La scuola di oggi è come quella del primo dopoguerra: corpo docente con età media più alta in Europa e con il peggior trattamento economico. Il ritratto (impietoso) della Fondazione Rocca

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Una situazione di “stagnante immobilismo negli ultimi 20 anni’‘. È quella che descrive la scuola italiana nel rapporto “scuola, i numeri da cambiare” redatto da Fondazione Rocca in collaborazione con l’Associazione treEllle presentato questa mattina a Roma.

L’analisi del volume si concentra sulla scuola primaria e secondaria dov’è i dati mostrano che le debolezze del modello educativo finiscono per amplificare disuguaglianze e disparità sociali. Con il risultato che da oltre 20 anni si è bloccato quell’ascensore sociale che dava speranza di cambiamento economico anche ai meno abbienti, e si è allargata la forbice tre nord e sud.

“Chi ha la fortuna di nascere nella regione giusta o in una famiglia colta e benestante – spiega il rapporto – può ottenere molto dalla scuola e costruire un bagaglio con cui farsi strada all’università e nel mondo del lavoro. Gli altri, per lo più, rischiano di finire ai margini di una società che dipende sempre più dalla conoscenza”.

“I numeri ci dicono che veniamo da 20 anni di immobilismo della scuola, mentre l’età media del nostro Paese è in aumento e assistiamo a un drastico calo demografico – spiega Gianfelice Rocca, Presidente di Fondazione Rocca -. In questa situazione, cambiare la rotta del “transatlantico scuola”, con i suoi 800mila membri dell’equipaggio, gli insegnanti, e 8 milioni di passeggeri è un’emergenza nazionale e deve essere un impegno comune. La sfida, ci dicono i dati, è organizzativa più che economica: necessita un profondo ripensamento di ruoli, gestione delle risorse e percorsi di carriera.

Le quattro Fondazioni riunite oggi mettono a disposizione del Paese un patrimonio di dati prezioso che, auspichiamo, possa essere alla base delle future riforme”.

Spesso si pensa che il problema sia la mancanza di risorse: in effetti, la spesa italiana per la scuola in rapporto al Pil è bassa, appena il 4%, contro una media europea di circa un punto superiore. Ma, secondo il rapporto, è la spesa per studente il dato da considerare in questo contesto, e quest’ultimo è in linea con la media europea, e superiore a Paesi quali Francia e Spagna.

Non solo: molte scuole, specie nel Sud, integrano i finanziamenti ordinari con fondi Pon, arrivando a raccogliere anche 9-10 progetti per scuola. E sebbene l’obiettivo di questi progetti sia spesso legato al contrasto alla dispersione (abbandono scolastico), gli effetti sono miseri anche a causa della distribuzione a pioggia dei finanziamenti, per i quali si chiede solo una rendicontazione finanziaria, tralasciando invece la verifica dei risultati.

Il modello scolastico italiano ha una governance centralizzata praticamente immobile da oltre 100 anni; organi collegiali disegnati nel secolo scorso e un corpo docente con l’età media più alta d’Europa, senza una carriera programmata e con il peggior trattamento economico: motivi che azzerano incentivi verso il miglioramento e il cambiamento, con inevitabili conseguenze sulla qualità della didattica, già depotenziata da spazi scolastici inadeguati e da un patrimonio edilizio spesso troppo datato.

A farne le spese, evidenzia il Rapporto, sono la formazione e gli studenti: solo nell’ultimo anno, circa la metà dei maturandi non ha sviluppato competenze sufficienti in italiano e matematica. “Il peggioramento inesorabile – sottolinea il rapporto – si registra a partire dalle scuole medie, tanto che l’Italia si colloca molto al di sotto delle medie internazionali soprattutto per le competenze di matematica”.

L’immobilismo, prosegue il Rapporto, si traduce anche in una scuola poco incline all’innovazione: pochi istituti sono riusciti a trasformare gli ambienti di apprendimento, complici anche le barriere strutturali e normative che limitano l’autonomia scolastica e dei docenti. In questo panorama critico fanno eccezione due “isole virtuose”: la scuola primaria in cui i livelli educativi raggiunti alla fine della quinta elementare sono in linea con le medie europee e dove non si registra il gap Nord-Sud delle scuole di ordine superiore, e gli Its (istituti tecnici superiori), le scuole di specializzazione tecnica post diploma.

Per “cambiare i numeri”, è stato evidenziato, occorre un profondo processo di innovazione e riorganizzazione. Viene in aiuto lo strumento dell’autonomia scolastica per passare dal sistema piramidale oggi vigente a un sistema flessibile, dove ogni istituzione abbia a disposizione risorse umane e finanziarie, obiettivi da raggiungere con autonomia di progettazione dei contenuti oltre che delle metodologie, del tempo e dello spazio della didattica. Con un sistema di incentivi per il corpo docente e la creazione di una carriera meglio strutturata, con quadri intermedi – il middle management – tra insegnanti e dirigenti. Questi poi dovrebbero associare alla formazione da manager quella di “animatori dell’innovazione”, ispiratori di autonomia nel team di lavoro e nei ragazzi. Il tutto secondo un percorso graduale, cominciando con un’autonomia differenziata e assistita.

Il Pnrr contiene elementi potenzialmente dirompenti. In particolare, il concorso di idee per la progettazione di scuole innovative può consentire di rinnovare il patrimonio scolastico, rendendolo funzionale a un modello educativo maggiormente basato su autonomia, innovazione e pluralismo didattico. Il punto essenziale è che sia la didattica a trainare l’architettura e non viceversa: “sta anche qui – spiega il rapporto – la delicatezza dell’operazione e la sfida che il Ministro dell’Istruzione dovrà affrontare”.

