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La frammentazione delle materie come limite allo sviluppo della persona, cosa intendiamo per “semplessità”? Ne parliamo con il Professor Maurizio Sibilio

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Come valorizzare il nostro potenziale per affrontare le sfide che la vita ci pone tutti i giorni? Una risposta può arrivare dal concetto di “semplessità”, ne abbiamo parlato con il Professor Maurizio Sibilio, docente ordinario di Didattica generale e Pedagogia speciale e Prorettore dell’Università degli studi di Salerno.

Professor Sibilio, cosa l’ha spinta ad approfondire il concetto di semplessità in chiave educativa, quale spinta ad agire il cambimento?

La semplessità è un paradigma promosso dalla ricerca del Professore Alain Berthoz che è un fisiologo che si occupa di studi sull’azione, sull’anticipazione probabilistica e sui processi di inibizione che ha proposto questo paradigma in alcuni campi di ricerca come quello dell’architettura, della retorica e che ha toccato anche il dominio delle scienze dell’educazione, in particolare della pedagogia e della didattica.

L’elemento di originalità e di fruibilità del paradigma è che la semplessità parte dall’elemento interconnesso, sistemico, della complessità nella quale la nostra vita è immersa, nella quotidianità dei problemi, nelle attività istituzionali, nelle nostre professioni, nelle nostre azioni e il tentativo, attraverso la proposta di Berthoz, non è di superare il significato profondo di complessità, ma di avviare un processo di navigazione della complessità che consenta di decifrare la complessità stessa, di fronteggiarla e superarla. In questo percorso c’è una sorta di semplificazione della complessità che attraverso l’azione diventa la strada di navigazione di questo groviglio che quotidianamente si riferisce alla nostra vita, ai problemi che incontriamo. Sul piano educativo e formativo la semplessità guarda all’esperienza formativa educativa come un luogo della complessità, dell’interconnessione.

È un luogo nel quale operano entità biologiche, culturali, di carattere materiale ma anche immateriale, pensiamo all’attualità che ci porta a guardare con interesse tutto il mondo del digitale, in questo senso la formazione, le modalità di insegnamento e apprendimento, sono parte di questa complessità e Berthoz ci dà una grande suggestione riportandoci ad osservare quali sono, nella nostra struttura biologica e culturale nel genere umano, quei processi profondi che ci appartengono, quelle funzioni adattive così flessibili che hanno accompagnato la nostra evoluzione, la nostra esistenza. Berthoz definisce principi queste funzioni le quali per poter operare e superare la complessità si muovono adottando delle regole semplici. Queste funzioni e queste regole semplici sono applicabili anche nel campo della formazione, dell’insegnamento, dell’apprendimento e più in generale sono un patrimonio a disposizione dei processi educativi.

Lei sottolinea l’importanza del dialogo tra i saperi e di come sia importante il ruolo di natura e cultura, in quella che oggi è un po’ la visione epigentica. Ma la frammentazione che abbiamo oggi del sapere, anche a livello scolastico tra materie, come sottolineava anche Morin, può essere un limite ad una visione complessiva dello sviluppo della persona e, di conseguenza, di un giusto approccio educativo?

Il tema è riconoscere che i domini scientifici sono una costruzione umana che consente a noi tutti di dare ordine e regolarità alla nostra conoscenza e alle esperienze che facciamo, di trarre dalle esperienze degli elementi riutilizzabili, di riflettere sulle ragioni del mondo, come ad esempio del perché esiste il genere umano, qual è il suo destino all’interno di un più ampio sistema. Rispetto a questo la semplessità ci richiama, in ambito educativo e formativo, ad un rapporto necessario tra le scienze umane e le scienze della natura, cioè un rapporto che apra un dialogo costruttivo tra scienze che qualche volta appaiono antagoniste e che invece sono assolutamente complementari e utili.

