La scuola della DaD vista dal dirigente scolastico Valeria La Paglia: proposte per vincere la scommessa

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“Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere” scrive François Rabelais. E possiamo assolutamente ritenere che, questo momento complesso per la vita del nostro Paese, ha riacceso davvero la miccia della sperimentazione, della ricerca, la voglia di documentarsi e di scommettere sul nuovo, pur nella consapevolezza che il rapporto fisico, l’aula e le lavagne, rimangono insostituibili ma non per questo limitanti l’azione didattica in questo momento storico.

“Questa avventura è stata ed è certamente più difficile se la si vive da dirigente scolastico: il proliferare della normativa, le mutate esigenze degli utenti e dei docenti, la chiusura fisica della scuola, la connettività, la distanza. Accanto a ciò, le paure dei primi giorni, il senso di vuoto e il silenzio assordante, la campanella muta a inizio e a fine giornata, le dinamiche relazionali profondamente modificatesi, una quotidianità praticamente senza più una scansione temporale, la complessità delle scelte e le numerosissime difficoltà. Ma più importanti sono state le tante scommesse vinte, la ritrovata abitudine alla sperimentazione e al confronto, le numerosissime proposte di oggetti di apprendimento fruibili dai più piccoli alunni della scuola dell’Infanzia ai “grandi” della scuola Secondaria. È cambiato tanto davvero in questi due mesi, e ancora c’è parecchio da fare e molto ancora cambierà. Abbiamo voluto ripercorrere questo lungometraggio della vita della scuola al tempo del COVID-19 insieme alla giovane dirigente scolastico, la professoressa Valeria La Paglia, alla guida dell’istituto comprensivo statale “Renato Guttuso” di Villagrazia di Carini, in provincia di Palermo, a pochi chilometri dal capoluogo siciliano. Un viaggio reso ancora più affascinante dalla Sua voglia di fare e dall’insaziabile desiderio di una scuola più adatta alle esigenze di tutti e di ciascuno.

1. Pensando al primo giorno di chiusura, quali fotogrammi le scorrono davanti e a quali paure ha dovuto far fronte da donna, da mamma e, principalmente, da dirigente scolastico?

“Il primo pensiero è stato senz’altro quello di individuare le modalità per assicurare la “tenuta del sistema”, la garanzia e la qualità del servizio di istruzione, con la consapevolezza di non poter disporre di spazi, tempi, modalità e strumenti soliti. Ma anche il timore che ne risentissero le relazioni nella comunità scolastica, a vari livelli, tra docenti e alunni, docenti e famiglie, tra il Personale tutto, tra la scuola e il territorio. Si è resa necessaria un’immediata, veloce ricognizione delle effettive possibilità, per tutto il Personale, di lavorare a distanza, anche tenendo conto di eventuali difficoltà o di esigenze particolari, con la certezza che una revisione dell’organizzazione del servizio, sia per gli uffici, sia per l’azione didattica, avrebbe comportato flessibilità oraria, ambienti di lavoro virtuali, nuove modalità di comunicazione e di condivisione delle azioni negli ambiti amministrativo, organizzativo, didattico, un “insolito coordinamento”. E ancora, ha rappresentato una preoccupazione il pensare fino a che punto il nostro intervento, con le nuove modalità, avrebbe “attecchito” nel contesto sociale e culturale in cui opera l’istituto, nella eterogeneità delle situazioni familiari e nei “contesti tecnologici” delle stesse, nelle situazioni di marginalità sociale (la nostra è una scuola situata in “area a rischio”).

Da donna e da cittadina ho subito pensato al possibile profilarsi di una crisi sociale, economica, culturale, alla difficoltà che tutti avremmo avuto nel riadattarci, nel raggiungere un nuovo assetto, nella nostra vita personale e professionale e nel nostro Paese; allo smarrimento che avrebbe determinato l’inevitabile isolamento sociale.

