La nuova scuola. Lettera

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Inviato da Sebastiano Pilosu – Si son dette tante cose sulla scuola in questo periodo di chiusura a causa dell’epidemia, forse troppe.

Come spesso accade a parlare e scrivere di più sono state persone esterne al mondo della scuola, molti genitori, giornalisti e opinionisti da lockdown, tutti a mettere in evidenza l’importanza della scuola, il suo ruolo fondamentale, determinante e insostituibile nella formazione dei giovani, dei cittadini.

Fa piacere a chi come me ha dedicato all’insegnamento ben 42 anni della propria vita e ora si accinge ad andare in pensione. C’è voluta la chiusura, il coronavirus, perché in tanti prendessero coscienza di quanto la scuola fosse importante, sì perché lo era anche prima, quando invece sulla scuola si operavano tagli inaccettabili per un paese civile; ma tutto avveniva nel silenzio dei media, tra l’indifferenza dell’opinione pubblica, e talvolta col plauso di tanti. Della scuola si parlava quando crollava un soffitto, quando un insegnante veniva deriso o bullizzato o peggio quando una maestra era purtroppo accusata di maltrattamenti. Per tutti la scuola era allo sfascio, non insegnava più niente.

I docenti: sempre troppi e nullafacenti, sempre più in balia di genitori che invece che insegnare ai propri figli il rispetto, insegnavano loro il disprezzo verso quelli che un tempo erano considerati “maestri”, insegnanti ed educatori. Questo è stato il clima degli ultimi dieci anni (forse venti, ma non esageriamo!). Così nelle periodiche crisi economiche e finanziarie è stato facile per governi di tutti i colori tagliare sulla scuola: riduzione del monte ore settimanale, ritorno al concetto e al sistema del maestro unico, eliminazione dei laboratori, riduzione drastica delle compresenze, soppressione di plessi e di interi istituti scolastici, accorpamenti, classi pollaio (alla faccia della sicurezza), abbandono delle zone periferiche, chiusura delle scuole nei piccoli centri (poi tutti a piangere per lo spopolamento di intere regioni), tutto al solo scopo di risparmiare sul personale scolastico, sui docenti ma anche su impiegati e bidelli, persino sui dirigenti. Nello stesso tempo abbandono totale delle strutture scolastiche: risparmio sulla manutenzione, con scuole fatiscenti, disadorne, impresentabili e certo non luoghi accoglienti per i ragazzi e per il personale; laboratori obsoleti, raramente rinnovati e abbandonati alla buona volontà dei singoli docenti (quante volte abbiamo acquistato i materiali per poter lavorare e far lavorare i ragazzi); l’edilizia scolastica pressoché ferma da decenni, praticamente un ricordo che si perde nel tempo.

“Fortunatamente” è arrivato il calo demografico ad aiutare i politici, la stampa, i media e tutto il seguito, a mitigare gli effetti devastanti delle politiche scolastiche (o antiscolastiche). Si potrebbe certo entrare nel merito di tutte le riforme e pseudoriforme che si sono susseguite a danno ora della scuola dell’infanzia ed elementare, ora della scuola media inferiore e superiore, ora dell’istruzione tecnica e ora dell’istruzione professionale (quest’ultima è stata davvero bistrattata e spinta ormai verso un’inevitabile morte, con conseguenze che emergeranno drammaticamente nei prossimi anni).

Si potrebbe analizzare il vero significato di autonomia scolastica, mai autonomia didattica, ma autonomia economico-finanziaria, la scuola azienda che deve procacciarsi i quattrini da finanziatori privati, la scuola asservita, la scuola non più luogo di formazione della società civile; lo stato che si libera del pesante fardello senza rendersi conto di svendere i propri cittadini. Oltre a queste considerazioni di carattere etico, ci sono quelle più prettamente pratiche e sostanziali: la logica del finanziamento da parte delle aziende è basata sull’esistenza di un
tessuto economico e industriale che invece in buona parte d’Italia proprio non esiste (vi garantisco che questo genere di operazioni in Sardegna, la mia terra, è impossibile e inattuabile); ne consegue che si è lavorato e si opera non per eliminare le differenze tra nord e sud ma paradossalmente per accentuarle ulteriormente. Quindi il bla bla bla, la scuola, la scuola, la scuola, di questi giorni, le petizioni per la riapertura, hanno un sapore amaro, appaiono stonate e stridenti, e anche (nelle bocche di certi) ipocrite e poco credibili. Se la scuola è davvero così importante restituite il maltolto, i miliardi che alla scuola avete sottratto, investite sulla scuola, sui ragazzi, sul loro futuro, sul loro sapere irrinunciabile, investite sui docenti perché tornino ad essere per tutti quei maestri di civiltà e di vita che possono e devono essere. Parole, parole, le mie come quelli di tutti, parole. Sappiamo bene che sono e resteranno solo parole. La crisi economica sta scavando una nuova voragine dentro quella che già non riuscivano a ripianare.

Una voragine profonda, concreta e reale, economica, finanziaria e sociale, la cui profondità sarà (e già sta accadendo) ulteriormente ingigantita dai questuanti, dai mestatori, dagli approfittatori; ci saranno aziende, ci saranno banche da salvare, e questa volta, per ovvie ragioni contingenti, non si potrà più tagliare sulla sanità pubblica (che ha subito al pari della scuola i peggiori tagli dell’ultimo decennio), e la scuola dovrà arrendersi e subire ulteriori e devastanti disivestimenti. Inutile illudersi, il ritorno economico dell’investimento sulla scuola è troppo a lungo termine, troppo complesso, complicato e incomprensibile per un mercato che si orienta sempre più verso il mordi e fuggi, che vuole tutto subito, che non sa aspettare e non vuole aspettare, che non ha tempo per fermarsi a riflettere e a cercare di capire. Inutile illudersi visto che negli anni si sono susseguiti governi di ogni colore e mai la scuola è stata al centro delle politiche messe in atto. In molti (proprio come accade in questi giorni) si sono riempiti la bocca nelle campagne elettorali, con fastidiosa e falsa propaganda, per dimenticare immediatamente e totalmente gli impegni sulla scuola nella prassi governativa, nessuno escluso.

Inutile illudersi sentite le prime proposte della ministra Azzolina, che pare tradiscano un’ingenuità malcelata che potrebbe rivelarsi controproducente, anche in termini di comunicazione. Dice: la scuola riprenderà con metà classe in presenza e metà classe a distanza, collegata in video conferenza (ma faccia piuttosto una seria indagine sulla DAD, seria però!). Abbiamo già capito, non ci sono soldi per la scuola, non c’è un euro per ridurre il numero degli alunni per classe, per costruire nuove scuole con aule più grandi, per ridimensionare gli istituti, per assumere nuovi docenti e nuovo personale ausiliario, non ci sono soldi per garantire la sicurezza e la salute di alunni e docenti. Il messaggio è chiaro: metteremo una pezza, aggiungeremo un’altra orribile pezza sull’abito sdrucito, strappato, della scuola e la scuola sarà sempre più ridotta a brandelli, rabberciata alla meglio, sempre più zimbello della società, ultima ruota di un carro che a questo punto farà davvero poca strada.

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