La lezione è un atto di creazione, non demonizziamola

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#insegnanti #studenti

La crisi che attraversa il nostro millennio, acuita dalla pandemia, ha provocato cadute, disorientamenti, messa in discussione di quelli che, fino a ieri, sembravano principi intoccabili. Anche la scuola, per fortuna o per sfortuna, è in questo vortice. Tuttavia, il naturale smarrimento indotto dalle crisi, richiede capacità di osservazione e di analisi, di studio e di ricerca, di mente e di cuore: le basi per poter ragionare bene e propositivamente sulle nuove complessità che coinvolgono ogni sistema.

La scuola, mai come oggi sotto i riflettori, è un sistema educativo-formativo corresponsabile della crescita cognitiva, intellettuale, culturale dei giovani proiettati verso il futuro, che è il futuro di tutti noi. Bisogna stare molto attenti. L’innovazione auspicata non può identificarsi esclusivamente con l’utilizzo delle nuove tecnologie, né con il “cestinare” metodologie didattiche di valore che hanno una storia e una loro ragion d’essere. L’evoluzione dell’umanità ci insegna che il successo delle società nasce dall’aver saputo coniugare con intelligenza il vecchio e il nuovo, introdurre nuovi strumenti per incrementare il proprio lavoro e migliorare le condizioni di vita. La vera sfida del rinnovamento non è mai scevra dalla sensibilità per lo spirito del passato.

Da qualche settimana, sotto la lente d’ingrandimento troviamo la “lezione scolastica”, demonizzata e spogliata d’un colpo di ogni valore didattico-educativo. Ora, è vero che a scuola la didattica richiede cambiamenti perché viviamo un altro tempo, un’altra storia, perché i ragazzi, “nativi digitali”, non sono più quelli di ieri. Ma, focalizzare l’attenzione su quelli che definisco “frammenti” di un’opera macroscopica, condannare o criticare ora questo, ora quello, ma soprattutto delegare e colpevolizzare la figura del docente, non è assolutamente proficuo. Per usare una metafora, è una posizione che “nuoce gravemente alla salute della scuola tutta” e incoraggia il fenomeno della deresponsabilizzazione.

Ho sempre sostenuto la necessità e la preziosità di una didattica laboratoriale, ora più che mai, ma considero altrettanto utile e fruttuosa la lezione. Piuttosto, è necessario saper conciliare ora l’una ora l’altra modalità: una questione di equilibrio e di armonica vita scolastica.

Pensiamo a quante volte ci capita di non volerci perdere, per nessuna ragione al mondo, una relazione, una lectio magistralis ad opera di intellettuali o esperti verso i quali nutriamo grande considerazione e rispetto. Ascoltarli è un piacere, ne restiamo affascinati, prendiamo appunti, tesaurizziamo stimoli e riflessioni per il nostro agire professionale, cogliamo tutta la passione riposta nella gioia di un incontro e in ogni parola pronunciata. Ne usciamo arricchiti, incuriositi, stimolati. Ecco: la lezione in classe può sortire gli stessi effetti sui nostri alunni, certo, quando “ben tenuta”.

Il filosofo russo Pavel Florenskij nel 1917, scriveva: «La lezione non è un tragitto su un tram che ti trascina avanti inesorabilmente su binari fissi e ti porta alla meta per la via più breve, ma è una passeggiata a piedi, una gita, sia pure con un punto finale ben preciso, o meglio, su un cammino che ha una direzione generale ben precisa, senza avere l’unica esigenza dichiarata di arrivare fin lì, e di farlo per una strada precisa. Per chi passeggia è importante camminare e non solo arrivare; chi passeggia procede tranquillo senza affrettare il passo» (Pavel Florenskij). Una stupenda espressione. Anche l’etimologia aiuta a chiarirne il senso: la parola lezione rimanda a legěre, leggere; quella greca, a légō, raccogliere, mettere insieme, come a dire che una lezione è movimento, è fermento e implica le azioni di leggere, dire, raccontare, raccogliere, ascoltare. Per fare lezione possiamo servirci di uno o più testi, di immagini e di video, possiamo e dobbiamo collegarci ad altre discipline, interrompere il racconto per ascoltare le idee, le obiezioni, i pareri di chi ci ascolta. Una lezione implica fare, provare e sperimentare, richiede naturali e spontanee interferenze che creano motivazione, stupore, curiosità, stimolo verso la ricerca, inter-esse ovvero quel prezioso legame tra me e il mondo.