Da mamma credo di avere avuto i timori di tutti i genitori: il cambiamento che la situazione avrebbe portato nei ritmi familiari, gli stati emotivi dei nostri figli, lontani dai loro compagni, per quelli in età scolare, dai loro amici, lontani dall’ambiente scolastico che rappresenta il principale contesto di relazione sociale, dagli affetti familiari, quelli dei nonni, ad esempio”.

2. La “normalità della vita scolastica”, le aule e i banchi, le lavagne e le Lim, le lezioni in presenza, il vociare degli alunni e i docenti dietro la Sua porta. Tutto questo vinto dalla “Didattica a Distanza” giunta, nelle scuole italiane, senza progetti sperimentali, lunghi collegi dei docenti e difficili condivisioni. Possiamo sintetizzare così quello che è accaduto?

“Siamo stati catapultati in una realtà che forse neanche il più fantasioso narratore avrebbe potuto immaginare. Devo dire che più che il porsi il problema di non avere fatto sperimentazioni o lunghi collegi, hanno prevalso, nel Personale della mia scuola, il dovere morale, la responsabilità del ruolo educativo che la scuola riveste, le finalità istituzionali e i principi costituzionali che connotano il nostro lavoro, l’impatto che una minore presenza nella vita dei nostri alunni avrebbe avuto sul loro stato emotivo, sulla loro formazione. Tutto questo ha fatto sì che la scuola, senza soluzione di continuità, nonostante la condizione di disorientamento che ha caratterizzato i primi tempi, sia riuscita ad attivarsi per raggiungere tutti. I docenti hanno messo in campo le loro competenze pedagogiche utilizzando, nella fase iniziale, tutti gli strumenti possibili, condividendo le risorse, attuando un’estemporanea autoformazione attraverso il prezioso contributo delle figure esperte della scuola, come l’animatore digitale, condividendo le soluzioni. Tutto ciò per non lasciare che i nostri alunni avvertissero, neanche per un momento, un allentarsi della “presa della scuola” nelle loro vite. Il pensiero è andato immediatamente soprattutto agli alunni con Bisogni Educativi Speciali; sono state adottate le modalità più efficaci, avvalendosi della indispensabile collaborazione dei genitori, affinché a tutti fossero date stesse opportunità e nessuno rimanesse indietro. Nel frattempo, siamo pervenuti ad una più funzionale organizzazione, con l’utilizzo delle piattaforme didattiche che hanno garantito una maggiore interazione con gli alunni”.

3. Collaborazione tra studenti e docenti, la scelta dei portali online, l’adempimento dei doveri scolastici, il materiale didattico, le video lezioni, le numerose richieste dei genitori. Cosa ha garantito di più il contatto attivo ed efficace tra scuola e alunni? Come sono cambiate le dinamiche relazionali al tempo del Coronavirus tra i diversi attori della scuola?

“L’emergenza ha, di fatto, accresciuto l’importanza del servizio scolastico. Dopo l’iniziale smarrimento, la scuola ha saputo conferire normalità ad una situazione in cui sono saltate tutte le routine, compiendo una lucida analisi, trovando soluzioni semplici a un problema complesso e comunicandole in modo chiaro e rassicurante alle famiglie. L’alleanza educativa scuola-famiglia, nonostante la distanza, si è rinsaldata e così il rapporto di fiducia e la corresponsabilità. Abbiamo “mantenuto viva la comunità”, abbiamo saputo parlare un linguaggio nuovo, ma unitario e condiviso e questo ha tranquillizzato le famiglie e gli alunni; abbiamo sempre tenuto ben presente la necessità di alimentare la motivazione negli alunni, fornendo adeguati feedback alle loro attività, di mantenere le relazioni interpersonali, di continuare a costituire punto di riferimento per loro e presidio per il territorio. Abbiamo gradualmente migliorato l’interazione con i nostri bambini e ragazzi, attraverso l’uso di piattaforme didattiche, per continuare anche ad assicurare loro la percezione dell’essere gruppo classe e di adottare un approccio cooperativo. Al di là dello svolgimento delle attività sincrone o asincrone (noi attiviamo entrambe le modalità) i docenti hanno parlato con gli alunni, li hanno informati, li hanno ascoltati nelle loro paure, nei loro stati d’animo, hanno instaurato una relazione educativa empatica capace di “normalizzare” una situazione che riveste carattere di eccezionalità. Altrettanto efficacemente si sono delineate le interazioni tra tutto il Personale della scuola”.

