La pedagogia del contadino Freinet che applica la maieutica socratica. INTERVISTA

di Fabio Gervasio

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Il dibattito sulla scuola continua ad essere al centro dell’attenzione, al momento ancora sono tanti gli interrogativi che ci accompagnano verso la riapertura, mentre settembre si avvicina sempre più inesorabilmente. Abbiamo fatto una chiacchierata con il Maestro Franco Lorenzoni, responsabile della Casa Laboratorio di Cenci, affrontando varie problematiche che accompagnano il mondo dell’educazione.

Maestro Lorenzoni, lei fa parte del Movimento di Cooperazione Educativa che pone le sue radici nella Pedagogia Popolare di Freinet, ci spiega meglio in cosa consiste questo movimento?

Il Movimento di Cooperazione Educativa nasce in Italia negli anni ’50 ed ha avuto Maestri molto noti, del calibro di Mario Lodi, Bruno Ciari, e diciamo che parte dall’idea di Celestine Freinet, Maestro francese straordinario, contadino, che elaborò la sua pedagogia popolare tra le due guerre ed in seguito diede vita a un movimento internazionale di insegnanti, dopo la seconda guerra mondiale, che partiva dall’ascolto del bambino. Al centro c’è il bambino, l’ascolto del suo mondo, dei suoi pensieri, del suo elaborare conoscenza, e parte da esperienze molto concrete, molto pratiche, sono delle tecniche; per esempio lui inventò la tipografia a scuola, cioè l’idea che i bambini figli di contadini analfabeti potessero stampare i loro primi pensieri già dalla prima elementare. Questo per dare l’idea che la cultura non era intesa come solo la cultura alta dell’università, dell’accademia, e che aveva il diritto di stampare i libri, ma anche il bambino che impara a scrivere aveva il diritto di scrivere il proprio libro. Questo è il ribaltamento che sta all’origine della Pedagogia Popolare e che negli anni si è andata affinando. Il gruppo del Movimento di Cooperazione Educativa in Italia ha elaborato una pedagogia molto ricca e sperimentale, ad esempio ha sperimentato, prima che diventasse legge, l’inserimento nella scuola dei ragazzi con disabilità, ha promosso il tempo pieno, erano di Torino gli insegnanti che cominciarono esattamente 50 anni fa ad introdurre il tempo pieno prima in alcune scuole di periferia e poi dal 1971 è diventata legge dello stato, anche se purtroppo oggi solo il 32% delle scuole fanno il tempo pieno con una disparità che è assolutamente intollerabile tra nord e sud. Diciamo che è un movimento di insegnanti che ricercano, che pensano alla loro professione come un luogo di ricerca e sperimentano cooperando, facendo comunità, quindi un enzima fondamentale per il rinnovamento della scuola. E’ un piccolo movimento, sono qualche migliaio di insegnanti, però ha avuto un’influenza culturale molto importante, ed oggi molta formazione, purtroppo ancora poca, si ispira a quei principi.

Un buon educatore, secondo il vostro modo di agire, è quello che riesce a portare fuori ciò che il discente ha dentro. Si parte dall’ascolto e dall’esempio, ci da alcuni suggerimenti su questi due aspetti?

