La professoressa d’Italiano che crea MEME virali: “Mi serve per esorcizzare quello che accade nel nostro lavoro, soprattutto in questo periodo” [INTERVISTA]

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Il coordinatore di classe che esprime il sentimento del perdono al collega che ha inserito, in ritardo per lo scrutinio, i voti di Educazione civica è rappresentato da un fermo immagine con Loredana Bertè che tocca il capo di Achille Lauro in ginocchio davanti a lei sul palco di Sanremo. Il gatto nascosto tra una trave e l’altra del soffitto e che guarda impaurito verso il basso rappresenta invece, in un breve video, il docente medio alle prese, in sala insegnanti, con la lettura dell’ennesimo decreto Covid.

Sono alcuni degli infiniti meme e video-imitazione che ha creato in questi anni sui suoi profili social. E che per questo è diventata una divertente e lenitiva diva dei social. Uno magari tutto questo non se lo aspetterebbe da una professoressa di Italiano e Storia di scuola media. E invece, a fronte della massima serietà con cui affronta il lavoro in classe con i suoi tanti studenti della scuola media Ferraris di Modena, Simona Bitassi, 46 anni, due figli, uno alla primaria e un’adolescente al liceo classico, fa dell’ironia, dell’autoironia, dell’umorismo e della leggerezza applicata ai social alcuni degli strumenti con cui riesce ad avvicinarsi con più efficacia e successo agli alunni.

E dire che proprio ieri sera, in prima serata e in diretta televisiva, nel corso di un’intervista a Fabio Fazio destinata a passare nella Storia, Papa Francesco ha sottolineato l’importanza del senso dell’umorismo: “È una medicina – ha detto il Pontefice – Io prego per avere il senso dell’umorismo, che ti fa gioioso, ti fa relativizzare le cose, ti fa tanto bene”.

Fa tanto bene e si nota subito, ascoltandola nel rispondere alle nostre domande, fa tanto bene a se stessa e ai propri alunni, la professoressa Bitassi. Ma anche a migliaia di docenti che la seguono da lontano, in tutta Italia, dacché conta attualmente 17.500 followers su Instagram e 28.000 su Facebook.

Professoressa Simona Bitassi, quando ha avuto inizio tutto questo?

“Tutto è partito per una mia esigenza di esorcizzare quello che accadeva nel nostro lavoro. Che è fatto di cose grandi e piacevoli ma anche di grandi emozioni contrastanti e ricco di sorprese e quindi ho inizato a metterci una lente di umorismo”.

E ha funzionato

“Ha funzionato per me, perché mi alleggerisce in tante circostanze, ma accomuna tanti colleghi, e quindi ho continuato perché mi sentivo utile dato che tanti colleghi riconoscono che li faccio sentire meno soli e che grazie a me si sentono parte di un gruppo. Dobbiamo riconoscere, del resto, che noi insegnanti siamo divisi in tanti ordini diversi di scuola. Siamo tutti degli insegnanti, ma abbiamo a che fare con diverse età dello sviluppo e quindi siamo una categoria che non ha mai brillato per unità. Il mio motto è stato sempre: non sappiamo fare gruppo. L’unità c’è nella nostra professionalità, certo, ma a volte ci perdiamo in piccole battaglie quotidiane e quindi credo che provare a fare gruppo con una risata possa fare bene. Ho iniziato in questo modo, poi la cosa si è sviluppata”

Su che cosa ha puntato?

“Io ho trovato la chiave dell’autoironia come strumento utile per sdramatizzare, per cercare di sentirsi meno soli quando siamo in classe. Tocca a te stare davanti ai ragazzi e quindi credo che la chiave sia da un lato questa capacità di ridere di sé stessi e sdrammatizzare le situazioni, e dall’altro la voglia di condividere ciò che si è vissuto in classe per sei ore”.

Il buonumore che fa bene alla scuola

“Nella mia pagina c’è uno slogan che fa: “Ridere a scuola è una cosa seria”. Ridere di sé e anche saper ridere assieme ai ragazzi. E’importante ridere insieme, anche perché questo crea gruppo in classe. Bisogna insegnare ai ragazzi a ridere e a sdrammatizzare. Penso ai bimbi di prima che quando arrivano sono molto impauriti e a volte si sdrammatizza con una bella risata insieme. Usare la leggerezza, che non è la superficialità, significa prendere a cuore la propria vita con meno drammi e cercare di vedere con una luce diversa i drammi medesimi. Significa cercare di accorgersi che non siamo soli. Ridere insieme ci fa capire che non siamo da soli e che quel che vivo io lo vive anche il mio compagno. E tuto questo serve a creare quel clima e poi quella relazione che sono fondamentali in ogni ambito educativo”.

Specie in questo periodo

“E’ vero. In alcune famiglie si vivono dei veri drammi. C’è una parola giapponese, Hikikomori, che sta diventando comune ed è in drammatica crescita qui da noi. Parlo dei ragazzi che rinunciano alla vita e che smettono di andare a scuola, che smettono di uscire dalla propria stanza. Di fronte a questi drammi nuovi è fondamentale continuare a cercare questi ragazzi, dove loro sono, e fare loro capire che a scuola c’è qualcuno che li aspetta. Devono sapere che c’è un gruppo a scuola, di cui fanno parte anche loro, che li aspetta. Ho avuto un’esperienza diretta quest’anno e ho cercato di capire come fare. E’ la prima volta che mi capita. Un tempo anche quelli che non si appassionavano allo studio trovavano a scuola una compagnia e se anche non volevano studiare venivano per incontrare gli amici. Ora mi accorgo che per alcuni la scuola non è più nemmeno questo, e questo è drammatico. Il momento storico non ha aiutato, ci ha anzi messo un calco. Oddio, come sono diventata seria (ride)”.

