La pratica rompe la grammatica (italiana): non è proprio così! Lettera

di redazione
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Inviato da Francesco Polopoli – A fare l’esercizio è l’uso, perché non c’è reale competenza senza un’adeguata padronanza contenutistica: una formazione che ridimensiona le conoscenze de-forma, non in-forma.

Allora, riprendiamo in mano un buon libro di grammatica, per acquisire le regole del linguaggio, rileggiamolo, senza smettere di riscoprirlo,   come per la rilettura di un classico che, per Calvino, è sempre salutare: a venirne fuori è una buona norma che va a riappropriarsi di una comprensione che, a più livelli, ormai, sembra assente un po’ dappertutto.

L’eloquio, infatti, fa spazio al turpiloquio, dove sempre più gli schiamazzi hanno sopravvento sulle argomentazioni. Eppure il caro Cicerone un tempo andava predicando: Non debes adripere maledictum ex trivio, “non devi tirar fuori una parolaccia di strada !”. Già, predicozzi!

Ecco perché la cultura classica nuoce un po’, perché richiama all’ordine con parole presenti a se stesse ed in riga.  Oggi , però, si propaganda l’idea di una facilitazione di saperi, mentre con riga e compasso vengono fuori tanti castelli di sabbia su cui le giovani generazioni, detto fatto (che misfatto!),  tasteranno la fragilità per la loro inadeguatezza rispetto ai pari europei.

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