Naturalmente è un’idea molto antica che ci viene da Socrate, cioè l’idea che educare sia far partorire nel bello, ma la cosa importante che dice Socrate nel Simposio di Platone, è che si può partorire solo nel bello e solo se c’è un contesto accogliente, altrimenti ciò che abbiamo dentro abortisce. E’ un’immagine molto forte questa che usa Socrate, cioè l’idea che per crescere dobbiamo tirare fuori quello che abbiamo dentro. E’ come costruire un collegamento tra noi, i singoli, e l’oggetto cultura, può essere un teorema, una pittura o un racconto; in questo corpo a corpo uno scopre al tempo stesso l’oggetto culturale e se stesso. Se lo si fa in comunità, se lo si fa in gruppo, io ho l’occasione straordinaria, ed a questo serve la scuola, per poter tirar fuori non solo quello che ho io, ma confrontare quello che ho io dentro con quello che hanno dentro gli altri bambini, gli altri ragazzi, gli altri adulti con cui lavoro. Diciamo che è l’idea che la cultura sia relazione, cioè solo relazione. Un libro non vale niente in se, vale se c’è qualcuno che lo legge; un quadro non vale niente in se, vale se c’è qualcuno che lo guarda, e se io ho l’occasione di vederlo insieme ad altri avrò la possibilità di vederlo con tanti occhi, perché ognuno in quel quadro vedrà una cosa differente. Costruire conoscenza e costruire comunità in questa idea di scuola vanno insieme, sono profondamente intrecciate. Questo è alla base, l’ascolto è la possibilità per il bambino di sentirsi importante e dare dignità a ciò che si ha dentro, a ciò che si pensa, questo è importantissimo perché se uno non sente che il proprio pensiero è degno di essere ascoltato, difficilmente avrà desiderio di conoscere, e il dare dignità può esserci solo se c’è un ascolto attento, solo se il bambino ha la possibilità di rimbalzare su un’altra persona, cioè se può essere rappresentato a se stesso in modo che il bambino possa comprendere meglio chi è lui, e naturalmente questo avviene nel confronto con gli altri ma anche nel confronto con gli oggetti culturali. Per cui la scuola deve essere molto ricca, ricca di esperienze, di materiali, di offerte culturali alte, perché i bambini crescono se gli si propone qualcosa di molto bello, importante. Bisogna stare molto attenti, perché da una parte c’è la routine, bisogna imparare a leggere e scrivere, a far di conto, però questa routine non può avvilire una relazione con la cultura alta, perché è quella relazione che ci motiva. Noi dobbiamo cercare in tutti i modi il bello, perché quello rende possibile il desiderio di apprendere.

Lei parlava di collaborazione, quanto è importante la collaborazione tra docenti, non come meri insegnanti della singola materia, per una crescita complessiva dell’alunno.

Noi a scuola non è che andiamo per imparare le materie, noi cerchiamo di capire qualcosa di più del mondo, di noi stessi e degli altri attraverso le discipline. Quindi gli insegnanti devono per forza collaborare tra loro, nel senso che il sapere, e anche il mondo, sono interdisciplinari. E’ solo la scuola che separa così rigidamente il calcolo dalla lingua, o la storia dalla scienza. In realtà il mondo è tutto intrecciato, dobbiamo affrontare problemi molto complessi, pensiamo ad esempio al surriscaldamento globale o alla lotta a questo virus che non ci fa dormire la notte; per affrontare questi nodi dobbiamo affrontare la complessità. La complessità a scuola si può proporre come terreno di ricerca per i ragazzi solo se gli insegnanti collaborano tra loro, se ciascuno non sta rinchiuso nel proprio recinto. Naturalmente questo non è facile, come tutte le relazioni umane vanno costruite, ci vuole tempo, ci vuole disponibilità, ci vuole anche un contesto che lo favorisca; da questo punto di vista la responsabilità dei dirigenti scolastici è molto forte, perché tu una scuola la puoi organizzare come luogo di ricerca, oppure con una struttura gerarchica dove ognuno fa la cosa sua ma non interagisce.

Maestro Lorenzoni, lei parlava dei luoghi, un buon modo di insegnare parte anche dalla conoscenza e dalla costruzione di spazi di apprendimento, voi partite dal presupposto che “i mobili sono mobili”. Cosa significa avere ambienti flessibili.