Il focus dedicato agli insegnanti

Esubero del corpo docente. L’Italia, a parità di studenti, ha il numero più alto di docenti in Europa. Il rapporto è di 1 a 11 nella primaria, scende a 1 a 10,5 nelle secondarie. Il dato da rimarcare è che dal 2013 questo rapporto è in costante discesa, ovvero a fronte di un minor numero di studenti cresce quello degli insegnanti. Entrando nel dettaglio, l’organico docente è caratterizzato da un’alta percentuale di personale a tempo determinato, quindi, precario. Nel complesso, più di 4 docenti su 5 hanno un contratto a tempo indeterminato e quasi il 20% svolge funzione di insegnante di sostegno, fissato per legge a livello nazionale in massimo 90.000 unità ma che si incrementa ogni anno con decine di migliaia di posti in deroga. Come confermano i numeri: dal 2017/18 al 2019/20, in soli due anni scolastici, gli insegnanti di sostegno a tempo determinato sono passati da 66.000 a 90.000, sempre tutti precari. Inoltre va considerato che molti scelgono di iniziare a insegnare nel sostegno solo per fruire di una scorciatoia che, dopo cinque anni, dà diritto a transitare nell’insegnamento di una disciplina compatibile con il proprio titolo di studio, e quasi tutti sfruttano questa opportunità.

Insegnanti in età. L’aumento di incarichi a tempo determinato incide sull’accesso alla professione e sull’età media del corpo docente. Infatti, otre ad essere più numerosi rispetto al contesto europeo, gli insegnanti italiani sono anche i più “anziani”: media di 50,2 anni rispetto ad esempio a UK che ha una media di 39,9 anni. Negli ultimi 10 anni questo dato e l’anzianità sono rimasti costanti, seppure sia possibile ipotizzare numeri in espansione a causa della lentezza delle procedure ordinarie di reclutamento per concorso. Le nuove assunzioni, anche se per blocchi consistenti, avvengono infatti a distanza di diversi anni l’una dall’altra, ricadendo ancora una volta su un contesto di precariato. La modalità di accesso alla professione docente rappresenta una delle principali criticità del nostro modello scolastico, producendo effetti patologici.

Una professione al femminile. L’elevata femminilizzazione della professione docente è un fenomeno piuttosto diffuso, ma in Italia si presenta con caratteri più marcati che altrove. Vi sono tutte le premesse per ritenere che l’insegnamento si avvii ad essere esclusivamente al femminile; lo è già di fatto nella scuola primaria e si avvicina ad esserlo an-he nei due gradi della secondaria, in particolare quella di primo grado.

Orari di lavoro. In Italia l’orario contrattuale di insegnamento per docente è sensibilmente inferiore a quello di altri Paesi europei, soprattutto nella scuola primaria (in Francia, gli insegnanti stanno in classe circa il 20% in più). Questo scarto va letto in correlazione con il maggior numero di insegnanti che, a parità di studenti, il nostro sistema utilizza rispetto ad altri Paesi. Ma non solo: gli insegnanti italiani rispetto ai loro colleghi europei guadagnano di meno e non hanno una carriera, ovvero raggiungono il massimo salariale dopo i 39 anni di servizio mentre in Finlandia ad esempio avviene dopo 20, in Danimarca 12, in Belgio 27. 

La percezione professionale. Gli insegnati nonostante tutto sono soddisfatti del proprio lavoro secondo quanto emerge dai dati TALIS (Teaching And Learning International Survey), indagine periodica internazionale dell’OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development) che analizza diversi aspetti dell’attività professionale di insegnanti e dirigenti. L’avverbio ‘nonostante’ è meritevole di qualche considerazione, infatti il percepito degli insegnati potrebbe in qualche modo sorprendere: infatti in Italia quasi il 24% dei docenti lavora a tempo determinato, contro appena il 12% a livello medio e solo il 12% è convinto del prestigio sociale della propria professione (media OECD 26%) e appena il 21% è soddisfatto della propria retribuzione (contro il media OECD 39%), nonostante queste dichiarazioni, ben il 96% degli insegnati si ritiene nell’insieme soddisfatto o molto soddisfatto del proprio lavoro (media OECD 90%).

Una scelta professionale da replicare, nonostante tutto. Gli insegnanti italiani affermano che se dovessero scegliere, tornerebbero a svolgere la medesima professione. Questo atteggiamento può essere spiegato con il ricorso al costrutto del “salario invisibile”, cioè quell’insieme di elementi di contesto che, nonostante tutto, rendono appetibile la condizione docente. Al di là della sostanziale certezza dell’impiego, rientrano tra questi fattori l’assenza di una reale valutazione delle prestazioni, la forte autonomia professionale, la possibilità di una mobilità a domanda pressoché illimitata, la debole competizione sul posto di lavoro e non ultimo l’orario di servizio, che impegna di regola solo metà giornata, offrendo la possibilità di conciliare impegni di tipo familiare o un secondo lavoro (offerta con il part time specialmente a liberi professionisti). Nonostante questi vantaggi, l’indagine OCSE mostra come la professione docente non eserciti grande richiamo fra gli adolescenti: tra gli studenti quindicenni in Italia solo 1,1 su 100 dichiara di voler diventare insegnante, rispetto a una media OCSE di 4,8. Su questo dato incide anche la mancata/scarsa possibilità di carriera, dovuta all’assenza di meccanismi di valutazione, invece trainanti nel mondo produttivo.

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