Studiare l’apprendimento di un bambino ci chiede anche la conoscenza della sua evoluzione, delle tappe auxologiche, dell’alternanza che si accompagna alla crescita ed allo sviluppo, significa conoscerne i meccanismi cognitivi, gli aspetti metabolici, insomma non si può ridurre la conoscenza del bambino ad un solo dominio, quindi anche i saperi pedagogici, quelli didattici, debbono guardare con grande interesse alle scienze della natura. Devo dire che prima di Berthoz questo approccio è stato di Maria Montessori che da medico poi ha costruito, attraverso la sua pratica, le teorie dell’educazione che hanno oggi una grandissima attualità.

La Montessori si è spostata dalla sua sensibilità scientifica in quella educativa con risultati straordinari, è stata una delle donne più conosciute al mondo, una scienziata che ha inaugurato, attraverso la possibilità di riunire le persone che formava, il senso stesso della scuola, dell’accademia, è quello il grande significato del confronto. Più recentemente Elisa Frauenfelder, che è stata la mia maestra, con l’approccio bioeducativo è andata in questa stessa direzione, naturalmente affianco a lei altri hanno avuto un interesse specifico del rapporto tra queste scienze, quelle umane e quelle della natura, la pedagogia e la biologia, come Raffaele La Porta, un altro nome importante della ricerca italiana.

Più recentemente l’incontro della bioeducazione, di quella traccia, con la semplessità ci porta a continuare ad aprire questo dialogo e ad alimentarlo, anche perché lo specialismo spesso produce delle resistenze negli approcci cognitivi, cioè ci porta ad avere una visione lineare, questo è il rischio dell’apprendimento, della soluzione dei problemi. Dobbiamo avere la consapevolezza che molto spesso non siamo di fronte ad un rapporto lineare fra il problema e la soluzione, ma di frequente dobbiamo ricercare per lo stesso problema più soluzioni, perché le soluzioni dipendono anche da una serie di interconnessioni che non sempre sono prevedibili quando immaginiamo la risposta al problema.

Ecco che la didattica deve guardare al suo impegno un po’ come quello dell’approccio clinico, ad esempio di un medico che fa un primo soccorso e che mentre agisce fa la sua parte diagnostica per poi ricominciare dalla parte diagnostica per modificare la sua azione. Il clinico interviene immediatamente, non ha il tempo per fare una diagnostica lunga, in alcune circostanze salva la vita di un paziente in questo intervento che è anche diagnostico e non solamente di carattere risolutivo.

Allo stesso modo la didattica è chiamata ad operare immediatamente, già il primo giorno di scuola, quando un docente si trova di fronte ad una classe che un po’ è un fenomeno caotico ed è chiamato ad intervenire pur conoscendo piuttosto superficialmente gli elementi emergenti e mentre agisce opera la conoscenza della sua classe, allo stesso tempo mentre opera la conoscenza della sua classe ridefinisce l’azione. Il senso è che l’azione è diagnostica, prognostica, e anticipatoria, è la chiave di una nostra caratteristica del genere umano che è quella di riuscire a svolgere in forma anche complessa delle azioni in grado poi di semplificare il rapporto che c’è tra la persona ed il problema, compresi quelli legati all’apprendimento.

Nel suo libro lei afferma che “Il cuore della visione semplessa, in relazione all’essere umano, è nel valore dell’azione, nella sua capacità di essere fondamentale e risolutiva anche in assenza di un quadro dettagliato della situazione problematica che siamo chiamati ad affrontare.” Ci spiega quanto è importante agire e come si sviluppa in una società onlife, immersa tra reale e virtuale?

L’azione è l’elemento che caratterizza il rapporto fra le nostre sensazioni, le nostre percezioni, la nostra cognizione, quindi non può essere categorizzata come un elemento che si distingue dall’insieme delle opportunità che ci sono date dall’interazione con il mondo. È un’attività di scopo che nell’ambito dell’insegnamento è mirata a facilitare l’altrui apprendimento. Lo può fare in una forma sincronica o diacronica, ma richiede costantemente questo processo d’interazione. L’azione però non è spesso capace di tradurre il dichiarato, l’elemento che rappresentiamo come la nostra volontà di agire con quello che facciamo realmente.