4. Come è cambiata la quotidianità del suo istituto?

“È una quotidianità caratterizzata da maggiore flessibilità. Tutti lavoriamo da casa e tutti siamo investiti da maggiori responsabilità. Abbiamo digitalizzato il più possibile le attività per rispettare le misure restrittive previste; l’attenzione e la concentrazione sono senz’altro puntate sulla qualità del servizio, sulla vicinanza all’utenza, per la quale siamo sempre raggiungibili telefonicamente o tramite e-mail, sul raggiungimento degli obiettivi e sul risultato. Il raccordo costante tra di noi, il coordinamento delle azioni di tutto il Personale, sono garantiti attraverso contatti frequenti durante l’arco della giornata. L’utilizzo “forzato” della tecnologia a tutti i livelli è divenuto occasione per dare una spinta all’attività amministrativa e didattica. L’emergenza, che ha scardinato le nostre certezze e modificato del tutto le nostre abitudini, ci ha costretti a metterci in discussione, ma anche in gioco e anche i più scettici o i più timorosi hanno saputo superare le paure e le ritrosie. Posso dire che la nostra quotidianità digitale è efficiente e che l’utenza trova risposta”.

5.La normativa in evoluzione l’ha costretta a riprogettare tutto, a riorganizzare la scuola, anche a rivedere molto della regolamentazione d’istituto. Come ha vissuto, da dirigente, questa corsa contro il tempo e questo nuovo pianificare tutto?

“È stato impegnativo, frenetico, ma le istruzioni operative e i chiarimenti forniti, di volta in volta, dal Ministero dell’Istruzione, mi hanno consentito di operare con maggiore sicurezza. È stato importante, soprattutto, in occasione di ogni aggiornamento normativo, curarne la comunicazione attraverso la diffusione sul sito dell’istituzione scolastica, a beneficio del Personale della scuola e delle famiglie; accompagnarla con circolari esplicative, disposizioni per il Personale, suggerimenti per le famiglie. Fondamentale è risultato organizzare e coordinare momenti di confronto sulla corretta interpretazione delle indicazioni fornite, sulle prerogative decisionali della scuola in relazione alla sua autonomia, sull’analisi “costi/benefici” di ogni decisione presa, sulle conseguenze che ogni atto gestionale, inedito, vista la situazione, avrebbe avuto sul benessere dell’organizzazione, sulla motivazione del Personale, sull’efficienza del servizio, sulla percezione dell’utenza, sull’immagine della scuola nel territorio”.

6. Gli organi collegiali e la partecipazione democratica alla vita della scuola. È cambiato qualcosa? Come è riuscita a coinvolgere tutti?

“La partecipazione democratica alla vita della scuola è, a mio avviso, la vera forza della comunità scolastica. In un momento in cui non è possibile incontrarsi, l’esigenza del confronto e il concetto di collegialità sono stati sentiti in maniera ancora più pregnante, proprio per la necessità di pervenire a decisioni e strategie condivise, di portare a sintesi le iniziative, di ricondurre a sistema le azioni. Ho lavorato, prima di tutto, con i miei più stretti collaboratori e con le figure di sistema, attraverso contatti frequenti e condivisione delle decisioni, avvalendomi dei contributi di tutti anche, talvolta, dovendo scardinare timori e diffidenze rispetto all’efficacia di questo nuovo modo di fare scuola. Poi sono seguite le riunioni per consigli di classe, interclasse e intersezione, naturalmente, anche queste a distanza, durante le quali le riflessioni condotte e le soluzioni trovate sono state veicolate e, quando necessario, modificate sulla scorta di ulteriori, preziosi suggerimenti. Infine, siamo arrivati alla convocazione del collegio dei docenti e del consiglio di istituto alle quali la partecipazione è stata completa e fattiva. La riunione del Consiglio di Istituto ha registrato una partecipazione dei genitori consapevole, motivata e propositiva, ha rafforzato il senso di appartenenza e l’immagine della scuola come presidio nel territorio. La scuola si è dotata di un regolamento per le riunioni a distanza degli organi collegiali”.

