La scuola è morta? Verso un modello educativo post-scolastico internet based. Conversazione con Orazio Niceforo

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Giornalisti che intervistano altri giornalisti, fa sempre un po’ ridere. Così ci avevo pensato parecchio prima di inaugurare con Orazio Niceforo, redattore di Tuttoscuola e docente universitario all’Università di Roma “Tor Vergata”, la galleria del nostro giornale dedicata a personalità eminenti del mondo della scuola.

Esperto di sistemi educativi, responsabile scuola del PSI dal 1978 al 1993 e autore di numerosi saggi (l’ultimo esce proprio in questi giorni per i tipi di Universitalia, Da Gelmini a Fedeli), Niceforo continua a setacciare con scrupolo gli ultimi sviluppi della ricerca didattica e di tutte le discipline che oggi le apportano un contributo significativo, dall’ingegneria, alla biologia molecolare, alle neuroscienze.

Un collega col quale riesce difficile, se non quasi impossibile, perdersi nei tecnicismi dei decreti, in una contingenza troppo spicciola, ma col quale è bello avventurarsi a discutere di molto altro.

Non è semplice ricostruire da dove siamo partiti e dove siamo arrivati, in questo dialogo.

La prima domanda che gli ho rivolto lui in qualche modo l’ha ricondotta a un testo scritto da Everett Reimer agli inizi degli anni Settanta, La scuola è morta, già solo dal titolo, così imbevuto di decostruzione e relativismo, premonizione di una crisi irreversibile dell’istituzione educativa, accelerata oggi in maniera iperbolica dall’intreccio con l’economia, col lavoro, con l’industria 4.0.

Così il discorso ha virato verso il tema dell’alternanza scuola-lavoro, un’intuizione giusta per Niceforo, “un’idea strategica lungimirante nelle mani di una classe politica non del tutto adeguata, che probabilmente non ha riflettuto abbastanza sul fatto che il sistema duale tedesco – che si vuole emulare e in qualche maniera addirittura superare – non è stato un’invenzione della politica, ma è nato da un bisogno specifico delle aziende che, dotate di reparti di ricerca e sviluppo ben più attrezzati di quelli che possono offrire le piccole e medie realtà italiane, ne curano capillarmente progettazione e realizzazione”.

Sappiamo bene che da noi le cose, almeno per ora, vanno al contrario: sono le scuole a immaginare, progettare, contattare le aziende, con un enorme aggravio di compiti e di responsabilità per i docenti, spesso costretti a improvvisare percorsi di alternanza con strutture non sempre pienamente adeguate. “Un rischio che senz’altro c’è ed è più forte in alcune aree del nostro paese – chiosa Niceforo – ma che non deve farci desistere dall’idea che è giunto il momento di sanare la frattura idealistica tra fare e pensare. Basta scandalizzarsi di fronte a liceali che fanno i panini da Mac Donald’s: così capiranno che il mondo è fatto di persone che fanno anche questo e che tutti abbiamo bisogno anche di questo”. Quasi una formazione di compromesso che permette il ritorno di un represso maoista, per dirla con Freud. Resta sempre da capire perché mai questi bei campi di lavoro non possano essere svolti l’estate, come pare si debba fare nelle sperimentazioni dei licei quadriennali…

Il mio interlocutore da questo momento ha continuato a riferirsi alla scuola, quella presente e quella del futuro, come a un luogo dove le persone matureranno, innanzitutto, competenze utili nel mondo del lavoro, un gigantesco addestramento professionale che rischia di tagliare i ponti in maniera abbastanza netta, insomma, col modello universalistico della conoscenza che affonda le sue radici nel pensiero aristotelico e tomistico e che ha informato e permeato la scuola e l’università per quasi quattro secoli. D’altra parte per Niceforo “i sistemi scolastici sono costrutti storico-sociali che hanno un inizio e possono avere anche una fine, in più presto tutto lo scibile umano sarà contenuto in un database”, così le conoscenze – ma queste sono parole mie – di matematica, astronomia, filosofia ect ect saranno al sicuro e la scuola potrà finalmente liberarsi dell’assillo della trasmissione (mi domando se sia questo il corollario che tutti sottintendono quando parlano della conoscenza inscatolata negli archivi della rete).

Su un altro piano proseguono anche le ricerche su come migliorare le prestazioni cognitive degli individui anche su base medica, sfruttando la biologia molecolare e l’ingegneria virtuale” continua il Professore.

Sarà l’età, sarà l’aver visto un Paese sconquassato tra Prima e Seconda Repubblica eppure ancora a galla, i ricordi d’infanzia di una Milano ancora in macerie, quando ai bambini scoppiavano le mine in mano. Se ce l’abbiamo fatta a riprenderci da quel disastro, non possono farci paura due hamburger, non possiamo inventarci nuove Colonne d’Ercole”.

Mi stupisce la sua serenità apollinea, mentre io ho appena firmato un appello che rispedisce al mittente la maggioranza delle innovazioni introdotte dall’ultima riforma, nella convinzione che la scuola debba continuare a rimanere quello che, nonostante tutto, è stata finora, luogo di paideia integrale che aiuta gli uomini a diventare cittadini, a sviluppare le loro capacità relazionali in un dialogo continuo tra passato e presente, anello essenziale per la crescita civile e morale dei popoli.

Mentre noi dovremmo chiederci più spesso e più acutamente quale sarà il prezzo culturale e sociale, a lungo termine, del declino degli studi umanistici in Occidente – come ha fatto in un lungo articolo uscito la settimana scorsa sulla LA Review of Books il professor Richard Eldridge, curatore della serie degli ‘Oxford Studies in Philosophy and Literature’ – constatiamo giorno per giorno che il nostro Paese ha deciso di allinearsi al mainstream delle “capacità certificabili e spendibili sul mercato“: oltre all’Alternanza Scuola-Lavoro, l’attuale Ministro detta giorno per giorno, quasi in maniera compulsiva, linee guida che incoraggiano l’invadenza delle nuove tecnologie. E chissà, allora, se in questo futuro più o meno vicino ci sarà una vera libertà di scelta, se ce la farà a sopravvivere un sistema alternativo – forse privato? Forse solo per i più ricchi o per i più intelligenti? – in grado di continuare a erogare una formazione alta, che accetterà la sfida di formare personalità scomode. Le risorse, come la cultura, in mano a pochi. Sarà un mondo più stabile? Come pensano, però, i fautori del nuovo corso che si possano assicurare pace e coesione sociale se l’istruzione non è più educazione, se diventa proprio un semplice avviamento al lavoro?

Niceforo risponde che all’apprendimento della Storia dovrebbe essere assegnato, allora, un ruolo più centrale – tanto da farla assurgere davvero al ruolo di magistra vitae – e pazienza se saranno in pochi a saper decodificare una fonte sulla Rivoluzione Francese o sulla Seconda Guerra Mondiale. “Ci penserà la realtà virtuale a rendere tutto più coinvolgente, specie quando i costi di produzione dei nuovi format caleranno, anche se occorrerà fare i conti con il rischio, temo, di semplificazioni e mistificazioni. Ma la transizione verso un modello educativo post-scolastico internet based, flessibile e personalizzato, mi sembra ineluttabile”.

Dopo questa chiacchierata durata quasi tre ore, mi sembra di aver fatto un viaggio nel futuro e mi rimane il dubbio di non avere ringraziato abbastanza il mio ospite per avere accettato di raggiungermi in un quartiere dove il pomeriggio trovare parcheggio è un’impresa quasi impossibile.

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