La non obbligatorietà del vaccino: roba da ricchi. Lettera

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Inviata da Stefania Ferrari – La platea pare unitamente favorevole alla vaccinazione, anche forzata. Qualche voce contraria esiste, ma resta silente, sprovvista del coraggio di farsi sentire o privata da altri di spazio per esprimersi. Vogliamo accordarglielo?

Soldi… soldi… soldi… Una meta da imporsi di raggiungere ad ogni costo, anche in modo disonesto, l’unico valore che conti: tale è ormai il triste insegnamento da offrire alle nuove generazioni. In assenza di denaro non si può godere di giustizia, democrazia, libertà. In assenza di denaro non si hanno diritti.

Qualche esempio?

Un’abitazione priva di fornitura d’acqua non ottiene l’abitabilità da parte dell’Azienda sanitaria nazionale. Tuttavia, in caso di disservizio e di inadempienza del proprietario, un inquilino che vuole lavarsi deve pagare un avvocato che compia i passi necessari a ripristinare il diritto leso.

Tante volte si è sentito parlare del diritto alla difesa per un accusato. Per chi ha un reddito superiore a diecimila euro l’anno, però, il patrocinio non è gratuito. La parcella di un avvocato ammonta in media a duemila euro per ognuna delle innumerevoli azioni che si susseguono nel corso di un procedimento. Non è contemplato non possedere il denaro richiesto per godere di quel diritto, neppure se si percepisce una retribuzione di poco superiore al tetto massimo e con essa si deve provvedere a canone d’affitto, bollette e vitto, che non permettono l’avanzo necessario.

Ed eccoci giunti alla questione scottante e di grande attualità, ma che tanto ricalca quanto premesso.

Che ne è del diritto di decidere relativamente alla propria salute e dunque di non vaccinarsi contro il Covid-19? L’ennesima faccenda da ricchi, possibile solo per chi può permettersi di decurtare ogni mese dal proprio stipendio oltre duecento euro per pagarsi un tampone ogni due giorni.

Un docente non può che rassegnarsi a rinunciare a tale diritto democratico. Dunque a un docente non è consentita la libertà di temere gli effetti collaterali di vaccini nati velocemente quanto la pandemia, di dubitare di ritrovati che non hanno potuto essere testati a lungo, tanto da mietere parecchie vittime, di cui si tende a dimenticarsi soltanto perché si tratta di una minoranza. A un docente non è concesso di essere autore di una decisione personale: meglio il pericolo rappresentato dalla malattia che un antidoto non sicuro. In un Paese non sottoposto a dittatura ciò dovrebbe essere facoltà di tutti, non solo dei benestanti. E non dovrebbero esserci attacchi né il disprezzo collettivo verso chi propende per una scelta alternativa a quella effettuata dalla massa. Del resto c’è chi non si attiene alle norme imposte per vivere in sicurezza: molti non rispettano il metro di distanza nella fila alla cassa del supermercato, altri non indossano la mascherina sui mezzi pubblici o la posizionano correttamente solo dopo aver sbuffato addosso al malcapitato vicino a causa della corsa appena conclusa o dell’ultimo tiro dato alla sigaretta, i più toccano maniglie e ringhiere senza igienizzarsi le mani prima o dopo. A costoro non si rivolge la minaccia di privarli dello stipendio né li si accusa di non tutelare la salute altrui. Sono liberi di infrangere le regole senza scontarne il fio.

Cosa si sa, infine, delle conseguenze a lungo termine di tali intrugli farmaceutici? Nulla.

Il governo e la classe medica non rispondono di eventuali danni e neppure in caso di morte. A ciò serve la firma sul cosiddetto consenso informato: è il singolo che accetta i rischi connessi alla somministrazione volontaria. Ma che dire di quando la vaccinazione ha una parvenza di spontaneità, ma in realtà è coatta perché l’individuo non ha i mezzi economici necessari per sottoporsi a ciò che serve per rifiutarla?

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