La mia idea di scuola. Lettera

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Inviato da Lucio Garofalo – La mia idea di scuola: un luogo di confronto pluralistico, in cui i discenti ed i docenti possano respirare un clima di libertà e che non sia l’emulazione di modelli aziendali goffi e maldestri, decotti ed anacronistici, bensì un ambiente che valorizzi i talenti e le attitudini di ognuno e permetta la partecipazione più ampia alla gestione degli organi collegiali e ad una direzione il più possibile democratica.

Ogni realtà scolastica presenta le proprie peculiarità in quanto comunità educativa e di apprendimento ed in quanto comunità professionale, per cui ogni singola scuola ha l’esigenza di essere valorizzata nella sua identità particolare.

A tale scopo occorre che alla guida della scuola non siano preposti dei burocrati arroganti ed ottusi, calati dall’alto, bensì soggetti scelti in modo libero e diretto dalla stessa comunità professionale che vi opera, cioè dei presidi eletti e con scadenza temporale.

Inoltre, è necessario che siano riconosciute la dignità professionale dei docenti e la libertà di insegnamento, da fin troppo tempo umiliate e calpestate da una sequenza devastante di “schiforme” varate dai tanti governi (sia di centro-destra, che di centro-sinistra) che si sono avvicendati negli ultimi decenni, senza soluzione di continuità e senza alcuna pietà. Il mio auspicio (utopico) è un modello di scuola in cui si ridimensioni il carico di lavoro inutile, di natura burocratica, a livello sia cartaceo che digitale, poiché sottrae tempo assai prezioso al lavoro con i discenti in carne ed ossa. In tal senso suggerisco ed auspico di ridurre tali adempimenti formali, assolutamente vuoti e superflui, al minimo indispensabile, poiché contribuiscono solo ad estendere la muffa ed accumulare la polvere che si deposita negli archivi delle scuole.

Purtroppo, sono anni, lustri, che i funzionari del MIUR, i dirigenti ed i burocrati pretendono di spacciare in quanto “novità” rivestite in una veste terminologica diversa, delle idee che sono datate di almeno 90 anni. Ma non è altro che una “minestra riscaldata”, ovvero la rivisitazione in chiave aziendalista di quella “didattica attiva”, ossia un principio ben noto agli “addetti ai lavori” da almeno cent’anni. Basti pensare che già la grande pedagogista Maria Montessori, ai suoi tempi, a cavallo tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, mise in atto esperienze di pedagogia attivistica. Il dato che più irrita è che i burocrati ed i vari funzionari della “Mala scuola”, si arrogano il diritto di “resettare” il prezioso patrimonio teorico-pratico della storia della scienza psico-pedagogica, con l’intento di spacciare e propagandare simili baggianate come se fossero delle novità assolute: una sorta di “manna dal cielo” calata all’improvviso dalle “alte sfere” del MIUR.

Il guaio è che stanno ingabbiando il lavoro dei docenti, la cui essenza più nobile ed entusiasmante consiste proprio nella capacità ed attitudine all’improvvisazione. Un insegnante deve saper reagire positivamente agli stimoli provenienti dai discenti, che non si possono rinchiudere in griglie aride ed inutili, funzionali soltanto ai burocrati della scuola.

In altri termini, stanno costruendo una scuola che deve sfornare solo anonimi impiegati, una scuola in cui l’estro e lo spirito critico sono azzerati in funzione della competizione più sfrenata in un mercato del lavoro al ribasso. Lavoro che, oltretutto, nemmeno si trova, in quanto imperversa il precariato a vita.

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