La scuola e il mondo alla rovescia. Lettera

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Silvia Parigi, Dirigente Scolastico – Un anno fa, ferveva il dibattito sulla DAD, con intensità analoga alle dispute che i logici stoici intessevano sulla verità delle proposizioni condizionali: persino i corvi sui tetti, secondo Callimaco, gracchiavano, confrontandosi su quel tema.

Un anno dopo, la domanda che ricorre di bocca in bocca, rimbalza dai cancelli delle scuole all’interno delle aule e domina le chat più roventi è: “da quanti giorni?”. Da quanti giorni sono stati fatti il tampone, la prima dose, la seconda dose, il booster? Da quanti giorni si è manifestata la positività, e da quanti è avvenuta la guarigione? Da quanti giorni è stato comunicato nella classe il primo, il secondo, il terzo caso? Da quanti giorni è iniziata la DDI? E la DAD? E per quanti giorni ancora si protrarrà? Da quanti giorni è avvenuto il contatto? Più o meno di quarantotto ore? Di quattordici giorni? Di centoventi? E di conseguenza, quanti giorni di quarantena? Cinque, dieci, zero o quattordici?

I professori, romanticamente incuranti dell’infuriare degli elementi nelle aule ben arieggiate, dedicano le loro energie migliori al controllo quotidiano dello stato vaccinale degli studenti, gettando occhiate fugaci sugli schermi degli smartphone, per non incorrere negli strali del Garante della privacy, e freneticamente calcolano: “da quanti giorni?”. Non senza timore, benché da un anno a questa parte si siano vaccinati: fiduciosi o dubbiosi, per tre volte si sono messi pazientemente in fila, senza neppure paragonarsi a Socrate. Con curiosità o con sgomento, hanno alternato didattica a distanza, in presenza e mista, sovente nello stesso giorno, nello sforzo costante di non smarrire il senso del proprio operato, e di mantenere un filo – il filo del discorso, il filo della vita – con ogni studente.

Intanto il preside, o dirigente scolastico – mitologica figura di ircocervo anche in tempo di pace – si è ormai stabilmente trasformato in un impiegato dell’ASL, dedito alla conta delle quarantene – positivi, negativi, guariti (ma da quanto?), contatti stretti (ma quanto? e per quanto tempo?) – senza soluzione di continuità. La meditazione sulla fragilità della natura umana è diventata un dovere d’ufficio. Chiunque poi abbia qualche familiarità con la casistica gesuitica è destinato a non smarrirsi tra le norme che disciplinano la frequenza degli studenti, o la temporanea impossibilità di essa.

Nello sforzo di contrastare un evento imprevisto e imprevedibile, al quale nessuno era preparato e nessuno vuole rassegnarsi, quanti lavorano nella scuola combattono ogni giorno da due anni per adeguare, in quantità e qualità, le connessioni, i dispositivi, le procedure, le metodologie. Nuove parole, e nuovi acronimi, sono entrati nell’uso comune: aerazione, sanificazione, DAD, DDI.
Nessuno può tirarsi indietro, perché tutti “siamo imbarcati”.

È una navigazione rischiosa, che si compie costantemente tra Scilla e Cariddi: tra le circolari ministeriali congiunte e i protocolli dall’ASL, a volte reciprocamente contraddittori, e i divieti del Garante della privacy, invalicabili colonne d’Ercole. La meta, lontana e incerta, è avvolta nella nebbia.

Poiché inquieto è il cuore umano, e ha le sue ragioni, che la ragione non conosce, alcuni tra i più accaniti denigratori della DAD, ritenuta il principio e la causa di ogni male, ora la invocano e la pretendono per i molti studenti variamente impossibilitati a frequentare le lezioni: positivi asintomatici e paucisintomatici, contatti alquanto stretti, stretti e strettissimi, fragili e fragilissimi.

Una mera metodologia comunicativa e didattica, nata da un’emergenza infinita, è stata ritenuta la fonte di ogni discriminazione e disuguaglianza – tecnologica, economica e sociale -, salvo poi apparire un irrinunciabile strumento di inclusione per quanti sono costretti a casa in quarantena.
Di pari passo con le ondate del virus, infuria il dibattito sulla scuola ai tempi del Covid: entusiasmi di segno opposto accompagnano le fasi della pandemia. Le convinzioni degli entusiasti – afferma il filosofo inglese John Locke alla fine del XVII secolo – brillano con la forza del sole a mezzogiorno; la ragione, invece, non fa più luce di una lucciola, o di una tenue candela. Così, quanti cercano rifugio nel poco frequentato “crepuscolo della ragione” scelgono spesso il silenzio.

Sono tempi “cattivi” – letteralmente, perché siamo e ci sentiamo progionieri-; tuttavia, poiché l’ottimismo è l’essenza della pedagogia, la gente di scuola ha fatto propria la massima agostiniana: “cerchiamo di vivere bene e i tempi saranno buoni”, perché “i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi”. Ultimamente, però, abbiamo appreso da scandalizzati articoli di giornale e da gravi riflessioni televisive che proprio noi siamo il problema: i presidi, scellerati Lucignoli, non vogliono aprire le scuole per esecrabile infingardaggine, e vagheggiano il Paese dei Balocchi, mentre gli insegnanti peggio pagati d’Europa svolgono il loro mestiere – peraltro, tra i più rischiosi – per l’esclusivo amore del vile denaro.

Ma questo è il mondo alla rovescia! Nella città di Acchiapacitrulli, Pinocchio si rivolse a un tribunale per avere giustizia; allora il giudice, indicandolo ai gendarmi: “quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro – disse – pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione!”.

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