Partiamo da un punto, se la scuola è bella, è curata, si vede che è socialmente importante, il bambino quando ci va, e l’adolescente ancora di più, sente che la società da importanza a quella funzione. Se tu fai scuola in un posto degradato, in una costruzione che sembra un container, un grande magazzino, che magari è rovente d’estate e freddissima d’inverno, umida, brutta, poco curata, non c’ha verde intorno, quale è l’immagine della cultura che la società dà al ragazzo; quindi è importantissimo curare i luoghi educativi. I paesi dove funziona meglio l’educazione sono anche i paesi dove ci sono le scuole più belle. Non è solo un problema di immagine, ma rappresenta il valore che tu dai alla relazione educativa, all’istruirsi. Secondo punto, è molto importante cambiare continuamente gli spazi, “i mobili sono mobili” è una battuta che ha fatto la mia compagna Roberta Passoni che si occupa di integrazione scolastica, soprattutto è maestra anche lei. Dobbiamo spostarci continuamente, sedersi a cerchio in terra si parla in un certo modo, dietro ai banchi si parla in un certo modo, in giardino in un altro ancora, in pratica più vari lo spazio e più dai la possibilità di includere tutti, faciliti l’attenzione. La cosa peggiore è stare sempre seduti nello stesso posto, magari nella stessa disposizione dove tutti guardano di fronte, non si guardano tra loro, e il posto non muta. Questa è una cosa che non aiuta l’attenzione, siccome la grande scommessa è attirare i ragazzi ad un momento di attenzione, di sforzo. Imparare è faticoso, noi dobbiamo dare tutte le possibili che questa fatica si svolga in un ambiente che favorisca il desiderio di conoscenza, e lo spazio gioca un grande ruolo, è il terzo educatore, come diceva già la Montessori, perché predispone a un modo di stare, un’aula che ha un angolo con dei materiali per costruire, un altro angolo dove c’è la documentazione, dove c’è una biblioteca, è un’aula nella quale i bambini si muovono in autonomia e sanno cosa cercare. Questo è molto importante, lo sviluppo dell’autonomia c’entra molto con lo spazio.

Quindi il docente, oltre a saper insegnare la propria materia e collaborare, dovrebbe avere anche una buona conoscenza della prossemica per poter utilizzare al meglio gli spazi?

Fa un po’ impressione parlare di prossemica oggi dove tutti parlano di distanziamento sociale. Innanzitutto piantiamola di parlare di distanziamento sociale, è un distanziamento fisico, necessario e obbligatorio, per contenere il virus, ma la scuola, e tutta la funzione educativa, è per l’avvicinamento sociale, sempre, questo teniamocelo sempre in mente. Usare il termine distanziamento sociale è sbagliato e pone un’ombra sul futuro, pericolosissima. Come stare vicini, ovviamente adesso c’è il problema sanitario, molto difficile da risolvere, bisogna capire come fare. Io per esempio, ho forti dubbi nei riguardi dei bambini piccoli, è possibile che possano giocare e chiedergli di stare distanti tra loro? Quanto gli pesa questo psicologicamente nel loro immaginario, come possiamo costruire un luogo educativo sensato in una situazione così profondamente insensata dal punto di vista delle relazioni interumane con una distanza forzata. Sono nodi grossi, difficili, per i quali al momento non ho soluzioni, però per i bambini, soprattutto quelli più piccoli, è difficile immaginare di poter giocare e però non superare il metro o fare attività fisica in palestra e non superare i 2 metri di distanza. Insomma, è una sfida molto complessa, perché riguarda le relazioni e il contesto. Immaginiamo, ad esempio, un bambino che ha difficoltà di comportamento a scuola, un bambino che gli viene, per tanti motivi molto complessi, di spingere un proprio compagno, magari di essere un po’ aggressivo, che facciamo, lo penalizziamo ancora di più in questo contesto? Lo isoliamo forzatamente? Stiamo di fronte a delle sfide educative che fanno tremare i polsi, tant’è vero che nessuno ha delle vere soluzioni, perché è davvero molto difficile. La prossemica, che hai citato, è una scienza fondamentale nell’educazione, l’educazione è un fatto corporeo, noi siamo tutti interi dentro la scuola; in un libro del movimento di cooperazione educativa degli anni ’70 si parlava di “a scuola con il corpo”, ovvero l’interezza della persona, le sue emozioni, la sua fisicità, la sua capacità di manipolare. Emma Castelnuovo, una grande didatta della matematica, diceva che le mani sono più democratiche della mente, nel senso che manipolando i bambini che hanno più difficoltà con le astrazioni riescono a capire i concetti matematici molto meglio, questo per dire che è l’intero corpo che è in ballo nella relazione educativa, ovviamente anche l’affettività svolge un ruolo importantissimo nell’educazione. Quindi come fare tutto ciò, innanzitutto prestando una maggiore attenzione, noi siamo pigri nel pensare le relazioni reciproche; poi dobbiamo cercare di fare tesoro dall’esperienza che stiamo vivendo, questa situazione sta terremotando ogni certezza, e noi dobbiamo guardarla con attenzione e molta umiltà.

