La scuola come incubo neoliberista. Lettera

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Inviato da Fabrizio Valenza – Ho avuto un incubo questa notte. Siccome prima di iniziare a lavorare nella scuola, ero dipendente bancario, il malessere esistenziale che un tempo mi portò a licenziarmi allo scopo di migliorare la qualità di vita dev’essermi rimasto dentro. Stanotte, però, si è ripresentato. Quando mi sono svegliato, poi, ho capito come stavano davvero le cose. Andiamo per gradi. Ecco l’incubo che ho avuto.

Iniziavo a lavorare a scuola e, sulle prime, il lavoro di insegnante mi piaceva, andava tutto bene soprattutto perché c’erano molte risorse a disposizione: al centro dell’insegnamento c’erano i bambini, la collaborazione con le colleghe e i (pochi) colleghi era serena perché l’intenzione di tutti era quella di fare il meglio per i nostri piccoli affidati. E dentro di me pensavo (lo sapete come sono i sogni: succedono cose che altrimenti non accadrebbero mai), pensavo che anche quando avevo iniziato a lavorare in banca, la situazione si era mostrata tutto sommato ottimale. Sebbene quel lavoro non mi fosse piaciuto nemmeno un secondo, se non altro c’era attenzione alle persone, si vendevano i prodotti che in effetti interessavano loro e si cercava di avere cura del cliente, perché il benessere del cliente faceva anche il benessere della nostra banca.

Ben presto, però, il clima nella scuola iniziò a cambiare. Le risorse destinate alla nostra scuola diminuivano e il principio di economica in un periodo di vacche magre prevaleva sempre di più sul diritto all’educazione. Qualcuno ci tagliava i soldi per il materiale di facile consumo, ci bloccava gli stipendi e impediva perfino di fare fotocopie, necessarie al lavoro con i più piccoli o per una didattica quotidiana. La stessa cosa (mi dissi ancora una volta con il pensiero, mentre lavoravo tra bambini e maestre) era accaduta quando ero in banca: alla fine, i soldi scarseggiavano pure lì per la crisi economica che in Italia aveva iniziato a mordere. Per far fronte alle sempre minori liquidità disponibili, si era deciso di ragionare come nel mondo della moda degli anni Settanta, altro periodo in cui l’economia andava male. I famosi “tinti in capo” della Benetton: si preparava una tipologia minima generica di vestiario non colorato, che poi veniva eventualmente modificata con i colori alla bisogna. Insomma, una modalità al ribasso, fatta apposta per evitare sprechi. E cosa stava succedendo nella scuola? Che si sceglieva di creare un grande “tinto in capo”, chiamato PTOF, più o meno uguale in ogni scuola dell’intera Italia, tranne ovviamente piccole note di colore locale, ed eventualmente lo si adattava in seguito con una pluralità di progettazioni necessarie a declinare sulla contingenza quanto era stato previsto sul medio periodo di tre anni con il PTOF. Ecco dunque il POF e poi i piccoli progetti da scegliere e applicare ogni anno: ciascuno, ovviamente, pensato per rendere più lustra la scuola. L’attenzione ai bambini e alle bambine diminuiva progressivamente, perché la didattica va costruita dal basso, ritagliandola sui bambini, e non viceversa: c’era qualcos’altro di più urgente a cui pensare, qualcosa senza il quale la scuola non avrebbe potuto proseguire. Si chiamava Mercato.

L’atmosfera all’interno della scuola si faceva sempre più asfittica, i fastidi iniziavano ad aumentare ora dopo ora, le maestre si davano sempre più malate, e non perché fingessero di esserlo, ma perché il malessere interno aumentava all’aumentare del disinteresse reale nei confronti della vera educazione. Il peggio, però, doveva ancora venire. Come in ogni vero incubo, era il finale.

