lezioni in aula come fondamentali e irrinunciabili, perché la scuola è una comunità educante fatta di etica, deontologia e umanità. Quindi anche di relazioni umane: odori, puzze, rumori, risate, dialoghi, scambi di sorrisi, di battute, di intelligenze, di senso dell’ironia e dell’autoironia, specie da parte di chi deve insegnare. Solo quando interviene una catastrofe come una pandemia, una guerra, un terremoto che ci costringe per qualche mese – o purtroppo anno – a far scuola solo a distanza siamo tenuti a fare Dad; e in questo caso meno male che è possibile farla, sennò avremmo una generazione che avrebbe già perso 2 anni scolastici, come accadde negli atroci anni Quaranta».

Qual è l’obiettivo principale del volume?
«Far capire che da un punto di vista storico e filosofico l’effetto modernizzante sul lavoro e la società portato dalla pandemia Covid-19 è paragonabile a quello che fu determinato dalla Prima guerra mondiale. Speriamo tutti che i vaccini in arrivo siano in grado di debellare questa catastrofe, ma se anche così fosse la scuola del 2021/22 non tornerà mai più a essere quella del 2019. Una serie di buone pratiche rimarranno per sempre e saranno via via migliorate col digitale. Penso ai collegi docenti fatti in videoconferenza, per dirne una, o all’uso quotidiano di documentari e filmati a scopo didattico, messi in una cloud (un archivio virtuale) in modo da chiederne la visione agli studenti nei loro tempi, oppure la visione interattiva in aula, al fine di organizzare poi dibattiti – meglio se dal vivo, questi».

Chi sono i suoi interlocutori?
«La società italiana che lavora e studia, e in particolare chi opera nella scuola italiana. La nostra classe docente (a partire dalla nostra rappresentanza sindacale) era prima del marzo 2020 talmente arretrata sulle tecnologie dell’istruzione da registrare un bizzarro fenomeno di “fierezza analogica” e quindi di imbarazzante refrattarietà anche verso azioni digitali molto banali, quali la spedizione di una e-mail o l’organizzazione di una video-conferenza. Si era spesso “insegnanti delle caverne”, e con un piglio mussoliniano: tutti fieri di esserlo. Ora è chiaro che se vuoi rimanere tutto analogico, almeno devi mettere da parte l’atteggiamento reazionario di fierezza».

Quali sono i fondamenti teorici della didattica relativa all’insegnamento misto?
«La componente che fa diventare “mista” la didattica è rappresentata dal costante e pratico uso delle tecnologie dell’educazione dentro le aule da parte dei docenti e degli studenti. Quindi il computer o il tablet o lo smartphone del docente per il registro elettronico e gli ambienti virtuali come Google Classroom o WeSchool, ma anche le comunicazioni via email, le LIM, magari l’edutainment (l’uso didattico dei videogiochi) e soprattutto gli smartphone degli studenti, che sono dei computer più potenti di quelli che mandarono nel 1969 l’uomo sulla Luna. Gli smartphone possono e devono stare sopra i banchi, non sotto. Devono essere impiegati dagli allievi quando lo chiede la prof come strumenti didattici integrativi, seguendo la teoria BYOD (bring your own device) ossia la politica di permettere agli alunni di portare i propri dispositivi personali a scuola, e usarli per scopi didattici.

Quali consigli pratici fornisce ai docenti (ai più motivati e ai preoccupati) per gestire al meglio la DaD?
«Cambiare metodologia, accettare il salto di paradigma. Quindi non trasporre ciò che si faceva in aula nella Dad. Studiare modi nuovi di interazione e coinvolgimento degli studenti anche tramite il computer. Fare lezioni brevi di 45’ ma organizzate non ponendosi come il saggio sul podio, ma semmai come la guida a fianco dell’allievo. Ogni docente non dovrebbe mai parlare più di 15-20 minuti, e negli altri 20-25 minuti si devono mettere al centro gli allievi. Dare loro spazio per interventi, critiche, domande, richieste di chiarimento, dibattiti, scambi di idee, quiz, sondaggi, nuvole di parole. I ragazzi devono sentirsi a loro agio a parlare e a sbagliare, ovviamente: dopotutto sono a scuola, no? Dove altro al mondo si può sbagliare, nella vita?».