7. La scuola solidale è una sua idea. Come fare fronte alle molteplici esigenze d’una utenza impreparata a fronteggiare questa emergenza che da sanitaria è diventata, per molte famiglie, anche economica?

“La più grande preoccupazione è stata che questa situazione e la necessità di raggiungere i nostri alunni, con modalità la cui fruizione è fortemente legata al background proprio di ogni nucleo familiare, potessero amplificare le sacche di differenza sociale e culturale. Come dicevo, la scuola è collocata in “area a rischio” e il timore che il lavoro svolto quotidianamente per contrastare la dispersione scolastica e i fenomeni di abbandono, potesse essere vanificato da una situazione che rischiava di essere “liquida” e, quindi difficilmente, controllabile, è stato concreto. Per questo è risultata di fondamentale importanza la rete che la scuola ha mantenuto e, anzi, ulteriormente potenziato, con gli altri servizi con gli altri attori del territorio, in particolare l’Osservatorio di Area sulla dispersione scolastica, il Sindaco ed i Servizi Sociali del Comune, le Forze dell’Ordine, le istituzioni religiose ben radicate nel territorio. Attraverso una collaborazione interistituzionale sinergica, stiamo riuscendo a fare fronte alle situazioni più critiche (alcune delle quali già da prima alla nostra attenzione), ad attuare una presa in carico distribuita delle stesse, a ridurre il rischio del determinarsi di fenomeno di dispersione digitale. Dal canto suo, la scuola, attraverso le figure preposte al monitoraggio delle situazioni a rischio, è in grado di fornire un report puntuale delle azioni introdotte per scongiurare il determinarsi di “dispersi digitali”, attraverso strategie didattiche mirate ed un controllo serrato e costante della partecipazione alle attività da parte degli alunni. Ci siamo attivati, grazie anche ai contributi statali, per fornire device a tutti gli alunni sprovvisti, con una particolare attenzione alle situazioni di disagio socioculturale, per ridurre le situazioni di digital divide, ed agli alunni con disabilità e altri B.E.S.”.

8. Quali sono stati i problemi più complessi da affrontare e con quali difficoltà è riuscita dare una risposta?

“La resistenza al cambiamento. Si sono scontrati due sentimenti: la consapevolezza di dovere dare risposte all’utenza e di dovere garantire il servizio di istruzione e la paura di dover rivedere completamente la modalità di erogazione del servizio per gli uffici e le modalità didattiche in relazione ai nuovi ambienti di apprendimento. Il modello classico della scuola è stato messo in crisi e, inizialmente, per i meno avvezzi alla tecnologia ha prevalso la paura di dovere abbandonare modalità tradizionali, già rodate, della didattica, di dovere ridefinire le priorità, essenzializzare il curricolo, ripensare i tempi, le metodologie e la valutazione, trovare supporti specifici e personalizzati. Tutto questo è stato reso più complesso dalla “distanza”; per questa ragione è stato importante, da subito, trovare occasioni di confronto e di riflessione. Molti, tra i docenti, hanno manifestato la necessità di essere guidati, anche rassicurati rispetto a questo nuovo approccio. Dal confronto serrato sono scaturite la capacità di trovare nuovi equilibri e risposte idonee alle esigenze imposte dal momento, la consapevolezza che questa modalità di lavoro, più di ogni altra, consente di lavorare sulle competenze, di valorizzare i talenti e le peculiarità di ogni alunno, di attuare un continuo problem solving, da entrambe le parti. In questo modo, gradualmente, si è sviluppato in tutti gli attori un approccio più sereno, si sono trovate soluzioni creative, si è maturata la necessaria resilienza.

