La fiaba di Pollicino rivisitata dal Ministro: l’incubo di Grecolatino, amaro divertissement

Di Lalla
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Gennaro Di Leo – C’era una volta una coppia di poveri ministri, un tagliafondi e una taglia posti, che avevano tanti professori non ancora in grado di guadagnarsi il pane. Il maggiore aveva almeno dieci anni di precariato e il più piccolo sette, un bimbetto gracilino e silenzioso, ma molto intelligente, che da quando era venuto al mondo aveva studiato tanto, per questo lo avevano chiamato Grecolatino.

Gennaro Di Leo – C’era una volta una coppia di poveri ministri, un tagliafondi e una taglia posti, che avevano tanti professori non ancora in grado di guadagnarsi il pane. Il maggiore aveva almeno dieci anni di precariato e il più piccolo sette, un bimbetto gracilino e silenzioso, ma molto intelligente, che da quando era venuto al mondo aveva studiato tanto, per questo lo avevano chiamato Grecolatino.

E venne un’annata di terribile carestia come non se ne erano mai viste prima. Le bocche da sfamare erano tante e così i due poveri ministri, non sapendo cos’altro fare, decisero di sbarazzarsi dei precari. Ne parlarono a lungo una sera.

— Li porteremo fuori da scuola — disse il tagliafondi — e, mentre correggono versioncine, ce la daremo a gambe senza che se ne accorgano.
— Poveri i miei precari! — singhiozzò la tagliaposti — Soli, fuori da scuola, al freddo, in balia dei tagli… — la poveretta non si faceva capace, ma era pur sempre la loro ministra.
— Vuoi vederteli morir di fame sotto i nostri occhi, allora? — la rimproverò il tagliafondi. Ma intanto lui tagliava.

Finalmente si misero d’accordo e andarono a letto. Non si erano accorti che Grecolatino, nascosto sotto il tavolo, aveva udito tutto.

— E ora, come ce la caveremo? — si chiese. Pensa e ripensa, ebbe un’idea: all’alba corse in una classe, si riempì le tasche di gessetti che abbondavano lì intorno, e senza che nessuno sospettasse niente, rientrò in casa. Più tardi i ministri radunarono i precari e li condussero fuori da scuola, ordinarono loro di studiare e specializzarsi, e poi, in punta di piedi, se la svignarono. Quando i precari si resero conto di essere rimasti soli, cominciarono a piangere disperatamente.

Grecolatino li consolò.
— Non abbiate paura, colleghi miei, io so come ritrovare la via perché, cammin facendo, ho lasciato cadere a terra dei gessetti che ci guideranno di nuovo a scuola. E tutti si misero in cammino, seguendo la traccia lasciata da Grecolatino. I ministri, intanto, erano tornati al Parlamento. C’era ad aspettarli un signore dei dintorni, venuto a portare al tagliafondi dieci denari che gli doveva da tempo. Con quel denaro la tagliaposti corse al provveditorato e comprò una gran quantità di provviste: grembiulini, banchi nuovi, lavagne multimediali. Ma la scuola fu ugualmente triste, senza i precari.

— Ci fossero i nostri professori, a godere di tutto questo ben di Dio! — mormorava il tagliafondi.
— Dove saranno, a quest’ora, i poveri precari? — singhiozzava la tagliaposti. E, proprio in quel momento, si udirono dei colpi alla porta e delle vocette allegre:
— Siamo qui…siamo tornati!

Erano i precari che, guidati da Grecolatino, arrivavano sfiniti per la stanchezza, ma sani e salvi. Vennero accolti, sfamati e riscaldati, coccolati dall’Inps. La gioia, però durò pochi mesi, quanto durarono i dieci scudi, poi nella scuola si ricominciò a soffrire la fame. E, con la fame, si riaffacciò di nuovo l’idea di disfarsi dei precari, di affidarli alla provvidenza, abbandonandoli ancora una volta fuori dalla scuola, molto più lontano della prima volta. Grecolatino, che stava in guardia, quando udì i discorsi dei ministri, pensò bene di correre ai ripari: avrebbe voluto andare a raccogliere i gessetti nell’aula della scuola, ma non poté farlo perché trovò la cattedra occupata e lui, con così pochi posti, non arrivava alla supplenza. Allora, in mancanza di meglio, si riempì le tasche di master e dottorati, un po’ ammuffiti, che trovò in fondo alla scrivania.