Questo accade perché nell’ambito della formazione delle competenze didattiche, quindi nei modelli di formazione insegnante che si sono avvicendati, hanno trovato poi alcuni approdi che ritengo essere molto importanti, come quello di formazione primaria che ha costruito un percorso di cinque anni affinché ci fosse un lungo periodo di formazione, di cui il punto di qualità di questa esperienza formativa è aver configurato la formazione come una struttura proteiforme dell’insegnamento in aula, il laboratorio come luogo del fare, dell’agire e del progettare il tirocinio diretto e indiretto. La formazione delle competenze didattiche richiede una struttura proteiforme, non possono avvenire esclusivamente attraverso l’esperienza d’aula, ma sono la somma di molte esperienze nelle quali l’elemento teorico deve misurarsi con la capacità del docente di agire quella teoria.

Agire una teoria non è un processo lineare, posso studiare ed essere in grado di rappresentare ad altri i contenuti di un modello teorico, ma posso essere poi inadeguato nell’azione nella quale devo declinare il modello teorico nell’insegnamento. Ecco che la prospettiva è quella di avviare un esercizio che aiuti il passaggio dal sistema teorico all’azione didattica, e ricordiamoci che è un’azione specializzata, non è un’azione come le altre, ha bisogno di favorire negli altri il processo di apprendimento, di sostenerlo, di accompagnarlo, quindi ha bisogno di una declinazione che Chevalier definiva il passaggio al nostro sapere, il sapere sapiente, al sapere insegnato per poi arrivare al sapere appreso.

Il sapere insegnato è un’elaborazione di quello che conosciamo e la nostra azione non è sempre preparata a svolgere questa azione, allora c’è bisogno di una formazione che abbia anche la possibilità di fare un esercizio metacognitivo. Ecco che la semplessità, come paradigma applicato alla didattica, lavora sull’esercizio metacognitivo cercando di esercitare discenti e docenti sulla possibilità di utilizzare delle funzioni che sono fondamentali e che spesso noi troviamo esplodere nel campo della disabilità, come quella visiva o uditiva, che sono il campo di massima espressione di questo potenziale, perché grazie ad una condizione che appare legarsi ad un deficit c’è la possibilità di esplodere delle funzioni vicarianti che poi sono un patrimonio a disposizione di ognuno di noi. La lezione che ci dà la disabilità deve essere recepita più in generale nella didattica.

Chiudiamo con un’ultima domanda. Molti autori, tra cui Ken Robinson e Susanne Langer, hanno affermato che un aspetto importante dell’educazione è quella di portare i discenti a formulare nuove domande per aprire differenti orizzonti. Lei ha scritto che “la semplessità è una postura della mente che implica una sfida evolutiva, la stessa indicata da Callimaco nel percorrere sentieri mai battuti”, come si può realizzare una scuola che sviluppi la creatività e il pensiero divergente.

Il pensiero divergente, il pensiero laterale che oggi è attenzionato, anche grazie al lavoro di Edward De Bono che è stato posto all’attenzione di tanti contesti compreso quello formativo, ci riporta ad un’idea di evoluzione sulla quale dobbiamo aprire una riflessione: parto da un linguista, Derek Bickerton, che quando paragona sul piano linguistico una teoria che presuppone l’innatismo ed un’altra che invece presuppone l’empirismo, ci dà una terza via, ovvero che il genere umano non abbia scelto la strada più facile nella sua evoluzione, ma abbia voluto lanciare una sfida evolutiva che consente oggi di avere nel genere umano l’unica specie capace di costruire il mondo che abita, di modificarlo, qualche volta di non farlo nella maniera più opportuna, ma comunque di poter evolvere e nel corso del tempo aver prodotto un aumento della sua presenza sul pianeta che dà il senso di una sorta di particolare forma adattiva degli esseri umani.

