La lezione è linguaggio, comunicazione, relazione: si può veramente spiegare con la mascherina? Lettera

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Inviata da Massimiliano Merisi – Onorevoli Ministri Speranza e Azzolina, sono un docente di scuola superiore e mi rivolgo a voi in quanto responsabili dei Dicasteri che, come è ovvio, maggiormente sono chiamati a trovare soluzioni percorribili per la ripresa delle attività didattiche nell’attuale, complessa situazione sanitaria del nostro Paese.

Non so se altri hanno provato a indirizzarvi prima di me analogo appello, ma io certo ho tutta l’intenzione di essere concreto, essenziale, quasi pragmatico, contro le mie abitudini, e non mi soffermerò pertanto su questioni di principio né su considerazioni generali relative all’insieme delle molteplici problematiche coinvolte dalla questione. E non perché non si tratti di temi interessanti, anzi fondamentali sotto ogni punto di vista e a maggior ragione per un insegnante, ma perché il tempo che incalza nella emergenza didattica nella quale ci troviamo non ci consente più la possibilità di dedicarci a disamine astratte, a riflessioni teoriche, ma impone la scelta e l’azione sollecita. La scuola deve riaprire, su questo, mi sembra, siamo tutti d’accordo e nella mia regione (il Friuli Venezia Giulia) con ogni verosimiglianza la riapertura dovrebbe avvenire con l’inizio della prossima settimana. Ma perché, è lecito chiedersi, deve riaprire? Per dare respiro alle famiglie? per garantire ai ragazzi una pur modesta forma di socializzazione?, per rassicurare i genitori che vanno al lavoro che i loro figli si trovano dentro uno spazio educativo controllato e sicuro? per ridurre discriminazioni e diseguaglianze che possono passare anche attraverso disponibilità tecnologiche eterogenee?

Certo, per tutto questo: sono tutti motivi molto seri, verso i quali – vogliate credermi – non intendo muovere alcuna obiezione riduttiva o, peggio, derisoria, però, mi chiedo, non c’è anche dell’altro? Non è qualcos’altro la scuola, qualche cosa di valido in sé, non solo di funzionale a pur giuste esigenze sociali? Non è forse avventura educativa, palestra di spirito critico, magistero di libertà, educazione alla verità e alla pienezza del proprio essere uomini e cittadini consapevoli, per cui se viene meno, se manca, non siamo solo di fronte a una agenzia educativa utile che smette di erogare i suoi servizi necessari al funzionamento della macchina sociale ed economica, ma avviene qualcosa di più grave, forse di irreparabile, che ha profondamente a che fare con le coscienze, oserei dire le essenze, in delicata formazione di ragazzi e giovani? La scuola è anche, è soprattutto questo e come tale io la vivo e l’ho sempre vissuta; per questo l’ho scelta, scartando qualunque altra opzione lavorativa, per questo non saprei pensare a mestiere più bello e importante. E anche su questo, ne sono certo, siamo tutti d’accordo. E qui vengo al punto, cari Ministri: con il dpcm del 3 novembre il Governo impone la mascherina a tutti coloro che si trovano “nell’edificio scolastico”, anche ai docenti, pertanto, anche durante l’alto ufficio della lezione, che non è intrattenimento socialmente utile né anodino, burocratico trasferimento di nozioni, ma passione educativa in atto che, oltre alla (bellissima) fatica mentale e fisica che strema ed esalta, richiede volto, gesto sguardo, discorso solenne, intelligibile, perspicuo.

Potreste chiedere a un atleta di correre con le gambe fasciate, a un musicista di suonare il suo strumento con le dita legate? Non pare una contradictio in adiecto questa pretesa? Una richiesta impossibile e involontariamente derisoria? Non si rischia in questo modo di declassare, di fronte all’opinione pubblica e alla società, la scuola a mero spazio di contenimento sociale, rendendo quasi accessorio se non irrilevante il momento qualitativo, la “differenza specifica” tra una lezione ben fatta e una mediocre e noiosa; tra il docente appassionato e pensoso e quello attento al rispetto del solo protocollo, indifferente all’anima dei discenti? Di avallare una rappresentazione già tristemente diffusa di questa nobile istituzione come semplice erogatore di servizi per consentire alle famiglie di andare a lavorare, così poco rispettosa della propria dignità da non essere in grado di avvertire come una contraddizione intollerabile un professore che, assurdamente, parla imbavagliato?

E’ veramente questo che vogliamo, Ministro Azzolina? So bene che le disposizioni di legge impongono la mascherina, a oggi, “in tutti i luoghi chiusi”, ma in effetti non è proprio sempre così. Pensiamo per esempio agli ospiti di un talk show in uno studio televisivo (per tacere di altri programmi più frivoli di intrattenimento), o al lettore del telegiornale: in questi casi, ragioni di decoro e di intelligibilità dell’enunciato garantiscono di poter togliere la mascherina o comunque esonerano dall’obbligo di indossarla a beneficio del pubblico e della funzione svolta; altrettanto si può dire del sacerdote che sta officiando un rito o dell’attore a teatro o del cantante in una sala da concerto, o, perché no, dei commensali al ristorante e al bar.

Insomma, obbligo sì, ma con delle eccezioni a fronte di necessità ed esigenze motivate, in relazione alle quali l’imperativo del dispositivo di protezione è sostituito dal solo rispetto di adeguata (e maggiorata) distanza di sicurezza. Ecco, io mi chiedevo: il docente durante lo svolgimento della sua funzione didattica può costituire una di queste eccezioni? L’intelligibilità e il decoro della lezione, che non è certo cosa meno importante (anche da un punto di vista sociale e simbolico) della lettura di un telegiornale o di una cena al ristorante, lo esigerebbero, e certo la collocazione della cattedra a una distanza di circa due metri (dalla prima fila), peraltro di fronte a studenti tutti muniti di mascherina, unitamente alla conservazione da parte del docente di una posizione del tutto statica in fase di spiegazione, credo potrebbe consentirlo con relativa tranquillità. Senza considerare il fatto che molti colleghi preferiranno indossare comunque il dispositivo, per loro sicurezza personale, e quindi l’ “eccezione” riguarderebbe con ogni probabilità un numero prevedibilmente limitato di casi, statisticamente assai poco incisivi – è ragionevole pensare – sulle variazioni della curva epidemiologica.

Ho una considerazione molto alta della Scuola, degli insegnanti e dell’attività didattica da essi svolta e, ben lungi da ogni velleità di condurre alcun tipo di “battaglia” di principio, ritengo che, in questo caso, la difesa della dignità, professionalità, e, non da ultimo, della stessa “efficacia” didattica del docente durante la lezione meriti e imponga che si provi almeno a compiere un tentativo, o meglio ogni tentativo possibile, in questa direzione . Mi rendo perfettamente conto che la Scuola non può permettersi certamente di operare contra legem, ma qui si tratta di indicazioni emergenziali in continuo aggiornamento e modificazione e alcuni di questi aggiustamenti delle norme possono appunto dipendere anche da osservazioni sensate degli addetti ai lavori, non certo proposte per esigenze frivole, egoistiche e superficiali, ma a beneficio della qualità, serietà e dignità dell’insegnamento, criteri, se posso azzardare senza alcuna provocazione, non meno importanti e vitali rispetto a quello della salute. Mi chiedo insomma, sempre in attento e rispettoso ascolto degli esperti e delle autorità competenti, se non ci siano margini per eventuali azioni in tal senso: tutto considerato, credo il rapporto costi benefici renda questa ipotesi non priva di sensatezza.

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