Lei parlava delle emozioni, oggi c’è molta attenzione sul ruolo delle emozioni dell’ambito educativo, ad esempio la Professoressa Lucangeli parla di Warm Cognition. Ma i ragazzi lamentano molto la mancanza di attenzione agli aspetti affettivi, anche in questa emergenza si è pensato molto all’aspetto didattico e poco a come i ragazzi vivessero interiormente questo momento di crisi. Quanto è importante la relazione e l’emozione nell’educare.

Sull’importanza delle emozioni nell’educare se ne parla dai tempi della Grecia, 2500 anni fa, non è un novità di adesso, se ritorniamo a Platone e Socrate loro parlano tutto il tempo di questo. La relazione è strettissima, evidentemente. Ha ragione Daniela Lucangeli, hanno ragione tutti coloro che di base, con le nuove conoscenze delle neuroscienze, sanno che un cattivo apprendimento si fissa nel nostro cervello accanto ad una emozione negativa, e quella emozione negativa rispunterà tutte le volte che rincontrerai quel contenuto, quindi questo ci mette molto in guardia e bisogna stare molto attenti quando penalizziamo l’errore, quando penalizziamo il bambino che sbaglia, quando siamo aggressivi di fronte alle difficoltà di comprendere, bisogna fare molta attenzione rispetto a questo. A me non piace, invece, quando si separa la sfera dell’educazione emotiva dalla sfera dell’apprendimento dei contenuti culturali. Questo perché mi sembra come che la scuola non riesca a far star bene i ragazzi e allora fa dei progetti per lo star bene a scuola e poi li fa star male con la matematica, con la lingua, con la storia, questo è assurdo, cioè per noi la scommessa della scuola è esattamente che tu puoi stare bene in confronto con la grande letteratura, stai bene proprio perché insieme discuti dell’infinito e usi la matematica per questo, cioè sono i contenuti culturali che devono essere il luogo in cui stare bene con se stessi e con gli altri. Questa è la scommessa, la scommessa sta nel non separare. Alexandra Ginzburg, psicanalista che è stata una mia maestra nel movimento di cooperazione educativo romano, diceva che l’emozione è la madre del pensiero, ed è proprio così, non dobbiamo stare attenti alle emozioni, le emozioni ci sono sempre, stanno lì, il problema è come costruire una possibilità che le emozioni emergano insieme alla conoscenza, le due cose sono strettamente legate. Lo scienziato che fa le invenzioni fisiche più astratte, più strabilianti, è permeato da emozioni, tutte le storie della scienza ce le raccontano. Quindi è assurdo che a scuola si separi l’ambito strettamente intellettivo da quello emotivo, le cose sono sempre mescolate. E’ bello che il bambino, o il ragazzo, possano dire la loro, e quando ciò avviene stanno al tempo stesso facendo uno sforzo di ragionamento, di apprendimento di cose complesse, e si stanno esponendo, si stanno aprendo con gli altri, questo è l’intreccio su cui dobbiamo puntare.

