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La metodologia CLIL per una didattica innovativa e multilinguistica

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Insegnare lingue nelle società complesse costituisce oggi una sfida per la scuola italiana, e ciò spiega il fiorire negli anni di diverse strategie metodologiche connesse a tale processo di insegnamento-apprendimento.
Con la metodologia CLIL (acronimo di Content and Language Integrated Learning)1 si intende in estrema sintesi l’apprendimento integrato di contenuto e linguaggio.

Il DPR 275/99, decreto attuativo dell’autonomia scolastica aveva già previsto la possibilità di effettuare dei percorsi formativi che coinvolgessero più discipline e attività in lingua straniera. Bisogna attendere la Riforma Gelmini del 2010 per far entrare la metodologia CLIL obbligatoriamente nella scuola italiana, nello specifico nella scuola secondaria di secondo grado mentre, nel resto d’Europa, rimane un insegnamento opzionale. In tutto ciò bisogna registrare una prima criticità, perché l’insegnante di lingua straniera resta escluso dall’insegnamento CLIL, che deve invece essere condotto da insegnanti di altre discipline che sono in possesso di una certificazione di livello C1.

Prima di procedere con qualsiasi altra considerazione, bisogna chiedersi cos’è la metodologia CLIL e a che cosa serve?

Il termine “CLIL” è stato coniato nel 1994 dalla commissione Europea in occasione di una articolata discussione condotta dai rappresentanti della Finlandia e dei Paesi Bassi. Obiettivo di tale commissione era migliorare l’apprendimento delle lingue straniere in ambito scolastico, attraverso una metodologia che indicasse la spiegazione di contenuti di una disciplina non linguistica in una lingua diversa da quella madre. Chiaramente perché tale intervento didattico risulti efficace, bisogna operare senza l’ausilio della traduzione.

Questa metodologia così intesa, proprio perché l’argomento di studio riveste il vero centro della focalizzazione dell’interesse del discente, ha uno scopo duplice e, allo stesso momento, la lingua straniera assume il ruolo di mediatore dell’apprendimento venendo assimilata indirettamente e in modo efficace. In altre parole, la lingua straniera viene a definirsi come mezzo, più che come fine della prassi didattica ma, inevitabilmente, il discente godrà di questo beneficio indiretto. Ciò porta gli studenti ad essere maggiormente coinvolti nel processo di studio e di apprendimento dovendosi concentrare sempre di più in vista di un risultato più consapevole attraverso un vero e proprio processo attivo che pone l’alunno al centro dell’azione didattico-educativa, fine principale della formazione scolastica.

L’erogazione didattica mediante l’uso di questa metodologia bilingue promuove anche il pensiero critico del discente, perché stimola un continuo confronto dei valori culturali.

Qual è il quadro di riferimento per l’introduzione della metodologia CLIL nelle Istituzioni Statali secondarie di secondo grado?

La riorganizzazione degli indirizzi della scuola secondaria di secondo grado avviata nel 2010, ha introdotto nei Licei Linguistici l’insegnamento di discipline non linguistiche in lingua straniera secondo la metodologia CLIL già a partire dall’anno scolastico 2012/2013 in maniera obbligatoria in due lingue diverse. Al terzo anno del corso di studi si impartisce l’insegnamento di una disciplina non linguistica in una lingua straniera, mentre al quarto e quinto anno vengono insegnate due discipline non linguistiche in due lingue straniere. Diversamente, negli altri Licei è obbligatorio l’insegnamento CLIL in inglese di almeno una disciplina non linguistica al quinto anno e per gli Istituti tecnici la metodologia CLIL in inglese è prevista unicamente al quinto anno e riguarda una sola disciplina di indirizzo. Per la formazione del personale docente di disciplina non linguistica già in servizio presso le scuole, il MIUR ha previsto una modalità di formazione che comprende un corso per l’acquisizione delle competenze sulla metodologia CLIL e un precorso per l’acquisizione delle competenze linguistiche fino al raggiungimento del livello C1 del QCER (Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue).

Il Decreto Direttoriale n. 6 del 16 aprile 2012 della Direzione Generale per il Personale scolastico ha definito anche le principali caratteristiche dei corsi di perfezionamento del valore di 20 crediti formativi universitari per l’insegnamento di una disciplina non linguistica in lingua straniera secondo la metodologia CLIL rivolti ai docenti in servizio nei Licei e negli Istituti tecnici.

In altri casi possono accedere ai corsi anche i docenti in possesso di certificazioni nella lingua straniera oggetto del corso, rilasciate da Enti Certificatori riconosciuti dai governi dei paesi madrelingua, almeno di livello C1 di cui al QCER, che attestano le abilità ivi previste (Ascolto, Parlato/Interazione, Scrittura, Lettura); competenze linguistiche certificate in relazione alle abilità, di livello B2 del QCER, iscritti e frequentanti un corso di formazione per conseguire il livello C1 del QCER.

Quale può essere l’utilità per l’applicazione nella didattica della metodologia CLIL?

Il CLIL è una metodologia in grado di innescare un reale rinnovamento dell’agire didattico, in quanto mira a oltrepassare i limiti della lezione tradizionale. Si fa forza attraverso un uso veicolare della lingua straniera stimolando gli studenti con strategie di apprendimento che consentono loro di acquisire significati articolati e condivisi sotto la guida attenta del docente. Tutto ciò però sarà difficile da realizzare se non saranno affrontati almeno i due significativi punti critici: la penuria di personale adeguatamente competente e formato soprattutto dal punto di vista della conoscenza delle lingue straniere, e la semplificazione eccessiva dell’aspetto contenutistico della disciplina, ossia che non si cada nella tentazione di ridurre in maniera caratterizzante gli argomenti proposti per adattarsi al livello di conoscenza della lingua straniera di docenti e studenti. È chiaro che sia di vitale importanza investire maggiormente sulla formazione linguistica e metodologica dei docenti se si vuole evitare un risultato minore rispetto agli obiettivi.

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