La scuola al tempo del Pnrr. Lettera

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Inviato da Donata Torre – Cara scuola, e docenti colleghi, tanti dubbi insorgono in me sulle nuove leggi in atto su: varie transizioni, dimensionamento scolastico, formazione continua incentivata e sulle nuove disposizioni europee per il rilancio economico italiano.

Si parla di sostenibilità, e quando cerco sul dizionario questa parola, c’è qualcosa che mi sfugge, quando penso alla nostra professione.

Se è vero che bisogna promuovere condizioni di uno sviluppo di benessere sociale a 360 gradi in cui si assicuri il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri, in che modo, mi chiedo, si traduce tutto ciò nelle nostre istituzioni scolastiche?

Ci si richiede di “resistere e di rialzarsi” (altra parola resilienza su cui si apre un mondo) per garantire la stabilità e l’equilibrio dell’ecosistema, ma mi sto chiedendo di quale ecosistema si tratti?

Quello del mondo interiore dei ragazzi e ragazze (e anche del nostro!) o di quello dell’apparato sociale -economico? Altresì, attenzione colleghi e colleghe, perché esiste un “ecosistema antropico” che può aumentare il rischio di “reazioni non lineari” e di “perturbazioni “sull’equilibrio di sistema con conseguente rischio di “alterazioni irreversibili”.

Quali potrebbero essere a scuola queste perturbazioni possibili? E se ci si potesse salvare, invece, creando una “varietà strutturale e funzionale di sistema”, scolastico aggiungo, capace di rispondere ai reali bisogni degli alunni, con i tempi e lo spazio necessari e vitali, forse niente si distruggerà, se non grazie ad autoregolazioni di crescita e consapevolezza autonome e di /in gruppo, condotte da adulti amorevoli (come noi) in grado di leggere quegli stessi bisogni, di cui parlavo prima.

Siamo pochi o tanti a saper leggere i bisogni dei nostri alunni e alunne? È questo il reale progresso ambientale, sociale ed economico, di cui parla il Pnrr? Onestamente rifletto sulla transizione digitale e la formazione dei docenti relativamente a ciò, ma quale formazione dei docenti conta davvero e urgentemente?

E se penso alla ricaduta di quest’ultima sui nostri alunni e alunne, è davvero formativa o deve essere accompagnata con un altro genere di transizione, quella dell’intelligenza emotiva?  Possiamo parlare di eventuale devianza digitale? Senza estremizzare questa parola, poiché laddove esistono adulti consapevoli e vigili, accanto ai nostri figli, non può esistere la deriva cognitiva e umana.

I dubbi doverosamente aumentano, però, quando penso ai miei vecchi studi di pedagogia e sociologia (visione pessimista), alla Pierre Bordieu , Jean Claude Passeron o Louis Althusser, secondo i quali ogni azione pedagogica può diventare una forma di violenza per conservare e riprodurre un dato assetto sociale. Sarà così? Su quali principi si baserà mai questo assetto, forse sulla competitività, produttività, occupabilità, necessarie di contro e utili? Avremo certamente bravi alunni dalle alte competenze digitali, ma a servizio di quale assetto, quello proprio, costruito all’interno di un percorso di crescita, insieme ai docenti (con spazi e tempi corretti al ritmo di crescita, insieme alle emergenze educative possibili) o quello imposto, senza linee guida pedagogiche? A volte, ho la sensazione netta che si debba sfruttare la capacità primordiale di assimilazione cognitiva di un bambino a livello digitale a tutti i costi, come quando è stato introdotta la lingua inglese.

Valorizzare i nuovi nativi digitali, perché la mamma e il papà insegnano “bisogna tenere il passo, caro figliolo, mai rimanere indietro, …” per non parlare, poi, della legge  di bilancio 2023, con il dimensionamento delle future scuole dall’anno scolastico 2024/25. La motivazione, leggevo, è la denatalità che ahimè colpisce il nostro paese. Mi chiedo se gestire scuole da parte dei Ds (scuole da 900 a 1000 alunni con annessi genitori) sia sinonimo di qualità scolastica nazionale?  Si discute tanto di personalizzazione dell’apprendimento/insegnamento, ma con questa prospettiva rimango perplessa, rispetto all’equilibrio precario del nostro (eco)sistema professionale.

E poi ancora la questione della formazione incentivata, sarà funzionale al Ptof? E  perché, invece che spendere denaro pubblico, che tra l’altro non basta per premiare tutti i docenti volenterosi, non ci si forma obbligatoriamente durante le ore di servizio, a turno, facendo nel contempo la settimana del potenziamento dei saperi, a classi aperte con i docenti, non necessariamente di disciplina (ovvero uno/due insegnanti sarebbero obbligatoriamente impegnati 22 ore alla formazione con la modifica del proprio orario di servizio, per esempio nella scuola primaria), dando contemporaneamente la possibilità a tutti di diventare esperti e  di conciliare  in maniera sana il lavoro e la vita privata?

Non è forse uno dei principi del PNRR, della nostra Europa, la conciliazione tra questi due aspetti, a favore della diminuzione della disparità di genere? O addirittura se ci lasciassero intero l’importo dei 500 euro per formazione libera non obbligatoria, fuori dall’orario di servizio, oltre quella obbligatoria e funzionale al PTOF del proprio istituto durante le ore di servizio? O ancor più, invece che cercare denaro per aumentare i nostri stipendi, se convertissero i 500 della Buona scuola nella nostra busta paga?

Sono solo proposte concrete dentro questo meraviglioso magma di cambiamento… il cui vento è forte, fortissimo. Io ci credo profondamente da docente, mamma, donna e cittadina di questo paese, e sono certa anche voi!

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