Com’è il suo rapporto con i social?

“Direi molto buono. Sarei dovuta nascere molto dopo, perché trovo molto immediato il linguaggio comunicativo e visivo dei social”.

Non c’è una scollamento tra la leggerezza di quanto e di come si legge sui social e i grandi temi e i grandi tomi della letteratura?

“C’è l’uno e c’è anche l’altro, non c’è, in me, la persona snob. Penso che i social siano una grande possibilità per avvicinarci al loro mondo. L’immagine ha una grande potenza e una capacità di analisi della realtà e di sintesi. Io li utilizzo per sentirmi più vicina al linguaggio quotidiano dei ragazzi”.

Funziona?

“Credo proprio di sì. Anche il solo far riferimento a un tormentone di Tic toc loro lo colgono immediatamente e dunque crei un legame. E anche se stai parlando di Dante riesci a destare l’attenzione e la loro curiosità (ma come? La prof lo sa?) e crei così un link immediato senza tante parole. Una vicinanza tra il nostro mondo e la loro vita”.

Mondi distanti, com’è normale che sia, ma forse oggi troppo distanti. Ecosì?

“Tra quello che devo insegnare loro e la loro esperienza quotidiana c’è un abisso. Una lontananza tra quel che dobbiamo insegnare – in prima ad esempio dobbiamo parlare di Carlo Magno e della caduta dell’Impero romano – e l’esperienza legata alla loro quotidianità. E quindi credo che i mezzi per superare questo divario lo abbiamo noi, non loro. Il ponte lo dobbiamo gettare noi, non loro, attendendoci magari che vengano alla cattedra a chiederci le cose. E io questo ponte lo vedo nel linguaggio dei social, è un ponte comunicativo come altri. E quando tu hai gettato un ponte, loro poi ti ascoltano: questa qui ha qualcosa da dirci! Poi ovviamente dipende da noi mantenere la relazione. Che è peraltro fatta di tante cose che via via il prof mette in campo, ma la relazione è fondamentale: una volta fatto questo, la tua materia passa per di lì”.  

Quali impatti hanno avuto la pandemia e la didattica a distanza?

“Io sento molto questa emergenza, per cui non possiamo fare finta di nulla. Ci sono dei ragazzi che rinunciano, ci sono dei ragazzi che hanno una forte capacità di adattamento, ma altri sono proprio rassegnati. Ho pure notato che molti si sono ritrovati a vivere nelle proprie case esperienze più grandi di loro. Nonni che muoiono, parenti che all’improvvispo non ci sono più. Loro te li raccontano e tu devi trovare delle risposte. E le risposte non è che le hai, ma quanto meno puoi farci entrare delle cose della tua materia, far entrare la materia nella loro vita. Io insegno lettere e quando mi raccontano queste cose mi chiedo che cosa c’entra Manzoni? E la poesia? Il compito di noi insegnanti è quello di far capire quanto queste opere, che sono eterne, c’entrino. E se c’entrano in che misura vi si possono trovare le risposte alle nostre domande e alle nostre esperienze”.

In quali classi insegna in questo momento?

“Ho una prima, una seconda e una terza. In prima c’è tutta l’attesa, la novità, il sentirsi grandi, il provare a diventare autonomi, è il vero distacco dalla famiglia: prima, alla scuola primaria, ti venivano a prendere i genitori e i nonni, alle medie invece c’è il primo salto quando imparano a fare da soli. In terza c’è già la proiezione verso il futuro”.

Si afferma talvolta che la scuola media rappresenta una sorta di collo di bottiglia in quanto a livelli di apprendimento

“Non sono d’accordo. Lavoriamo tanto. Qui c’è la componente che mi fa restare alla scuola media, cioè la componente educativa, che io trovo come compito precipuo della scuola. Questa componente c’è anche alle superiori, alla primaria e pure all’università. Ma noi accogliamo i ragazzi in quel momento della vita dove c’è il passaggio dall’età infantile alla giovinezza, li accogliamo in un momento dell’età ingrata, nella quale ti stai costruendo l’identità e quindi non ti riconosci più nel bambino che eri e non sai ancora quale adulto sarai. La parte difficile è quella di far loro scoprire i propri punti di forza e i propri punti deboli e tener vive le domande che sono tipiche dell’infanzia. A un certo punto loro smettono di far domande, oppure le domande diventano meno frequenti, se le tengono per sé, magari pensano di essere derisi dai compagni. Compito degli insegnanti della scuola media è quello di tener vive le domande, perché esse non si spengano”.

Capita che facciano delle domande relative al mondo che ci circonda? Ad esempio al mondo della politica e a quello delle istituzioni?

“Come no. Due o tre di recente mi hanno detto di essere rimasti indignati davanti alla tivù, durante le elezioni del Presidente della Repubblica, nel veder votate persone come Signorini, la Marini e altri. Loro a quell’età sono molto critici e in questo caso hanno notato che la poca serietà non va bene. Hanno un senso di ciò che è giusto e di di ciò che non lo è, che è molto presente nelle prime classi. Il senso della giustizia è davvero molto marcato e quando vedono un’ingiustizia si ribellano, vorrebbero fare qualcosa. Se vedono in corridoio qualcosa che non li convince, subito corrono in classe e te lo raccontano”.

 

 

 

 

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