Una lezione va preparata, tuttavia può capitare che essa prenda tutta un’altra piega perché “trattando” un tema abbiamo creato un ambiente ricco di stimoli, abbiamo lasciato posto alle domande, alle inferenze, al dibattito, alla conversazione, al confronto, abbiamo valorizzato ogni contributo, abbiamo sollecitato la curiosità per approfondire e ricercare, anche in autonomia. Resta intatto il canovaccio originario della lezione ma, alla fine, abbiamo realizzato le condizioni per una creazione nuova e originale. Questa è “una bella lezione”. Ne ricaviamo soddisfazione e gratificazione, abbiamo incentivato nei nostri alunni il desiderio di saperne di più, di comprendere ancora oltre.

Quindi, la lezione, quando ben tenuta, non è passaggio di nozioni da memorizzare come se gli alunni fossero replicanti e non è neppure l’ossessione di “andare avanti con il programma” (che poi sono “Linee guida”). La lezione è un tempo «fermentativo» (Florenskij) nel quale l’aula asettica e spoglia si tramuta in luogo dell’educazione attraversato da vivacità, fervore e sana concitazione, si trasforma in laboratorio (laboratorio, dal lat. làbor, lavoro), dove il manuale di studio rappresenta esclusivamente uno strumento orientativo di lavoro. Quindi, onore alla lezione!

L’ambiguità, circa il suo valore didattico, nasce presumibilmente dall’accompagnare la “lezione” alle parole “frontale” o “cattedratica” le quali danno l’idea di staticità monologante, tanto più che la cattedra viene interpretata come barriera comunicativa. Da non sottovalutare poi le dinamiche inconsce che influiscono sul fare del docente stesso. Uno dei rischi possibili e agiti inconsapevolmente, per esempio, è la seduzione narcisistica dell’insegnante, per il quale la lezione può diventare una sorta di esaltazione egotica del proprio sapere e della percezione di sé e l’alunno non è protagonista del processo di apprendimento ma spettatore passivo. Una lezione, quando semplicemente frontale, non lascia spazio al pensiero né alle domande legittime, quelle alle quali non c’è una risposta pre-definita, non tiene conto degli sguardi e delle posture degli alunni, non interpreta messaggi e feedback, non conosce lo spazio fisico dell’aula ma soltanto l’immobilità di una cattedra, non ascolta il silenzio “che fa rumore” (Lévinas).

Tuttavia questi sono alcuni dei rischi impliciti nella professione docente, così come in qualunque altra professione. Una formazione al pensiero riflessivo per gli insegnanti (L. Mortari) può senz’altro aiutare a non incorrervi. Quindi, non demonizziamo la lezione che è un atto di creazione! Questo millennio e la crisi ormai generalizzata richiedono ragionamento a 360 gradi, corresponsabilità, co-progettazione, condivisione delle finalità, sguardo olistico, ascolto delle parti, riconoscimento del ruolo intellettuale e trasformativo del docente che, per questo, sa agevolmente passare dalla lezione, al laboratorio, alla sperimentazione, all’incontro, alla conversazione, alla scoperta del territorio e via così. Occorre un rinnovato assetto che possa restituire alla scuola dignità istituzionale e forte valenza pedagogica, dove docenti, alunni, operatori, dirigenti scolastici, siano posti nelle condizioni di cooperare, progettare, ideare, liberandosi da condizionamenti, pregiudizi e preconoscenze e dalla medicalizzazione, co-artefici di un cammino di scoperta”. [1] C’è molto lavoro da fare, le nostre energie non vanno disperse per demonizzare oggi la lezione, domani chissà che cos’altro. Mai come adesso occorrono critiche costruttive, atteggiamento proattivo, sinergie e propositività. Semmai, studiamo insieme come fare lezione nel migliore dei modi, affrontiamo il tema delle lezioni con la DaD se ancora la pandemia ci costringesse a ciò, cerchiamo un altro equilibrio con le nuove e utili tecnologie, al nostro servizio e mai viceversa, proponiamo un’altra formazione, ma non aboliamo la lezione. Essa può affascinare, incantare, stupire e… pro-muovere vero apprendimento.

1. L’auspicio del cambiamento indispensabile viene affrontato, come ampia proposta formativa, nel saggio disponibile da settembre prossimo, dal titolo: “Prof, quanto mi ha dato? Etica e pedagogia della valutazione scolastica”, Golem, Torino 2021 di G. Landini Saba, L. Piarulli, I. Spano.

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