Un altro aspetto che genera tensione nei discenti è il momento della valutazione. Dal prossimo anno alla scuola Primaria non ci saranno più i voti per valutare. Il Maestro Manzi, già a metà degli anni ’70, affermava che classificare significa impedire un armonioso sviluppo intellettivo rispettoso dei tempi di crescita individuale. La valutazione non deve essere intesa come momento di giudizio, ma deve accompagnare tutte le fasi dell’apprendimento. Come ci si può relazionare con i ragazzi in modo da fargli comprendere che la valutazione non è soltanto un giudizio ma è un modo per crescere insieme?

La questione è molto complessa, bisogna stare attenti a non essere ideologici. Io sono contrario ai voti perché ritengo che sia uno dei modi più pigri per valutare. Classificare i bambini, come diceva Manzi, che sono diversissimi tra loro, e dargli una scala tra chi è migliore e chi è peggiore, ovvero metterli in concorrenza tra di loro, questo è profondamente ingiusto, perché sia la società che la natura sono ingiuste. Noi non possiamo comparare, mettere sullo stesso piano, un bambino che ha una famiglia alle spalle, ricca, colta, che offre continui stimoli, e il ragazzo molto deprivato culturalmente. Lo stesso anche per le intelligenze che sono molto diverse, c’è chi memorizza immediatamente tutto e chi invece ha grandi problemi. Quindi paragonare tutto mettendo sullo stesso piano con il voto secondo me fa male, perché inchioda il bambino dentro un ruolo da cui spesso non esce più, questo farlo fin dalla prima elementare fa malissimo. Bisogna stare attenti perché anche i giudizi sono complessi da elaborare, perché sostituire i giudizi al voto spesso porta a paragonare che ottimo è uguale a 10, buono è uguale a 7 e allora non cambia nulla, cambiamo solo le parole; il vero problema è se l’insegnante è in grado di dare valore alla singolarità di ciascun ragazzo, che sia in grado, come detto prima, di rimandare all’alunno un’immagine di se stesso ricca. Questo naturalmente è un gran lavoro, è un lavoro di attenzione, di restituzione, però non si può educare senza valutare, senza offrire al ragazzo gli elementi di cui ha bisogno per raggiungere quello per cui ci si mette in gioco. Insomma la questione è molto complessa, attualmente è passato un emendamento, il processo è lungo, tutto da vedere, sicuramente è stato messo in dubbio un sistema che è stato reintrodotto dalla Gelmini, malamente, nel 2008 e che noi pensiamo fortemente diseducativo, ma da qui a costruire una cultura della valutazione ce ne passa. Sarà importante nei prossimi anni sperimentare tante forme di valutazione che aiutino a crescere, perché se è solamente punitiva è una valutazione che non ha senso. Come si diceva nella chiesa tanti anni fa, bisogna deprecare il peccato, non il peccatore, questo è un nodo fondamentale, perché il bambino si identifica con l’errore; è giusto che tu aiuti a far capire al bambino dove stanno le sue difficoltà, ma bisogna stare molto attento a non giudicare il bambino, perché se lui si sente giudicato tu stai profetizzando un’impotenza, la Lucangeli parla di impotenza appresa, una cosa gravissima, per questo bisogna stare molto attenti.

Quattro riforme della scuola negli ultimi 20 anni ma la scuola vive ancora una profonda crisi. Sir Kennet Robinson afferma che la scuola uccide la creatività ed il pensiero divergente. Bisognerebbe tornare all’esperienza rivoluzionaria di Don Milani?

