La “scienza servizievole in cammino” che sta percorrendo tutta l’Italia, da nord a sud, lungo la via Francigena

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Una scienza che incontra le persone, che va per strada per coinvolgere quanti più possibili, per diffondere la ricerca e innescare le buone pratiche. È questo il progetto della “scienza servizievole in cammino” che sta percorrendo tutta l’Italia, da nord a sud, lungo la via Francigena. A Terracina abbiamo incontrato la professoressa Daniela Lucangeli, Ordinario in Psicologia dell’educazione e dello sviluppo presso l’Università di Padova, Presidente della sezione sviluppo dell’Accademia Mondiale delle scienze Learning Disabilities (IARLD), Presidente dell’ Associazione per il coordinamento nazionale degli insegnanti specializzati e la ricerca sulle situazioni di handicap (CNIS), nonché socio di numerose associazioni scientifiche internazionali e nazionali nell’ambito delle scienze dello sviluppo, ed insieme a lei abbiamo parlato di questo progetto ed in particolare dell’argomento della serata che era la musica che cura. Ad accompagnare la Professoressa Lucangeli c’era il Dottor Emiliano Toso, biologo cellulare e musicista, che con brani al pianoforte ha coinvolto il pubblico presente in un’esperienza introspettiva.

Professoressa Lucangeli, qui a Terracina siamo oltre la metà del percorso che avete avviato, ci fa un primo bilancio del vostro percorso?

Questo percorso è un dono, lo abbiamo cominciato così, come un’esperienza che unisse in un “Noi” le persone che stanno combattendo per costruire un modello relazionale efficace per noi e i nostri ragazzi. La scienza servizievole si vede, genera servizi, non ha bisogno di parlare di sé, perché è dai frutti che si riconosce il fatto che si mette a disposizione. Però volevo che ci fosse una comunità che la sentiva davvero come proprio fine, come propria missione. Adesso è diventato qualcosa di più grande, perché questo “Noi” esiste e unisce persone che non si conoscevano, che però sentono lo stesso obiettivo, quello di un futuro che vogliamo per noi e per i nostri figli in cui stare nel bene, in cui ciascuno è davvero chi può essere d’aiuto all’altro, faccia parte della formae mentis di tutti, di chi insegna, di chi cura, ma anche di chi semplicemente esiste, perché questa è la condizione in cui ciascuno di noi può fiorire al meglio. La musica che ci accompagna in questa serata è per dire che va bene la scienza, ma anche l’arte, la poesia, l’umano stare insieme caratterizzano le nostre fatiche.

Nel vostro progetto c’è un “camminatore”, Beppi, che sta percorrendo tutta la strada a piedi incontrando e coinvolgendo molte persone trasformandole in “moltiplicatori”, che saranno coloro che dovranno divulgare la vostra scienza servizievole. Ci spiega cosa sono i moltiplicatori?

L’aspetto dei moltiplicatori è il dono più grande. Beppi è un mio amico ed ognuno in questa comunità fluida, che io ho sempre in qualche modo annunciato, ha messo a disposizione quello che poteva fare per l’altro. Beppi un giorno mi ha detto che non era uno scienziato né una persona che educa, allora ha pensato cosa potesse fare per gli altri e siccome ama camminare abbiamo pensato ad un percorso da fare a piedi dove incontrare altre persone. Ecco, questo è il moltiplicatore, nel senso che ciascuno è indispensabile nella qualità che può mettere a disposizione e nel metterla a disposizione genera il desiderio da parte degli altri di unirsi in questa reale volontà di reciprocità. Il moltiplicatore nasce da Hans, uno dei miei bimbi speciali, quando mi ha mostrato che insegnare agli insegnanti come aiutare un bambino potesse generare una moltiplicazione di aiuti, lì io sono uscita dalla mia forma mentale di scienza a cui ero abituata, che scrive articoli e dimostrata dati, per entrare in un’idea di scienza in cui questi dati vengono trasformati in condivisioni di azioni e di servizio. Questo è il moltiplicatore e i moltiplicatori sono tutti coloro che si uniscono a noi camminando. Beppi fa 1800 km ma noi facciamo staffetta, io ne faccio 800 in tutto, e per me questi chilometri sono il massimo che va oltre ogni mio limite, ma questo per dire che siamo pellegrini davvero in questo andare verso un cambio di mentalità.

Questa sera parlerete della musica che cura. Ci spiega che cosa vuol dire?

Questa sera partiremo dalla cura e la trasformeremo in “tu mi stai a cuore” cercandone le basi scientifiche ma anche le basi pedagogiche. Le abbiamo ritrovate in Don Milani, tu mi stai a cuore, che sta dentro il concetto di “I care”. Quindi non io ti curo, ma tu soggetto stai a cuore a me che sono in qualche modo chi se ne accorge di quanto è il tuo valore intero. Quindi parleremo di questo mentre le note di Emiliano Toso ce lo faranno percepire di come, a livello proprio di processi del suono e delle armoniche, sia possibile percepire lo star bene gli uni con gli altri. È un modo in cui tutta l’attenzione alle emozioni viene posta oggi dalle scienze che si occupano del neurosistema, del nostro connettoma, di come la connessione velocissima tra il sentire e l’interpretare sia proprio il nostro processo di vita psichica più profonda e autentica. La musica lo tocca con la vibrazione che è il processo informativo più miracoloso e io racconterò della gravidanza, dei pulsar cardiaci e di tante altre cose.

Un’ultima domanda, visto che lei parlava di vibrazioni, e il dottor Toso ci parla di una frequenza particolare che sono i 432 Hz, ci spiega se effettivamente esistono benefici ascoltando musica a questa frequenza?

Sulle questioni relative alle frequenze io sono più prudente, perché ogni frequenza porta una quantità di gamma informazionale che va studiata con rigore prima di poterne capire il processo e dare indicazioni servizievoli. È come dire che il rosso e il verde sono gamme di un’informazione che il nostro occhio riconosce e così avviene per le frequenze che sono quelle del suono. Quanto una tipologia sia più capace di dare aiuto questo la scienza lo dovrà capire e dare informazioni con appropriatezza, senza sostituire il desiderio di avere trovato una soluzione con la soluzione che dobbiamo cercare e continuare a non stancarci di sperimentare.

 

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