La scuola “ai tempi del colera”, non più accettabile ritrosia docenti uso tecnologia

È imbarazzante che in piena era tecnologica, con tutte le scuole dotate per legge di un registro elettronico – le cui potenzialità sono seconde solo a quelle, spesso sconosciute, di uno smartphone – e con tutte le famiglie dotate almeno di un telefono cellulare o di un tablet o di un pc e di una connessione, centinaia di migliaia di studenti siano privati di un servizio essenziale a causa della chiusura degli istituti per epidemia, un servizio che  avrebbe potuto essere brillantemente rimpiazzato dalla didattica a distanza e dalle sue classi virtuali.

Che, per chi ne capisce, sarebbe più facile a farsi che a dirsi, non c’è alibi su bande larghe o strette che tenga, anche se non si può certo improvvisare in dodici ore. La situazione surreale creatasi fa emergere la gravità delle conseguenze indotte, secondo molti, dalla non più accettabile ritrosia di buona parte della classe docente a formarsi sulle tecnologie (è come se sul finire del ‘900 ci si fosse ribellati al computer) e dal suo senso di comunità e di squadra che non sempre esprime il proprio massimo.

Non è detto che sia proprio così, ma che si potesse e si possa fare molto e moltissimo lo dimostrano le poche esperienze in atto in questo momento in giro per l’Italia e fin dalla prima ora del primo giorno di chiusura per Coronavirus, con studenti a dir poco entusiasti, seduti al tavolo di casa, sul lettino, in cucina, in maglietta, in pigiama, per ore, a seguire le lezioni, a dialogare come se fossero in classe e addirittura meno distratti, vista la lontananza del compagno di banco…., e che addirittura chiedono di poter continuare nel pomeriggio, e che si offrono per spiegare ai prof come si possa implementare ulteriormente questa o quella piattaforma, come si possa meglio condividere un contenuto sulla lavagna virtuale. Poiché questo sta succedendo in alcune scuole pubbliche tra le più illuminate.

L’auspicio è che l’emergenza sanitaria in atto sia l’occasione per spingere la scuola italiana a un salto di qualità nel proprio svecchiamento sul piano delle tecnologie. L’alternativa non è solo restare colpevolmente indietro ma anche dover certificare un’ulteriore disuguaglianza sociale tra alunni causata, stavolta, dal puro caso, cioè dall’eventualità che in una determinata struttura scolastica ci sia o meno un gruppo di insegnanti, direi meglio la totalità, che applica quello che già c’è – quanti milioni di euro sono arrivati al Sud prima e poi al Nord con i tanti PON e POR con i quali sono state acquistate tecnologie avanzate ma spesso inutilizzate? – oppure che faccia finta che si viva ancora ai tempi del maestro Manzi. Che pure, in tema di didattica a distanza – si ammeterà – era assai avanti.

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