Non penso si possa tornare all’esperienza di Don Milani perché quella è un’esperienza assolutamente unica e molto datata, legata a quel tempo e a quel personaggio, assolutamente unico ed inimitabile. Di Don Milani è interessante ritornare a due punti, uno è il tempo, ci vuole molto tempo, ed io ritengo che bisogna estendere il tempo pieno a tutte le scuole italiane. E’ profondamente ingiusto che ci siano bambini che vanno a scuola 8 ore, il 32%, e il 68% vanno a scuola con un orario ridotto, circa la metà del tempo, è profondamente ingiusto, poi su come organizzare questo tempo c’è da discutere, bisogna farlo in modo sensato, con una grande ricchezza di proposte che devono vedere anche la partecipazione del terzo settore, della città, insomma non deve essere solo una scuola chiusa, fatta dai soli insegnanti. Credo che una pluralità di interventi educativi sia molto utile e molto importante. La seconda questione che era interessante in Don Milani era l’esperienza, lui è stato un precursore sull’alternanza scuola lavoro, su cui c’è molto dibattito, è complessa la questione, però la cosa forte che faceva Don Milani, era che quei ragazzi di una collina sperduta della toscana, lui li faceva andare in Germania, in Algeria, in Inghilterra, da soli, per un anno, a sperimentarsi, a 14/15 anni, giovanissimi, questa è un’idea molto importante, io penso che se la scuola riesce a intrecciarsi con il mondo del lavoro, nel senso più vasto del termine, potrebbe essere una cosa molto interessante. Bisognerebbe capire come farlo, perché l’alternanza, come è stata fatta, ha molti difetti, si presta a molte critiche, però il nodo che uno nel suo percorso scolastico incontri anche esperienze di lavoro potrebbe essere molto interessante.

A settembre le scuole riaprono, in precedenza abbiamo parlato di ambienti educativi, lei afferma che è importante anche educare all’aperto, in mezzo alla natura, potrebbe essere anche questa una soluzione per mantenere la distanza di sicurezza tra gli alunni?

E’ un’ipotesi, un’ipotesi molto importante e interessante. Io penso che sempre la scuola debba essere fatta anche all’aperto. Il mio ideale è che ogni scuola dovrebbe avere uno spazio verde, anche piccolo, dove si possa coltivare un orto, dove ci siano delle piante da frutta, dove ci si possa stare seduti a terra, con la terra, quella vera, non il cemento. Inoltre sarebbe bello che le scuole in città avessero anche un’area pedonale intorno ai loro edifici, c’è una proposta del comune di Palermo, molto interessante, di realizzare un’area pedonale di un kilometro quadrato intorno alle scuole, dove i ragazzi possano utilizzare spazi della città, e in questo, magari, l’emergenza ci potrebbe aiutare ad essere creativi. C’è un censimento da fare su tutte le strutture da utilizzate, e in questo potrebbero entrare i giardini, i parchi, purtroppo in città non sono molti, ma si possono utilizzare in modo più ricco e più vario. Bisogna sperimentare, nello sperimentare dobbiamo sicuramente pensare che stare all’area aperta spesso è di grande stimolo all’attenzione. Paradossalmente l’insegnante pensa che a scuola li contiene meglio i bambini, ma non è così. A scuola la distrazione è fortissima nella classe, chiusi in classe per 5/8 ore, la distrazione è in agguato continuamente, più ti muovi e più sei concentrato, e la concentrazione è un grande problema nell’educazione, perché siamo in un’epoca dove saltiamo continuamente da una cosa all’altra, c’è uno stordimento delle proposte, anche nella fruizione dei video, della velocità nel fare contemporaneamente più cose.

Un’ultima battuta, educare la mente o educare tutto il corpo.

Sicuramente tutto il corpo, la mente è parte del corpo, e come pensare all’uomo dimenticando il pianeta in cui abita. L’uomo è l’ambiente in cui abita, noi non potremmo respirare se non ci fosse il mondo vegetale, non potremmo vivere senza il mondo animale e tutto ciò che c’è intorno a noi. Questa riconnesione tra noi ed il pianeta è la stessa riconnessione che dobbiamo fare tra il cervello e tutto il corpo, tutto il nostro sentire, i nostri sensi sono in tutto il corpo, e noi pensiamo con i sensi, a partire dai sensi.

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