Mentre c’era qualcuno – non si capiva bene chi – che dall’alto ci obbligava a spendere il nostro tempo in strani corsi per insegnarci cose che mai avremmo imparato, cose che, per essere precisi, erano compito di specialisti del sostegno ai bambini che di quel sostegno necessitavano, mi dicevo che volevano seminare una via facile per sostituire, prima o poi, proprio quegli insegnanti di sostegno. La stessa cosa mi era successa in banca, quando avevano insegnato a tutti gli sportellisti (sapete, quelli che stanno in prima fila, allo sportello, a prendersi le cicce da tutti i clienti) a diventare anche consulenti. È un miglioramento del vostro ruolo, ci dicevano. Certo, pensavo io, peccato che non avessimo le spalle per affrontare quel ruolo. La stessa cosa, adesso, accadeva a scuola: ci obbligavano ad affrontare sempre di più compiti che spettavano ad altri, perché – il sospetto c’era – un giorno avrebbero eliminato gli insegnanti di sostegno o molte altre figure professionali, per esempio quelle nelle segreterie delle scuole, così da caricarci delle loro professionalità. Se in banca, tuttavia, ci avevano aumentato (di poco, molto poco) lo stipendio a fronte di un maggior carico lavorativo e si potevano fare straordinari, a scuola, invece, lo stipendio era sempre quello. Anzi, fatta la tara all’aumento del costo della vita dovuto all’inflazione al 6% e passa, oltre che alla mancanza di veri aumenti stipendiali, iniziava a mostrare il fondo. E pretendevano di aumentare la nostra professionalità facendoci corsi per utilizzare il computer, e la didattica a distanza, e le devices a scuola… e tutto senza aumentare effettivamente il costo del nostro lavoro.

Il nostro, continuava a essere l’impiego pubblico meno pagato in Italia! Eppure, quasi tutte le mie colleghe e i miei colleghi, muti, silenti, come se avessimo ricevuto chissà quale riconoscimento, mentre era esattamente il contrario!

Un aspetto fondamentale della mentalità mercatista che ci stavano imponendo, era la valutazione. A fine anno serviva una valutazione che dicesse se eravamo stati bravi a vendere oppure no. Accadeva in banca e, adesso, ecco che anche a scuola arrivava qualcuno che ci diceva: dovete dimostrare di valere, dovete dimostrare che, se vi valutassimo, varreste il costo degli stipendi che vi diamo. E via con le prove INVALSI, giudizio non sugli studenti, ma su come lavoravano gli insegnanti! Si trattava di concorrenza, mie care e miei cari, di concorrenza con gli altri Istituti. Il mercato, ormai, invadeva del tutto la scuola in cui avevo scelto di lavorare per migliorare la qualità della vita mia e degli altri.

Infine, ecco il vero momento horror di cui ogni incubo si pregia. Ci toglievano gli aumenti salariali, ci toglievano la considerazione minima per l’importanza del nostro lavoro e creavano un labirinto intricato nel quale dover entrare (senza certezza di riuscita) per poter avere uno stipendio maggiore: erano previsti ulteriori anni di formazione, valutazioni senza fine, disparità nel trattamento confermate da governanti senza un vero e pieno mandato popolare. La convinzione che serpeggiava tra tutti i miei colleghi e le mie colleghe era che ci fosse qualcuno che cercava di smantellare la scuola, pezzo dopo pezzo, rendendola sempre di più appannaggio di chi si poteva permettere scuole più costose e – forse – migliori.

Mi sono svegliato gridando, madido di sudore e con in bocca una frase: “no, la scuola come la banca, no!” Per fortuna, poi, mi sono detto che tutto questo era stato solo un incubo, e che non c’era di che temere. Ed ecco arrivare la triste rivelazione: nemmeno nei sogni c’era più spazio per una speranza di miglioramento, per una prospettiva più rosea. Avevo sognato in un incubo ciò che realmente stava accadendo.

Ormai, i mercanti erano diventati padroni del Tempio. Ecco perché bisognava scioperare.

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