Permangono ancora alcune resistenze. L’unico modo per verificare l’efficacia dell’intervento posto in atto è un costante controllo dell’azione didattica, un monitoraggio continuo delle ricadute ed una revisione costante dei successivi interventi, con i necessari, eventuali, aggiustamenti, nell’ottica della flessibilità e della riprogettazione dell’intervento didattico ed educativo nonché dell’accompagnamento dei percorsi personalizzati”.

9. Le lezioni sono ripartite da remoto e la scuola è rimasta chiusa, la campanella è un suono che manca a molti. La scuola è, soprattutto, condivisione, confronto e dibattito. Perché si cresce insieme. Quanto sperimentato, con forza e per necessità, pensa possa rimanere patrimonio della scuola per alcune attività? C’è un messaggio che vorrebbe lasciare ai nostri lettori?

“La campanella manca a tutti perché scandiva le nostre mattinate e il nostro stare insieme a scuola. Certamente la scuola non sarà più la stessa. La crisi è diventata risorsa, il cambiamento occasione di crescita umana e professionale e la sperimentazione patrimonio per i prossimi anni. Sono certa che il cessare dell’emergenza non cancellerà la consapevolezza che la DAD può costituire una vera estensione dell’azione didattica anche in condizioni di normalità. Fino a questo momento il ricorso alla tecnologia era stato praticato soltanto da docenti che avevano voluto “scommettere” sulla sua efficacia, la maggioranza era rimasta non coinvolta se non, addirittura, scettica; di contro, anche nelle famiglie, i mezzi tecnologici, quando presenti, erano spesso stati visti come strumenti di svago. Di conseguenza non si erano maturati il necessario entusiasmo e la necessaria fiducia nell’utilizzo delle tecnologie in seno al processo di insegnamento-apprendimento. Ora ne è chiara la valenza educativa, il supporto alla crescita ed all’acquisizione di competenze digitali, all’approccio autonomo e critico, seppure guidato, allo sviluppo di competenze trasversali; ne è chiara l’efficacia per gli alunni che manifestano “insofferenza” nei confronti della didattica tradizionale e che, magari, in un compito di realtà rivelano competenze che mai avremmo sospettato; ne è chiaro l’apporto ai processi di apprendimento per gli alunni con bisogni educativi speciali. Il continuare ad integrarla con la didattica delle aule farà emergere nei nostri ragazzi atteggiamenti proattivi, che privilegeranno la creatività e l’originalità, il lavoro cooperativo, l’imparare ad imparare.

Quello che resterà è anche il bisogno di formazione, sempre più specifica, sempre più approfondita, sugli utilizzi della tecnologia nella didattica, e dovrà essere prioritario favorirla all’interno delle comunità professionali; resterà anche l’abitudine alla sperimentazione ed al confronto per individuare strumenti di condivisione, proposte di oggetti di apprendimento fruibili dai più piccoli alunni della scuola dell’Infanzia ai “grandi” della scuola secondaria.

Si modificherà tutto nella scuola: i rapporti tra docenti e alunni, tra il personale, ma anche i rapporti tra docenti e genitori. Sa quanti genitori ci hanno manifestato la loro gratitudine per il ruolo educativo, sociale ed affettivo che i docenti hanno saputo continuare a ricoprire nella vita dei loro figli? E quanti docenti, di contro, hanno trovato nella collaborazione dei genitori il supporto necessario per continuare ad incidere efficacemente sulla vita dei ragazzi? E non solo, sa come si sono rinsaldati i rapporti tra tutto il Personale nella necessità di doversi raccordare anche più del solito e non frettolosamente, come, a volte, avviene nei ritmi frenetici della giornata lavorativa, ma con i dovuti tempi di analisi e di valutazione?

Credo che questo genere di approccio, unitamente alle nuove modalità di lavoro, continueranno a connotare il nostro operato, quando, finalmente, torneremo al “fragore” delle aule”.

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