La Riforma costituzionale a scuola e gli insegnanti di Diritto

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La Riforma Costituzionale a scuola. Gli insegnanti di Diritto delle scuole medie di secondo grado stanno conducendo dall’inizio dell’anno molte iniziative per spiegare agli studenti il contenuto dei quesiti referendari, anche con l’intervento di costituzionalisti di rango. Per la verità, gli argomenti sono parte integrante del programma di Diritto costituzionale, le cui lezioni sono impartite nelle classi seconde del biennio iniziale o in una delle classi del triennio a seconda degli indirizzi.

Quante volte gli studenti sono stati coinvolti dai loro professori in lunghi approfondimenti in merito alle funzioni del Parlamento, al voto di fiducia, alla questione di fiducia, “da non confondere, cari ragazzi, con la mozione di sfiducia”. E ancora, con il Bicameralismo paritario, il più caldo dei temi in questione, che farebbe perdere tempo, secodo i promotori della Riforma, ai lavori dell’iter legislativo.

Per proseguire con le Commissioni parlamentari che si riuniscono in sede referente o in sede deliberante, con il loro lungo ed estenuante lavoro che dura tutta una legislatura e che spesso non porta a niente, poiché “cari ragazzi, non basta approvare una legge in una delle due Camere, occorre poi inviarla alla seconda Camera per una seconda lettura e non è detto che la legge semi-approvata non debba tornare alla prima Camera perché approvi le modifiche apportate dalla prima…”. Ma è davvero così? E’ davvero sempre così?

Di fronte a tante leggi che non si riesce mai ad approvare, i cittadini sono spinti a imputare la responsabilità di tanta inconcludenza al Bicameralismo paritario del quale i sostenitori del Sì chiedono l’abolizione, il 4 dicembre prossimo. Ma la realtà è spesso ben diversa, come emerge da una nostra inchiesta anche quando la maggioranza gode di un ampio margine di voti, che consente addirittura la modifica della Costituzione, come avvenne nella legislatura berlusconiana 2001-2005.

Soffermiamoci dunque su uno dei tanti esempi. In quel periodo la stampa riferiva dell’iter della legge sulla trasparenza dei sindacati e sul fenomeno mai cessato delle trattenute sindacali sugli assegni di disoccupazione. La legge non fu approvata, si disse al popolo, per “mancanza di tempo”. Ma andò davvero così? Per niente. Come in tantissime altre occasioni, i parlamentari, semmai, di tempo vi dedicarono ben poco tempo: 6 ore mal distribuite in 10 brevissime riunioni della Commissione Lavoro della Camera. Ma l’opinione pubblica non lo sa. E allora vediamo. La prima riunione è del 22 gennaio 2003. La seduta comincia alle 14.40 e termina alle 15.30: 50 minuti. In “tutto questo tempo” vengono affrontate anche altre questioni. Un deputato, Roberto Guerzoni (Ds), nell’occasione stigmatizza la norma. Antonino Lo Presti (deputato AN) invece ritiene che i sindacati dovrebbero accogliere le esigenze di trasparenza. Si va al 21 ottobre. La seduta comincia alle 11.40 e termina alle 11.45: ben 5 minuti! Guerzoni prospetta l’opportunità che il relatore fornisca alla Commissione un’integrazione. Ci si ritrova il 28 ottobre. La seduta comincia alle 11.10 e termina alle 11.55: in questi 45 minuti la proposta viene abbinata ad altre simili e ci si dà appuntamento a dicembre. Sì, ma dell’anno successivo. Siamo al 15 dicembre 2004. La seduta comincia alle 15.10 e termina alle 15.45. Nei 35 minuti si discutono pure altri argomenti. Il 20 gennaio 2005, la seduta comincia alle 15 e termina  alle 15.10: 10 minuti, nei quali si verbalizza quanto segue: “il relatore è attualmente impegnato in altra sede istituzionale. Nessuno chiedendo di intervenire, rinvia quindi il seguito dell’esame ad altra seduta”.

Nel frattempo l’opinione pubblica si illude circa l’impegno dei nostri parlamentari sul tema. Ma il bicameralismo paritario non c’entra, il Senato infatti non ne sa nulla. Si riparte il 17 febbraio 2005, la seduta comincia alle 15.20 e termina alle 15.30. Altri 10 minuti di prezioso lavoro nei quali il presidente avverte che il relatore ha dovuto lasciare la Commissione a causa di concomitanti impegni. Alla prossima. Il 13 aprile 2005 la seduta comincia alle 15 e termina alle 15.40. In 40 minuti si discutono pure altre questioni e vengono espresse le condoglianze per la morte di un congiunto di uno dei deputati. E’ il 22 giugno. La seduta comincia alle 15.45 e termina alle 17: in 75 minuti si discutono tanti altri argomenti, così come succede in quella del 19 ottobre. Il 25 ottobre 2005 si fanno gli straordinari. La seduta comincia alle 15.55 e termina alle 17. Ma non c’è da illudersi: dei 65 minuti, solo 5 sono dedicati alla legge in esame ma ci si occupa anche di altre leggi: buonuscita dei pubblici dipendenti, dalle 15.25 alle 15.35. Tutela professionale dei lavoratori del settore dello spettacolo, intrattenimento e svago: dalle 15.35 alle 15.45.

Tutela e trattamento funzionari internazionali: dalle 15.45 alle 15.55. (Conducendo analoga inchiesta sui predetti ulteriori temi, si può verificare il relativo minutaggio dedicato ai medesimi…). Intanto, si va all’anno successivo. Passano i mesi, gli anni. La legislatura finisce. Il 7 febbraio 2006 è martedì. Alle ore 15, c’è l’ultima riunione, di 10 minuti. La seduta comincia alle 15 e termina alle 15.10. Amarezza dei parlamentari. Aldo Perrotta (parlamentare di Forza Italia) “sollecita la conclusione del suo iter prima della fine della legislatura”. Ma Pietro Gasperoni (deputato DS-U), rilevato come sia atteso lo scioglimento delle Camere alla fine della settimana, ritiene non vi sia alcuna possibilità di approvare il provvedimento”. Il deputato Cesare Campa (di Forza Italia) si rivolge così alla nazione dal suo sito internet: “Martedi 7 febbraio, prendendo la parola in Commissione Lavoro ho espresso il rammarico per la mancanza di tempo necessario a concludere l’esame del provvedimento”.

Ma ci chiediamo: se al posto delle due Camere vi fosse stata solo una con funzione legislativa, come vorrebbe la Riforma, il problema si sarebbe spostato di una virgola? La realtà è che, quando si vuole, le leggi vengono approvate in pochi mesi, anche con il Bicameralismo paritario. Pure quelle per le quali la Costituzione richiede la maggioranza qualificata dei due terzi degli aventi diritto. Come nel caso dell’indulto, degli indulti, costantemente mal digeriti dai cittadini, ma approvati in pochi mesi dal Parlamento ad onta del bistrattato Bicameralismo paritario.

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