La fine di un anno scolastico in cui il diritto allo studio ha perso la sua essenza. Lettera

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Inviata da Massimiliano Lepera – Siamo alle battute finali dell’anno scolastico 2020/2021. Un anno caratterizzato, come pochissimi altri, o forse come nessun altro – se si esclude la seconda parte dello scorso anno – da alti e bassi, a dire il vero moltissimi bassi e pochissimi alti.

Un anno che ha messo a dura prova l’intero mondo dell’istruzione, dalla scuola dell’infanzia fino all’università, passando per la scuola primaria e la scuola secondaria di I e di II grado, le quali hanno sofferto le troppe contraddizioni legate in primis alla pandemia, ma soprattutto alla cattiva gestione politica e sanitaria della stessa. Sin dall’estate scorsa, quando ancora c’era tanto fermento nell’attesa dell’inizio dell’anno scolastico, si erano palesate delle grosse incongruenze, ad esempio, tra l’incessante e imperturbabile attività dei locali e delle discoteche – poi chiuse soltanto in seguito a nuovi focolai – e l’incertezza dell’inizio in presenza a scuola e all’università a settembre.

La cosiddetta “seconda ondata”, tuttavia, non ha lasciato scampo al mondo della scuola e al mondo in generale, prevedendo la sospensione dell’attività didattica in presenza – interrotta dopo neanche un mese – e avviando ancora una volta la fatidica Dad (didattica a distanza), poi tramutatasi in Ddi (didattica digitale integrata), sempre per quel tipico gusto italiano di riempire la popolazione di acronimi e sigle, che contribuiscono a confondere maggiormente gli animi e le menti.

A livello psicologico, sia gli insegnanti – sempre in prima linea nel cercare di mantenere intatta e salda la didattica e il diritto allo studio – sia gli alunni sia le famiglie hanno subìto un forte contraccolpo – derivato anche dal fatto che c’era stata una grande distensione “sociale” nei mesi immediatamente precedenti, con una parvenza di ritorno alla normalità – e l’introduzione delle zone colorate (bianca, gialla, arancione e rossa) non ha fatto altro che incrementare le incertezze, i timori e i dubbi in una situazione già di per sé molto complessa e difficile da gestire, a livello nazionale e mondiale.

Nel frattempo, il crollo del governo Conte e il cambio alla guida del Paese hanno contribuito ad accrescere un senso di non appartenenza delle persone alla propria terra, con la conseguenza di un aumento ulteriore delle contraddizioni politiche, sociali, economiche e sanitarie.

Il mondo della cultura, come tutti gli altri settori, ne è uscito completamente penalizzato e distrutto – dai cinema al teatro, dall’editoria all’arte in generale – e la scuola ne ha portato il vessillo, come bandiera bianca. Come se non bastasse, mentre la didattica a distanza provava a mantenere vagamente in piedi il diritto allo studio di oltre 8 milioni di studenti di tutta Italia, tramite i sovrumani sforzi dei dirigenti scolastici e dei docenti delle scuole di ogni ordine e grado – nonostante tutto, spesso criticati e sminuiti nel proprio strenuo e quotidiano lavoro, anzi “missione” – le riaperture conseguenti ai vari cambi di colore delle regioni italiane hanno contribuito a rafforzare il dislivello socio-mentale della popolazione. Si fa riferimento, infatti, in particolare a certune ordinanze regionali, le quali, autonomamente, hanno introdotto, da febbraio in poi, la “scelta” di poter ritornare a scuola in presenza.

Una scelta: una delle più grandi contraddizioni degli ultimi tempi. Come si può scegliere di andare a scuola quando esiste l’obbligo dell’istruzione? Una scelta che, naturalmente, è stata interpretata dagli alunni e dalle famiglie, come si temeva, nella direzione sbagliata: chi è diligente e ha sempre studiato e si è applicato anche in didattica a distanza – non nascondendosi dietro una telecamera spenta o un microfono volutamente disattivato – ha infatti, il più delle volte, fatto ritorno in presenza tra i banchi e nelle aule semideserte; chi invece ha sempre cavalcato l’onda della pigrizia e della negligenza, si è sentito maggiormente in dovere di rimanere a casa, interpretando questa azione non come una forma di autotutela, bensì come una mossa astuta per “terminare l’anno scolastico” senza brutti voti, debiti o addirittura bocciature. Le scuole, insomma, sono state spesso additate come la peste nera, i focolai da evitare, i luoghi più malsani di questa pandemia – nonostante gli sforzi e le finanze impiegate per il rispetto impeccabile delle regole – quando invece, fuori dalla scuola, la vita è quasi sempre continuata indifferentemente. Una vita all’aperto, dunque, alla quale hanno spesso e volentieri partecipato, senza mascherine, distanziamento e senza alcun rispetto delle regole, quegli stessi giovani, adolescenti e ragazzi, che le famiglie non hanno voluto far rientrare a scuola per paura del contagio.

I giardini, i parchi, le piazze, le strade, in questi mesi di lenta e graduale ripresa del “contatto sociale”, sono stati completamente gremiti soprattutto dalla gioventù, mentre al contrario le aule di scuola sono rimaste quasi totalmente vuote. Una situazione di enorme desolazione e sconforto che ha accompagnato i docenti – sempre presenti a scuola e nelle classi! – e i pochi superstiti “coraggiosi” nelle aule per gli ultimi 3 mesi di scuola, da marzo a maggio.

Tutto ciò, sebbene molto sottovalutato e al centro di numerose polemiche – soprattutto nei confronti di coloro che “saggiamente” provavano a convincere le famiglie e gli alunni “restii” a far ritorno in classe per riprendere il contatto sociale, ma soprattutto per riprendersi il diritto allo studio che gli spettava – ha creato un ulteriore dislivello sociale, didattico e soprattutto mentale tra le varie fasce di studenti presenti in Italia, con un conseguente appiattimento della didattica, modellatasi a questa situazione ricca di falle e carenze. Al termine di un anno così pieno e tribolato come questo – nel quale i docenti hanno dovuto anche più volte sentirsi umiliati, sentendo che dal Ministero dell’Istruzione si proponeva di proseguire la scuola nei mesi estivi, come se non fossero già stati profusi abbastanza sforzi per garantire la continuità della didattica! – emergono dunque queste e un’altra lunga serie di contraddizioni che, si spera, verranno per lo meno pian piano assorbite tra l’estate e specialmente l’inizio dell’anno venturo.

Il diritto allo studio, come il diritto alla vita, deve essere rispettato e mantenuto, con tutte le precauzioni del caso, e non può esserci più alcun pretesto che ciò venga messo in secondo piano o addirittura “rimandato”.

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