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“La donna nel tempo e nello spazio” per spiegare l’influenza della socializzazione e della formazione sui ruoli di genere, le frasi stereotipate e i giochi per imparare: in allegato un’UdA per l’Istituto superiore

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Man mano che cresciamo, impariamo come comportarci con chi vive nella nostra famiglia, nella nostra classe, nella comunità nella quale viviamo. In questo percorso sociale, meglio ancora in questo processo di socializzazione, i bambini crescono legando i ruoli, nella maggior parte dei casi, al loro sesso biologico. Il termine ruolo di genere si racconta quello che è il concetto sociale legato alla modalità con la quale, o attraverso la quale, le persone dovrebbero apparire (in una modalità di uniformazione o omologazione sociale) e dovrebbero comportarsi in base a quelle che sono (o pretendono di essere) le norme create dalla società per la cosiddetta mascolinità e la cosiddetta femminilità. Nella cultura italiana, ma più che altro occidentale, i ruoli maschili sono abitualmente associati alla forza, all’aggressività e al dominio, mentre i ruoli femminili sono normalmente associati alla passività, all’accudimento e alla subordinazione, alla casa, alla famiglia, e, fino a qualche decennio fa, alla gonna.

La socializzazione del ruolo di genere

La socializzazione del ruolo di genere inizia alla nascita e si dipana, talvolta in tutta la sua drammaticità e l’equivoco sociale, per tutto il corso della vita. La società nella quale viviamo è pronta a vestire i neonati maschi di blu e le femmine di rosa, incollando, talvolta senza pensarci due volte, anche queste etichette di genere codificate a colori, intanto, che il bambino è ancora nel grembo materno. Questa differenziazione cromatica è, però, non è così antica nel tempo. Nel 19° secolo e all’inizio del 20° secolo, i ragazzi e le ragazze vestivano abiti (per lo più bianchi) fino all’età di 6 o 8 anni, quando era anche il momento del primo taglio di capelli. I maschietti, infatti, non sempre portavano capelli rasati o corti (per fortuna). È, evidente, dunque, che il genere, come la razza, è una costruzione sociale con conseguenze molto reali.

La vita, la scuola e i generi

Tale percorso, cioè quello di aderire ai ruoli di genere maschile e femminile continua nella vita. Gli uomini tendono a essere più numerosi delle donne in professioni come l’esercito, le forze dell’ordine e la politica. Le donne tendono a essere più numerose degli uomini nelle occupazioni legate all’assistenza come l’assistenza all’infanzia, l’assistenza sanitaria, la scuola (in larga misura) e il lavoro sociale. Questi ruoli professionali sono i palesi modi per dimostrare come i comportamenti maschili e femminili tipici derivano, in maniera inequivocabile, dalle tradizioni della nostra cultura. L’adesione ad essi che, purtroppo, è stato anche assai diffuso nelle scuole sino agli anni ’80 del secolo scorso con la determinazione di classi di alunni dello stesso sesso, con grande fiocco azzurro o rosa, dimostra il soddisfacimento delle aspettative sociali ma non necessariamente le preferenze personali, purtroppo e, dobbiamo dirla tutta, con molto dispiacere ma il principio sacrosanto alla determinazione o alla scansione del proprio genere. La scuola, per la verità, non è stata sufficientemente in grado di lottare contro queste stereotipate forme di ancoraggio al sesso. Spiegatemi il senso della classificazione degli alunni per genere, sui registri, nelle relazioni, nelle documentazioni ufficiali. Il nesso dell’ancoraggio, nella determinazione delle classi, ad un’equa distribuzione dei sessi… problemi legati a cosa, per intenderci?

Le frasi fatte e la generalizzazione che fa male, anche a scuola

La frase fatte (purtroppo retaggio di una società ancora ancorata a uno stereotipato modo di classificare e di definire) come “i ragazzi saranno ragazzi” viene spesso utilizzata per giustificare modi di fare, modi di essere ma anche modi di atteggiarsi come lo spintonare o altre forme di aggressione tipiche dei ragazzi. È davvero così? Le cose stanno in questa maniera? La frase racchiude in sé la certezza che tale condotta sia immutabile e insita, in maniera immutabile nel tempo e nello spazio) nella natura di un ragazzo. L’atteggiamento aggressivo è spesso accettato da ragazzi e uomini perché è adeguato con il copione culturale, nella nostra società, della mascolinità. La “sceneggiatura” scritta dalla società è per certi versi simile a quella scritta da un drammaturgo. Proprio come un drammaturgo si aspetta che gli attori aderiscano a un copione prescritto, la società si aspetta che le donne e gli uomini si comportino secondo le aspettative dei rispettivi ruoli di genere.

La maggior parte dei bambini è saldamente ancorata a ruoli di genere culturalmente appropriati

