La paga della cattedra. Lettera

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inviata da Michele Canalini – L’adeguamento oggi dello stipendio dell’insegnante in Italia è una prerogativa essenziale di questo ruolo professionale ma non è una conditio sine qua non. Mi spiego meglio: è vero quanto scrive Andrea Gavosto nel suo articolo su Repubblica del 15 agosto 2022, cioè che è necessario e pure utile adeguarsi alle medie di retribuzione europea (ed evitare che, ad esempio, un docente delle superiori italiane a inizio carriera sia stipendiato meno della metà di un collega tedesco, seppur a fronte di un minor numero di ore svolte al lavoro perché non ufficialmente contabilizzate).

Quello che io sostengo, invece, è un rovesciamento di paradigma, sebbene elaborato da un’ottica di filosofia morale. Chi sceglie di fare l’insegnante lo deve fare anzitutto perché è preparato nelle proprie discipline, perché è motivato nella professione e perché è consapevole che andrà a svolgere un mestiere che lo qualificherà come educatore e guida di taluni apprendenti, ora più che mai alla ricerca di alcune certezze etiche e di irreprensibili bussole cognitive.

Dopodiché è lo Stato, assieme alla società civile, che dovrà farsi carico del giusto riconoscimento della figura del docente (inclusa la sua assunzione tramite valida forma di
reclutamento) e, di conseguenza, di un opportuno riconoscimento salariale.

Per attivare, in tal modo, un circolo virtuoso di natura educativa e sociale, e per non lasciare soltanto all’iniziativa dei docenti coscienziosi la responsabilità di tappare le falle di un sistema didattico e di un’organizzazione non sempre all’altezza; e per non sollevare d’altra parte le richieste collettive e generalizzanti – “dal basso” – di insegnanti frustrati e demotivati, ivi compresi quelli che “si limitano al minimo sforzo, senza che preside, colleghi o famiglie possano lamentarsene”, per riprendere le parole di Gavosto

Stipendi docenti, Gavosto: “Salari a livello europeo, ma anche più ore a scuola per correggere i compiti e svolgere altre attività correlate”

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