Quali strumenti suggerisce?
«Non vi parlo di software, ognuno usi ciò che conosce meglio. Vi parlo di traguardi: dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi anche un insieme di soft skill e di educazione civica: sapere dissentire in pubblico in modo civile, per esempio. Saper parlare in pubblico, illustrando una PowerPoint. Saper spedire una e-mail scrivendola nella forma e nello stile corretto. Esercitare sapere critico insegnando loro l’analisi a sandwich (positivo/negativo/positivo) magari applicandola alla valutazione fra pari. Saper cogliere le dinamiche storiche e i collegamenti con l’attualità, sia se si insegnano materie umanistiche, che scientifiche».

Come cambiano le verifiche e come cambia la valutazione degli studenti?
«Si devono escogitare prove, sia scritte che orali, che possano essere sia formative che sommative. Ma non dovrebbero spingere gli studenti a risolvere copiando o leggendo dal post-it attaccato allo schermo. Al contempo si deve spiegare cosa è il plagio scolastico (in Italia si parla spesso di “copiatura”, come fosse una cosuccia da nulla) e cosa comporta a livello internazionale. Si devono usare quei software che consentono in modo automatico di individuare non solo il plagio puro e semplice o lo studio a pappagallo, ma anche la parafrasi pelosa. Si deve far capire agli studenti e alle famiglie una lezione di etica: quando cominciano a “fare i furbetti”, ossia a truffare, la Scuola da adolescenti, si mettono nei binari per “fare i furbetti” anche da grandi».

Muta il rapporto tra genitori e docenti e tra genitori e figli. Quali principali differenze ha dovuto considerare e su quali consiglia di prestare la massima attenzione?
«Nelle lezioni a distanza noi entriamo, con la nostra voce e il nostro sguardo, nelle case dei nostri studenti. Occorre tener presente che i nostri allievi potrebbero non essere gli unici ad ascoltare la lezione. Bisogna poi chiarire che l’eventuale genitore che suggerisce al figlio durante l’interrogazione sta interrompendo un pubblico ufficiale (la docente) nello svolgimento della sua funzione, e si presta a fare una pessima figura, perché la docente quasi sempre si rende conto di cosa accade, e deve intervenire. Durante una pandemia poi dobbiamo aumentare gli spazi di confronto e dialogo, perché gli studenti possono essere spaventati in un momento di così tanta incertezza. Non si deve aver timore di rispondere “non lo so” per ciò che non si sa, e al contempo si deve far entrare la realtà della pandemia, ragionandoci su. Durante un lockdown io bado anche all’aspetto dei miei studenti: gli chiedo di collegarsi pettinati, sbarbati, vestiti in modo congruo per una lezione, perché so che hanno bisogno di una regola».

