La scuola, la mia condanna e la mia liberazione. Lettera

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Inviato da Paola Matania – A 52 anni ho deciso di passare all’insegnamento nella scuola primaria.

Molte persone hanno accolto con curiosità la mia scelta, abbastanza insolita data l’età. Per me tutto ha un senso…

Timida e un po’ impacciata è vero, ma risoluta. Questa sono io. Ricordo la mia prima ribellione. Contro mio nonno, che ci accusava di fare troppa confusione in casa. In tre eravamo bambini docili ma vivaci, come è giusto che sia… Per questo organizzai un’autentica manifestazione: un piccolo corteo che a passo d’uomo percorreva il corridoio di casa, ripetendo con voce meccanica: ”Mummie egiziane, mummie, a rallentatore!”. Potevo contare sull’assoluta fedeltà dei miei fratelli, e fu così che il nonno si rassegnò a non rimproverarci, seppure a malincuore. Erano gli anni delle elementari, la storia egiziana mi affascinava tanto, e poi ero al mio secondo traguardo importante! Oltre ad aver contrastato l’incontestabile nonno paterno, autorità indiscussa in casa più di mio padre, mi ero liberata dell’ostacolo più arduo dei primi due anni di scuola, la maestra amica di mia madre!!! Complice la timidezza e l’esigenza prioritaria di approvazione, mi ero guardata bene dal confessarle che non vedevo nulla di quanto scritto alla lavagna.

Ero nell’ultima fila di banchi, messa per dare il buon esempio agli incontrollabili monelli di classe. E così un giorno, dopo una fitta conversazione a casa della maestra, della quale non percepii altro che la sua ansia e la pena di mia madre, sentii risuonare in aula, come una sorta di annuncio che per me equivalse ad una condanna, poche parole, in tono chiaro e sbrigativo: “Siate pazienti bambini, dobbiamo imparare lentamente, perché c’è Paola, che arriva a comprendere sempre dopo quello che viene spiegato in classe!”… Da quel momento in poi, l’inizio della fine! Silenzi, occhiate di compassione e soprattutto… Il baratro per me, il precipizio infinito: l’indifferenza della maestra… Non chiedermi nulla, non aspettarsi nulla da me sembravano proteggerla, nascondere ai suoi occhi il mio annunciato fallimento. Da luogo piacevole di incontro e di scoperte, la scuola divenne per me manifesto di incapacità e impotenza. Volevo combattere per dimostrare che comprendevo, seguivo le lezioni come gli altri compagni, ma lei, la mia impeccabile, truccatissima e inappuntabile maestra, col suo profumo inconfondibile di prato fiorito, aveva ormai scelto di commiserarmi a tempo indeterminato, incoraggiandomi sì, ma in tono minore, senza convinzione. La vita è imprevedibile però, può inspiegabilmente stravolgere le situazioni. Così fu per me, in terza elementare. Arrivò lei, Biancamaria, come dimenticare il suo nome! Una mattina, nel corso di una correzione in classe, mi fissò a lungo, senza parlare. All’improvviso vidi i suoi grandi occhi scuri accendersi di un marrone nocciola.

“Non solo capisci, sei proprio brava!” Ricordo i miei occhi bassi spalancarsi senza ritegno, ricordo il respiro mancare e un filo di voce dire al mio posto: “Sì, ho capito la spiegazione”. Poi la felicità fece il suo ingresso. Veramente esplose dentro di me, infiammandomi il volto di emozione. Da quel momento in poi non è mancato ostacolo che non volessi superare, sfida che non desiderassi accettare, sempre in silenzio e col profilo basso però, “rimanere indietro” poteva ritornare! Questa paura non mi ha mai lasciata. Ho speso tempi lunghi a capire quale fosse la mia strada, sempre terrorizzata dall’eventualità di sbagliare, di rivelare al mondo che in realtà “arrivo sempre dopo a comprendere”. In questo senso i miei primi due anni di scuola sono stati una condanna. Eppure la scuola mi ha liberata, grazie a Biancamaria e a tutti gli altri specialissimi insegnanti che ho avuto la fortuna di incontrare. Alcuni tra loro mi hanno seguita negli anni, hanno apprezzato la mia persona e potenziato le mie attitudini. Ricordo ancora il mitico professore di Latino emozionarsi alla mia seduta di laurea, e tutti i biglietti di auguri che nel tempo ci siamo inviati. E la professoressa di Lettere, che mi consegnò in aula un braccialetto appartenuto a sua madre prima di discutere la tesi. A questa scuola, frutto di sensibilità e passione, devo quello che sono nella vita e tutto quello che ho imparato. In questo tipo di scuola credo fortemente, perché mi ha insegnato il valore dell’accoglienza, del rispetto per ciascun studente, dell’attenzione al suo modo di essere e sentire. La mia condanna mi ha portato alla liberazione.

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