L’anno seguente i ministri portarono i precari fuori dalla scuola e con una scusa li abbandonarono di nuovo. Grecolatino non se ne preoccupò, era sicuro di ritrovare la cattedra con l’aiuto dei titoli che aveva disseminato per strada. Ma questa volta andò male: i ricorsisti, anch’essi affamati, avevano divorato tutti i punti, facendo scomparire i posti che avrebbe dovuto guidare i precari fino al ruolo. Senza scoraggiarsi, Grecolatino si mise alla testa dei colleghi e insieme cominciarono a vagare per la scuola, alla ricerca della cattedra giusta. Purtroppo, più camminavano più si smarrivano. Venne settembre, cominciò l’anno, gli accantonati si lamentavano
in lontananza, faceva un gran freddo e i precari piangevano disperati. Grecolatino si arrampicò su una graduatoria e vide in lontananza un registro. Dov’era un registro, doveva esserci una cattedra, e dov’era una cattedra non potevano mancare cibo, fuoco, un posto fisso per riposare. Senza esitare, Grecolatino scese dalla graduatoria e si mise alla testa dei precari, puntando verso quel registro lontano.

Cammina, cammina, arrivarono finalmente alla scuola dov’era la cattedra, non senza molta paura, perché spesso la perdevano di vista, quando scendevano in qualche posizione più basso. Grecolatino bussò alla porta, venne ad aprire una donna.
— Chi siete, che cosa volete?
— Ci siamo smarriti fuori dalla scuola pubblica. Per carità, sindacalista, ci dia uno spezzone di cattedra e ci lasci insegnare nel pubblico. La sindacalista li guardò, con gli occhi lucidi di lacrime.
— Poverini, siete capitati proprio male. Questa è la scuola di mio marito, un preside ghiottissimo di precari. Se vi vede, vi mangerà tutti.
Grecolatino, che tremava come una foglia per lo sfinimento, rispose:
— Se restiamo fuori dalla scuola, ci mangeranno di sicuro gli accantonati. Mangiati per mangiati, scegliamo il preside della privata: forse, se gli raccontiamo la nostra storia, riusciremo a commuoverlo.

La sindacalista, che aveva il cuore tenero, si lasciò convincere: promise ai precari di farli entrare a scuola, farli insegnare accanto ai non abilitati e dar loro un incarico a tempo determinato. Avevano appena preso l’ultimo spezzone, che si sentì bussare dei gran colpi alla porta: era il preside che rientrava. La sindacalista protesse i precari sulle cattedre e corse ad aprire. Il preside entrò, portava le carcasse di tre cattedre che aveva smembrato
poco prima. Appena entrato, cominciò a fiutare a destra e a sinistra, insospettito.
— Ucci ucci sento odor di precariucci!
Si diresse spedito verso le cattedre e con le sue enormi mani tirò fuori uno per uno i precari, più morti che vivi per la paura.
— Bene, benissimo. Ecco un ottimo supplente per domani. Aveva già afferrato per il collo il precario più grande, quando il sindacalista intervenne.
— Perché vuoi licenziarli proprio stasera? Domani sistemerò i pensionati, ce n’è d’avanzo per pranzo e cena.
— Hai ragione — borbottò il preside — Visto che sono tanto magri, li farai insegnare per qualche giorno, poi organizzeremo una gran convocazione e inviterò altri presidi
amici miei.

La sindacalista sospirò di sollievo: per il momento i precari erano salvi…

Anche il resto della fiaba si può rivisitare, vedendo nelle figlie di Preside e Sindacalista le i precari delle vecchie graduatorie; così come il finale, scegliendo tra quello lieto e quello triste.

Finale lieto
— E ora, con questi punti magici, andrò in cerca di ruoli, in modo che nessuno di noi soffra più fame e miseria — disse Grecolatino. E si mise in cammino. Ben presto arrivò molto lontano, in un altro stato, dove il ministro era in gran pensiero per la scuola e che avrebbe pagato chissà quanto per fare qualcosa. Grecolatino si presentò al Provveditorato Reale e gli dissero che in un anno o anche meno avrebbe raggiunto il ruolo. In cambio chiedeva diecimila cattedre d’oro. Il ministro, soddisfatto, gli pagò subito lo stipendio promesso.

Finale triste
Dopo aver fatto un certo tempo il ripetitore, ammassando una bella fortuna, Grecolatino tornò dal ministro, dove non si può figurarsi quanto si fu contenti di rivederlo. Grecolatino procurò altrettanti incarichi per i colleghi e quando li ebbe tutti ben collocati seguitò egli stesso a vivere fuori da scuola da gran ripetitore. E da quel giorno vissero tutti infelici, nell’ignoranza.

Legenda
Ministri = genitori (tagliafondi = il taglialegna; tagliaposti = la taglialegna)
Grecolatino = Pollicino
Precari = Fratelli / Figlie
Parlamento = Capanna (!)
Scuola = Foresta
Ricorsisti = uccelli
Accantonati = lupi
Donna = Sindacato
Preside = Orco
Spezzone = boccone
Ignoranza = abbondanza

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