La scuola al tempo del virus: ritorno alle conoscenze. Una riflessione

valutazione

di Nicola Zippel – È trascorso un mese dalla chiusura delle scuole e dalla sospensione della didattica (per alcune regioni, quasi due mesi).

Questo periodo, destinato a prolungarsi almeno per un altro mese e probabilmente fino al termine dell’anno scolastico, dovrà essere oggetto di analisi e riflessione a posteriori, quando saremo usciti dalla tempesta. Solo la distanza, infatti, permetterà di avere uno sguardo d’insieme completo ed elaborare riflessioni fondate.

Dentro la tempesta in cui ancora ci troviamo, però, è possibile intanto riconoscere quello che si è fatto e si sta facendo e quello che perlopiù è stato sospeso. Si è fatta e si sta facendo didattica, nella modalità a distanza, imperfetta e spesso improvvisata, ma sorretta da un forte impegno personale di insegnanti e studenti. Si è sospesa, tranne alcuni casi irriducibili, la valutazione, la quale ha smesso le sue temute e ossessive vesti sommative (voti e numeri), per indossare i più rassicuranti e consoni abiti formativi (giudizi). Insieme alla didattica ha continuato a vivere la trasmissione di conoscenze, insieme alla valutazione ha subito una battuta d’arresto la stima delle competenze.

Abbiamo per questo smesso di fare scuola? Noi docenti abbiamo smesso di insegnare e gli studenti di imparare?

Dovremmo rispondere di sì, se seguissimo la vulgata diffusa negli ultimi anni, che condanna la scuola delle conoscenze a favore della scuola delle competenze, in cui i programmi contano sempre di meno e la valutazione cresce sempre di più: spesso all’inizio dell’anno, dal collegio docenti ai singoli consigli di classe, non si stabilisce che cosa insegnare, ma come e quanto valutare.

Oppure potremmo rispondere di no, se in questo mese non abbiamo smesso di sentirci a scuola, perché abbiamo continuato a spiegare, ricevere domande dagli studenti, confrontarci, discutere, e anche a verificare gli alunni, non però sullo sviluppo delle competenze, ma sulla crescita del sapere. Possiamo rispondere che in questo mese non abbiamo smesso di fare scuola, al contrario: abbiamo fatto un’altra scuola.

Se, quindi, questo tempo così precario e drammatico può insegnarci qualcosa per il prossimo futuro, è che è possibile fare scuola innanzitutto affidandoci alle conoscenze, senza cercare un’ossessiva valutazione delle competenze. Questo tempo ce lo insegna perché, quando non puoi uscire di casa, non puoi muoverti, non puoi fare niente, a che ti servono le competenze? Viviamo un tempo in cui non possiamo agire, ma solo capire, e a questo ci servono le conoscenze.

Se la scuola sta continuando ad andare avanti, è perché insegnanti e studenti sono tenuti insieme dal filo più forte che possa legarli: la conoscenza e la comprensione delle cose, e non c’è materia che non possa insegnarle, dalla scienza alla filosofia, dalla storia alla matematica, passando per le lingue antiche e moderne.

Stiamo vivendo un tempo scolastico in cui nessuno valuta nessuno, nessuno deve dimostrare quello che sa fare, ma trasmettere e condividere quello che sa. Per mantenere viva la didattica, non abbiamo bisogno della valutazione. Quando torneremo a scuola, sarebbe opportuno non dimenticarcelo.

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