La scuola al tempo del coronavirus. Lettera

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Inviato da Marcello Billeci – Una domanda priva di alcuna volontà polemica.

Una domanda agli insegnanti da parte di un genitore egli stesso insegnante. Da docente ho quotidianamente a che fare con ragazzi delle superiori, che spesso vivono in contesti e situazioni non sempre facili.

Dunque sono essi stessi ragazzi non facili, ai quali bisogna far capire il non facile (ancora) concetto che la scuola “serve”. Serve ad affrontare il mondo, a risolvere più facilmente le situazioni spesso non piacevoli del vivere, ad essere noi stessi di aiuto ed esempio agli altri, noi tutti. Vengo alla domanda scomoda in tempi di frenesia didattica wireless: la valanga di compiti che sanno di una normalità ormai “sospesa” e surreale, con il sottofondo da diretta TV del bollettino di morti e “rianimati” ( si spera) e contagiati con cifre da guerra mondiale, questa valanga, dicevo, a cosa serve?

Non sarebbe meglio modellare l’azione didattica su ciò che noi tutti stiamo vivendo, dare strumenti ai bambini ed ai ragazzi per guardare con fiducia a questa sfida terribile, per capire l’assoluta necessità di questa reclusione di massa? Per dire che non è la prima grande prova dell’umanità, ma potemmo lavorare affinché sia una delle ultime?

Non sarebbe meglio, in sostanza, che la scuola abbandonasse il mondo astratto dei sussidiari e dei voti a penna rossa per insegnare ciò che più serve? Insegnare a vivere.

Con rispetto per tutti, ma non nascondendo una sincera e non malevola perplessità, “professor” Marcello Billeci.

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