La docente assenteista per 20 anni si difende: “Caso surreale, gli atti proveranno la verità”

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Polemiche e stupore nel mondo della scuola per il caso di un insegnante di una scuola superiore, in provincia di Venezia, destituita dal servizio per la sua “inettitudine permanente e assoluta”, secondo quanto riportato nella sentenza della Corte di Cassazione.

Per ben 20 anni dei suoi 24 di insegnamento, la docente è stata assente. Nei brevi periodi trascorsi dietro la cattedra, è stata descritta come “impreparata, approssimativa e imparziale”, secondo le testimonianze degli ex studenti. Questa situazione ha innescato un’ispezione ministeriale, culminata nella sua rimozione dal servizio. Il quotidiano ha anche riportato che tale insegnante avrebbe utilizzato per le lezioni libri prestati da qualche studente, foto al libro e utilizzo del cellulare durante la lezione per rispondere a messaggi.

 

A La Stampa spiega: “Non esistono versioni di una sentenza di Cassazione. Sono importanti atti e documenti, non il mio pensiero. Sono una giornalista e gestirò personalmente l’aspetto mediatico della vicenda, ovviamente sono disponibile a trasmettere ai colleghi che me lo chiederanno atti e documenti utili a ricostruire la verità dei fatti di questa vicenda assolutamente unica e surreale”.

A La Repubblica aggiunge: “Ricostruirò la Verità dei fatti di questa vicenda assolutamente unica e surreale”, che vuole “gestire personalmente l’aspetto mediatico della vicenda” in quanto giornalista pubblicista, oltre che “diplomata in pianoforte, tre lauree, specializzata in nuove tecnologie e autonomia scolastica”, con “perfezionamento in criminologia, pet therapy, storia della medicina, parassitologia del territorio, disturbi specifici dell’apprendimento, igiene mentale dell’adolescenza”.

L’insegnante aveva iniziato la sua carriera una decina di anni fa. Tuttavia, i rapporti tesi con gli studenti, sfociati in un primo procedimento giudiziario, avevano portato al suo allontanamento dalla scuola. È ritornata brevemente nel 2018, ma, secondo la sentenza della Cassazione, dei suoi 24 anni di servizio, la docente ne ha effettivamente lavorati solo quattro.

Gli studenti hanno denunciato una serie di comportamenti inappropriati, tra cui la dimenticanza dei libri di testo a casa, l’invio di messaggi durante le interrogazioni e un’inadeguata preparazione. La sentenza della Corte di Cassazione ha sottolineato una serie di criticità, come l’attribuzione arbitraria dei voti, le spiegazioni confuse, l’improvvisazione e l’assenza di un filo logico nelle lezioni.

Nonostante la sua difesa basata sulla “libertà didattica”, la Cassazione ha respinto l’argomento, affermando che tale libertà non è un fine a sé stessa, ma uno strumento per garantire il diritto allo studio degli alunni. La Cassazione ha confermato la sentenza di appello, condannando l’insegnate a restituire gli stipendi, per i mesi non lavorati, incassati dopo il giudizio di primo grado, nonché tutte le spese processuali.

Secondo quanto segnala Il Gazzettino, la docente avrebbe fatto ricorso al periodo di “comporto” per i dipendenti statali, ovvero la somma delle assenze per malattia giustificabili in un periodo di tre anni. Secondo quanto ricostruito, l’insegnante avrebbe collegato i periodi di assenza a quelli di sospensione delle lezioni, per le varie festività, e alle ferie, e finendo, in tal modo, per limitare l’attività didattica a brevi intervalli nel corso dell’anno. Non solo: altri permessi le venivano concessi per l’aggiornamento professionale e, negli anni precedenti, a lungo era stata posta “in distacco” presso uffici dell’amministrazione scolastica, in cui assolveva, in sostanza, un ruolo impiegatizio invece che didattico.

Il caso ha anche attirato l’attenzione del Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che ha dichiarato il suo impegno a garantire che l’attività di docenza sia svolta con professionalità.

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