La maggior parte dei maturandi di oggi non è in grado di tradurre dal greco, specie Aristotele. Lettera

di redazione
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Dopo le splendide tracce della Prima prova, oggi i maturandi del Liceo classico si sono confrontati con la traduzione di un bellissimo passo aristotelico tratto dall’ottavo libro dell’Etica nicomachea: in sintesi, l’amicizia è la Virtù fondamentale non solo per gli uomini ma per tutti gli essere viventi.

Il web già pullula dei più disparati commenti; molti addetti ai lavori la definiscono “facilissima”, addirittura “elementare”. Ma cosa
ne pensano gli alunni? Ovviamente molti sono rimasti basiti di fronte al periodare aristotelico che, di checché se ne dica, fa sempre un certo effetto.

È ovvio che da grecista anche io l’abbia reputata fattibile e affascinante
per il suo contenuto (scorrevole in alcuni punti e meno in altri) ma da docente a contatto quotidiano con gli alunni, mi sono subito resa conto delle insidie in essa contenute.

La verità è che la maggior parte dei maturandi di oggi non è in grado di tradurre e sicuramente non Aristotele, dato che, per cinque anni, il sistema-scuola ha fatto credere loro che il 3 dello scritto poteva essere facilmente recuperato con un 8 in Letteratura, ottenendo quella mediocrità che come noi docenti ben sappiamo, quasi sempre viene convertita in una risicata sufficienza in sede di scrutinio finale.

Di fatti il voto di Giugno è la media tra scritto e orale, e noi tutti sappiamo che ci sono alunni (a loro dire) non capaci di tradurre, ma abili oratori (come se scritto e orale fossero poi due mondi a sé stanti!) Dunque, se li si “illude” in itinere, che senso ha “ostacolarli” alla fine? Ovvero, se il sistema funzionasse, all’esame finale (almeno fino a quest’anno) dovrebbero essere stati ammessi solo coloro che hanno mostrato di aver raggiunto tutti gli obiettivi nelle varie discipline e dunque, in questo sistema perfetto, tutti oggi avrebbero dovuto avere gli strumenti per tradurre Aristotele. Ma è chiaro che questa non sia la realtà effettiva.

Ad esempio, a fronte di un lessico sicuramente semplice e non filosofico, l’alunno medio sarà stato in grado di consultare adeguatamente il vocabolario cercando le esatte sfumature e costruzioni o avrà riconosciuto la tmesi presente nella citazione omerica, condicio sine qua non per la corretta traduzione del lemma verbale? Considerando la scelta del GINNASIALE passo senecano dell’Esame del 2017, un Aristotele (seppur semplice rispetto ad altri loci) non credo sia corretto. O meglio, lo è, se però si riuscisse a dare più valore durante l’anno alla competenza del trans-ducere, riqualificandola (specialmente al Classico) e rendendo davvero il testo il punto di partenza, l’Ur da spiegare e assaporare con riflessioni metalinguistiche e stilistico-letterarie e non l’ostacolo da bypassare con una buona performance all’orale (a volte purtroppo mnemonica).

La presente riflessione dunque non è tanto sulla mera scelta del passo, quanto su una certa incongruenza di fondo che mi sembra di ravvisare. Quello di quest’anno sarà l’ultimo esame di questo tipo, dato che dal prossimo anno si annunciano cambiamenti, a riguardo dei quali corrono tanti rumores ma nessuna certezza. Attendiamo dunque di vedere se e come verrà modificata anche la seconda prova.

Prof.ssa Pizii

 

 

 

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