Questa particolare forma adattiva, speciale, però necessita di essere valorizzata anche nei contesti in cui dobbiamo operare, come nel campo del digitale, in particolare, che è un mondo dell’immateriale che però molto spesso è capace anche di darci una materialità a cui non possiamo in qualche modo aspirare. Immaginiamo il grosso tema dei sussidi alla disabilità, quanto alcuni ambienti immersivi o semi-immersivi possano dare un livello percettivo che va a simulare quello reale dando anche delle opportunità, questo ci fa riflettere su come l’esercizio dell’azione è un esercizio che va posto contenendo in giusta considerazione tre livelli: il primo è quello biologico, dove l’azione si riferisce a noi ma anche ad altri esseri viventi che non sono soltanto quelli del genere umano, quindi l’azione è comunque un livello d’interazione con il mondo biologico; ma l’azione è però anche legata agli spazi fisici, qui abbiamo il secondo livello, ovvero come colloca la costruzione dei suoi artefatti nel mondo, però l’azione è anche qualcosa che opera in un mondo digitale, terzo livello, che spesso simula una realtà riproponendone anche aspetti percettivi.

Ecco che la sfida dell’azione della semplessità è di riuscire a navigare avendo questi tre riferimenti di fronte e su questo concluderei richiamando una ricerca che in qualche modo ha molto colpito gli studiosi negli ultimi anni che è la ricerca sul koinocene, cioè che non è vero che il mondo costruito da noi è sempre costruito rispettando le riflessioni che abbiamo fatto, molto spesso non è così e l’abbiamo visto con la pandemia che è stato un evento che ha cambiato le nostre abitudini e la nostra cultura, ci ha posto di fronte a delle condizioni sociali a cui non eravamo pronti, ci ha portato a dover realizzare immediatamente una risposta di carattere clinico, ma se noi riflettiamo la risposta forte che ha saputo dare il genere umano alla pandemia non è stata solo di carattere clinico, ma è stata una risposta educativa, ovvero avere responsabilità di sé stesso e degli altri, riconoscere il significato, in alcune circostanze, del distanziamento e degli spazi ha aiutato il genere umano ad affrontare questa sfida enorme.

Questo ci riporta ad immaginare che l’azione deve prepararsi all’imprevedibile, si deve preparare all’imprevedibile nel campo della formazione, del lavoro, delle interazioni sociali e come ci prepariamo all’imprevedibile? Ci prepariamo con una formazione dei nostri alunni, dei nostri giovani, della futura generazione, con la formazione anche dei docenti sul piano sia scolastico che universitario e in tutti i luoghi in cui si fa la formazione ci prepariamo esercitando noi stessi e gli altri ad un esercizio cognitivo che ci aiuti a cambiare punto di vista, a cambiare prospettiva, a mantenere un processo di flessibilità, ad utilizzare appieno le nostre risorse, a cercare di costruire, rispetto ai problemi che sono di fronte a noi, un inventario di soluzioni ricco che non ci porti a vivere solo nelle routine, ma essere pronti a mettere in gioco le risorse di cui siamo portatori. Se andiamo ad analizzare questo percorso troveremo le radici dell’educazione, l’educazione è tirare fuori e la semplessità in questa linea ci aiuta a tirare fuori le risorse, quindi l’insegnamento non è solo tirare fuori, in questa prospettiva, ma è anche mettere dentro il segno della nostra umanità, dei nostri valori e della nostra civiltà. Il punto di riferimento per l’educazione sicuramente è la nostra Costituzione nella quale ritroviamo una sintesi culturale, troviamo i valori della nostra società, troviamo i valori del passato, del presente e del futuro.

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