Non di minore importanza, anzi, sono le proposte politiche che l’autore auspica per restituire prestigio sociale e autorevolezza alla scuola e alle/agli insegnanti. Quali?
«Il MIUR deve investire MILIARDI di euro nell’aumentare in modo assai significativo le retribuzioni di questi nuovi docenti digitali cui è richiesto di compiere il “salto di paradigma” e poi per dotare ogni istituto – soprattutto quelli di campagna o montagna delle province più piccole – di banda larga e fibra ottica. Non serve più spendere in LIM e computer d’aula: serve pagare questi nuovi docenti almeno 2000 euro netti al mese a inizio carriera e dotarli (come si è fatto in parte con la Carta del docente, ottima innovazione che va perfezionata) dei dispositivi tecnologici necessari alla professione, prevedendo poi scatti relativi non solo all’anzianità di insegnamento ogni triennio ma soprattutto la possibilità di fare carriera all’interno della professione. Premi salariali consistenti devono essere riconosciuti per la dimostrata capacità di aggiornamento e adattabilità. Serve dunque offrire ai docenti una formazione continua e ben organizzata. Serve far capire che questo è diventato un mestiere molto più complesso e delicato di quello che si è creduto fino a ora, che implica un aggiornamento costante lungo l’intero arco della carriera: non solo nei contenuti, ma soprattutto a livello pedagogico e metodologico. Il capitolo 20 del mio manuale offre diversi spunti per ridare prestigio alla classe docente italiana, spiega come si possa aumentarne la retribuzione senza pesare solo sulle casse del Tesoro, copiando delle buone pratiche già attuate in Canada e altrove. Spiego anche come si dovrebbero cambiare i meccanismi di arruolamento, di entrata e di uscita dalla professione, che oggi troppo spesso è affrontata da alcuni colleghi come “il piano B” o l’ultima spiaggia lavorativa: non deve e non può esserlo mai, per nessuno».

Concludendo, come è cambiato il ruolo dell’insegnante durante la pandemia? E come è cambiato il rapporto e la comunicazione con gli studenti durante quella che stiamo vivendo come una vera e propria catastrofe?
«In modo sesquipedale. Le catastrofi storicamente hanno degli effetti macroscopici. Prima spaventano e feriscono psicologicamente tutti o quasi, poi uniscono, poi dividono tutti o quasi. Quando una catastrofe è terminata rilancia, o fa rinascere, risorgere (uso apposta termini storicamente significativi) tutti coloro che ne sono sopravvissuti: i vincitori della catastrofe. Quegli insegnanti che hanno saputo reinventarsi e diventare agli occhi dei loro studenti un nuovo punto di riferimento adulto durante la pandemia, hanno guadagnato in stima e prestigio sociale. Quelli che hanno truffato il MIUR e gli studenti, che si sono negati, che hanno fatto finta di darsi da fare in nome magari del “la Dad non è prevista dal CCLN”, e che hanno lordato la nostra categoria sostenendo che noi non avremmo gli stessi doveri etici e deontologici di medici e infermieri, hanno perso tutto, specie agli occhi dei loro studenti, ma anche di moltissimi loro colleghi e presidi. Questi ultimi però a volte hanno capito che siamo dentro a un salto di paradigma, altre volte no e pretendono in modo errato dai docenti di lavorare quantitativamente gli stessi minuti delle lezioni in aula. Errore immane, perché come ha calcolato Bryan Chapman nel 2010, sono necessarie 79 ore di preparazione per creare ogni ora di didattica digitale dignitosa. Una mole di lavoro aggiuntivo pazzesca, che il MIUR dovrebbe prima o poi retribuire, forse con un una tantum, se fosse pressato da un sindacato che vivesse nel XXI secolo».

Nel ringraziarla per l’autorevole contributo e prima di salutarla, quali suggerimenti darebbe ai docenti per mantenere alta la motivazione degli studenti, come dare e ottenere rispetto?
«Ho dedicato diversi capitoli del mio manuale ai temi della motivazione, del coinvolgimento degli studenti e al rispetto reciproco, che è essenziale. Direi che ci vuole autorevolezza e non autorità. L’autorevolezza deriva in parte dal proprio carisma, dalla empatia che si sa trasmettere, dalla passione che si ha nell’insegnare e dalla serietà che si offre. Faccio un esempio pratico: se in una classe si ha una maggioranza di allievi che rifiuta di collegarsi con la videocamera accesa, anche dopo che si è chiesto con dolcezza di accenderla, si deve mostrare un po’ di polso: si dichiari che senza videocamera accesa non si possono fare lezioni sincrone, ma solo asincrone. In queste lezioni asincrone, si carichino gli allievi di lavoro di tipo creativo, di quello che non si risolve con un copia-incolla. Vedrete come, alla volta dopo, gli allievi chiederanno di tornare alle lezioni sincrone e tutti avranno le videocamere accese».

 

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