A quando la marcia dei 40.000 anche nella scuola? Lettera

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Emanuele Grazzini – La scuola pubblica è vicina ad un Big bang. Per forza di cose. Gli insegnanti tutti dovrebbero fare la loro “marcia dei 40.000”, come fecero i dipendenti FIAT per far cessare l’ostruzionismo fine a se stesso di alcuni sindacati. Di cosa si dovrebbero riappropriare gli insegnanti?

Della loro funzione docente, innanzitutto. Oggi l’insegnante deve svolgere tutta una serie di funzioni di cui quella docente vera e propria costituisce ormai una piccola parte. Invece di dedicare tempo a preparare le lezioni, studiare le novità nel suo campo, insegnare ai propri alunni a leggere i tempi, egli è costretto a compilare moduli, verbali, tabelle, comunicazioni. Ma se c’è il registro elettronico a cosa serve riempire tutta quella carta?
I recenti avvenimenti sempre più frequenti dimostrano che in gioco c’è ormai l’incolumità fisica. Non tiriamo fuori la solita storia dei casi isolati. Il trend è in aumento. Brusio in classe, non svolgimento di compiti, tentativi di copiare nelle verifiche e assenze strategiche sono quisquilie del passato che saremmo ben lieti di tollerare.

Oggi ci si deve tutelare dai genitori, da dirigenti scolastici timorosi dell’utenza che si rifanno sugli insegnanti ma anche, si badi bene, dagli stessi colleghi, molti dei quali non sono in grado di distinguere il ruolo di docente da quello di genitori.

La politica ci ha messo del proprio senza alcuna distinzione di colore.

Vanno in questo senso la scellerata eliminazione degli esami di riparazione le ripetute uscite del politico di turno che auspica l’abolizione delle bocciature.

E da ultimo la riduzione a 4 anni del ciclo delle superiori con la scusante che i giovani andranno prima nel mondo del lavoro o all’università.

Dove si fermerà questo trend, questa linea di pensiero secondo cui gli alunni devono stare bene a scuola e non devono essere “destabilizzati” imponendo loro troppe regole di comportamento?

È difficile dirlo. Ma certo l’autoflagellazione di una parte dei docenti che di fronte ad un alunno irreversibilmente refrattario imputano a se stessi il fallimento del progetto di crescita non aiuta.

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