I bambini e le bambine – scrive Kane – imparano fin da piccoli che ci sono aspettative distinte per maschi e femmine. Gli studi interculturali, quello citato sopra ne è testimonianza tangibile, rivelano che i bambini sono consapevoli dei ruoli di genere sin dall’età di 2 o 3 anni al massimo. A 4 o 5 anni, la maggior di essi è fortemente ancorata a ruoli di genere culturalmente adatti. I bambini conquistano questa consapevolezza di ruoli attraverso la socializzazione; ovvero, attraverso e per il tramite di un processo nel quale si impara a comportarsi in un modo tipico come dettato dai dal modo di fare, dal modo di essere, dai valori, dalle credenze ma anche da quelli che sono gli atteggiamenti sociali. La nostra società talvolta vede l’andare sulla motocicletta come un’attività a prevalenza maschile e, quindi, quasi inconsapevolmente la considera parte del ruolo appartenente al genere maschile. Espressioni, dunque, tipicamente basati su preconcetti. Gli stereotipi di genere racchiudono una sproporzionata generalizzazione su quelli che sono gli atteggiamenti, ma anche i modelli di comportamento di uomini o donne. Le donne, per esempio, potrebbero essere considerate troppo deboli per guidare una motocicletta (tranne mia sorella che la guida da sempre, potrei affermare io). La teoria dello sviluppo di Mead sostiene che i bambini fino a due anni si trovano nella cosiddetta fase preparatoria, in cui riproducono quelle che sono le azioni di coloro che li circonda (mamma o papà, nonni, zii, sorelle e fratelli), poi nella fase chiamata del gioco, quella cioè compresa tra i due e i sei anni, durante la quale fanno finta e talvolta hanno difficoltà a seguire le regole stabilite, e poi la fase vera e propria del gioco, dai sette anni in avanti, quando cominciano a giocare secondo una serie di regole e a comprendere che esistono ruoli diversi. Capita che come succede agli adulti, anche i bambini diventano agenti che semplificano e cuciono sugli altri le aspettative di genere.

I bambini e le sanzioni negative

Non è raro che, quando i bambini non si uniformano al ruolo di genere adatto, subiscono sanzioni. Essi, ad esempio, scrive Ready, vengono criticati o, addirittura, emarginati dai loro coetanei se i ruoli non sono adeguati o adattivi. Una ragazza che desidera prendere lezioni di karate scrive Kimmel, piuttosto che di danza può essere definita un “maschiaccio” e, in ragione di ciò, incontrare problematicità ad essere accettata da parte del gruppo dei pari, sia di sesso maschile che di sesso femminile. I ragazzi, scrive Adams, in modo particolare, sono soggetti ad espressioni di ridicolo per la non conformità di genere. Ovvero, nel caso di specie, se dovesse scegliere la danza piuttosto che il calcio, ad esempio, e non solo dai loro coetanei, anche dagli adulti, talvolta, docenti compresi.

I bambini, la scuola e il gioco

I bambini imparano i ruoli di genere anche (potremmo dire, principalmente) attraverso il gioco. I primi ad influenzare questo percorso sono genitori che generalmente acquistano pistole giocattolo, camion, e accessori da supereroi ai bambini. Si tratta di giocattoli che promuovendo le capacità motorie, di fatto tendono a far sviluppare l’aggressività (non sempre naturalmente) e il gioco solitario (molto più sovente di quanto ci possiamo immaginare) Alle bambine, invece, vengono spesso regalate le amatissime bambole e abiti da travestimento, orsacchiotti, peluche vari, che favoriscono la vicinanza sociale e il gioco di ruolo. Sono moltissimi gli studi che dimostrato, vedi ad esempio lo studio di Caldera, come i bambini sono portati a scegliere di giocare con giocattoli “appropriati al genere” anche quando sono disponibili giocattoli di o “per” genere “diverso”, proprio perché, talvolta con coinvolgimento e trasporto, i genitori – scrivono Huston e O’Brien – danno ai bambini un feedback positivo per il comportamento “normativo” di genere.

La socializzazione di genere

La socializzazione di genere avviene attraverso quattro principali agenti di socializzazione: la famiglia, la scuola, il gruppo di pari e i mass media, a qualsiasi titolo e forma considerato. Ciascuno di questi agenti non fa altro che rafforza i ruoli di genere creando e mantenendo aspettative normative per comportamenti specifici di genere. Ci soffermiamo sull’agente scuola.

Il rafforzamento dei ruoli e degli stereotipi di genere a scuola

Il rafforzamento dei ruoli e degli stereotipi di genere continua anche a scuola. Come detto sopra, fino a qualche decennio fa, le scuole erano alquanto chiare nei loro impegni educativi per differenziare i ragazzi dalle ragazze. Lips scrive che “gli studi suggeriscono che la socializzazione di genere avviene ancora oggi nelle scuole, forse in forme meno evidenti”. “Gli insegnanti – suggerisce Thorne – potrebbero anche non rendersi conto che stanno agendo in modo da riprodurre modelli di comportamento differenziati per genere”. “Nelle situazioni sociali – scrive Thorne – così come in quelle scolastiche, gli insegnanti hanno tradizionalmente trattato ragazzi e ragazze in modi opposti, rafforzando un senso di competizione piuttosto che di collaborazione”. “Ai ragazzi viene inoltre concesso un maggiore grado di libertà mentre ci si aspetta che le ragazze seguano attentamente le regole e adottino un ruolo obbediente” come scrive Ready.

“La donna nel tempo e nello spazio”: un’UdA per la secondaria

L’UdA “La donna nel tempo e nello spazio” è stata elaborata dai docenti Proff.sse Todisco M., Folcarelli, Del Vecchio del Polo Professionale di Cassino – I.I.S. San Benedetto di Cassino (FR) e permette di partecipare al dibattito culturale e scientifico di cui al presente articolo. Inoltre, permette di cogliere la complessità dei problemi esistenziali, morali, politici, sociali, economici e scientifici e formulare risposte personali argomentate. Questa UDA vuole rendere consapevoli gli studenti di come la situazione delle donne resta problematica anche nel nostro Paese, occidentale e democratico, pur considerando le profonde differenze che ci sono fra le diverse aree del mondo. Aiutarli a riconoscere la dignità e l’uguaglianza delle persone, i loro diritti, uguali e inalienabili, perché solo così ci potrà essere costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo.

UdA – Made_in_Italy_La_donna_nel_tempo_e_nello_spazio

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