La Fedeli vuole essere chiamata “Ministra”

E’ quanto ci dice l’ormai ex Capo di Gabinetto Alessandro Fusacchia nel suo post di congedo dal suo ruolo nel Ministero dell’Istruzione.

“Dopo il giuramento del Governo lunedì scorso, ho passato questa settimana con la nuova Ministra (al femminile, come mi ha chiesto lei), per il cosiddetto «passaggio di consegne»”

Dunque sarà la Ministra Fedeli, e non il Ministro.

Una scelta approvata dall’Accademia della Crusca che sulla questione “ministro” o “ministra” si era espressa nel 2013 nei seguenti termini

“La Presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio, lieta dell’accoglienza positiva riservata dal pubblico e dalla stampa al recente volume La Crusca risponde (a cura di M. Biffi e R. Setti, Le Lettere – Accademia della Crusca, 2013), per evitare alcuni possibili equivoci nelle sintesi che si vanno diffondendo in rete, tiene a ribadire l’opportunità di usare il genere grammaticale femminile per indicare ruoli istituzionali ( la ministra, la presidente, l’assessora, la senatrice, la deputata ecc.) e professioni alle quali l’accesso è normale per le donne solo da qualche decennio ( chirurga, avvocata o avvocatessa, architetta, magistrata ecc.) così come del resto è avvenuto per mestieri e professioni tradizionali (infermiera, maestra, operaia, attrice ecc.).”

E ancora la Prof. ssa Cecilia Robustelli (Università di Modena) “[…] sia nella comunicazione istituzionale sia in quella quotidiana le resistenze ad adattare il linguaggio alla nuova realtà sociale sono ancora forti e così, per esempio, donne ormai diventate professioniste acclamate e prestigiose, salite ai posti più alti delle gerarchie politiche e istituzionali, vengono definite con titoli di genere grammaticale maschile: il ministro Elsa Fornero, il magistrato Ilda Bocassini, l’avvocato Giulia Bongiorno, il rettore Stefania Giannini.  […] . Le resistenze all’uso del genere grammaticale femminile per molti titoli professionali o ruoli istituzionali ricoperti da donne sembrano poggiare su ragioni di tipo linguistico, ma in realtà sono, celatamente, di tipo culturale; mentre le ragioni di chi lo sostiene sono apertamente culturali e, al tempo stesso, fondatamente linguistiche.”

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