La distanza della didattica. Lettera

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inviata da Roberto Paganoni – Non c’è più la sveglia presto e la colazione fatta di fretta, ma è come se fosse sempre domenica.

Non c’è più lo zaino da riempire, non c’è più il bus da prendere mezzi addormentati, ma è già tutto pronto sul tavolo della sala che è diventato il nuovo studio.

Non c’è più il ritrovarsi fuori da scuola prima della prima campanella, ci sono le chat per scambiarsi commenti sulle facce fatte all’ultimo incontro virtuale.

Non c’è più la campanella, c’è la suoneria delle videochiamate per le lezioni.
Non c’è più tutto questo, ci sarà e tornerà ad esserci più bello di prima.
Ora c’è un nuovo modo di fare scuola, tutto da progettare, da modulare, da imparare.

E per noi insegnanti come per voi studenti tutto questo è un gran casino. Sì. Proprio così. Perché semplicemente non eravamo pronti, non sapevamo si dovesse essere pronti, non abbiamo studiato per questo, non ci siamo formati per questo.

Chiediamo umilmente scusa, a voi e alle vostre famiglie: stiamo facendo enormi sforzi, ma ci accorgiamo che non bastano e mai basteranno.
Ci stiamo accorgendo giorno dopo giorno, videolezione dopo videolezione, che questo non è il nostro lavoro. Non è il lavoro che abbiamo scelto e tutto questo non centra nulla con la vocazione a cui abbiamo risposto.

Ci stiamo accorgendo che non si può insegnare a distanza. A distanza si possono solo far passare delle nozioni, si possono solo divulgare informazioni, ma questo è istruire, ed insegnare è tutta un’altra cosa.

Ci stiamo accorgendo che ci mancate. E ci manca maledettamente la vostra presenza fisica, il chiasso in aula, il richiamare la vostra attenzione a inizio lezione con un urlo o una minaccia di interrogazione a sorpresa. Ci mancano le vostre distrazioni dopo i primi venti minuti di spiegone, ci manca la penna che cade, ci manca il dare il permesso per andare in bagno..che poi lo sappiamo benissimo che non avete bisogno dei servizi, ma andrete a dilapidare patrimoni familiari alle macchinette.

La scuola è il mondo delle relazioni a cui non possiamo proprio fare a meno. La scuola non è nata per essere fatta a distanza o peggio ancora in differita: la scuola è fatta di relazioni, la scuola è relazione. Come tutto del resto. Immaginate il vostro più grande idolo che gioca da solo, senza avversari e senza pallone: vi sembrerebbe lo sport per cui lo seguite e per cui lo tifate? Lo stesso vale per noi insegnanti: il nostro sport si gioca solo in un modo ed è possibile solo con voi che siete la nostra squadra.

Riconosciuta però la gravità della situazione e che dovremo ancora condividere a lungo con tutto questo, ci facciamo forza e proviamo a rimboccarci le maniche in altra maniera. Nulla è perduto.

Abbiamo la possibilità di aiutarvi, nonostante ci manchi tutta quella parte di empatia, difficile da trasmettere via cavo o con una videolezione in cui magari le vostre webcam sono spente per timidezza o magari perché siete “in aula” ancora in pigiama.

Quella timidezza vinta con il filtro della chat, con cui si riesce a parlare con un prof per chiedergli consiglio o condividere esperienze ed emozioni che si stanno vivendo in questa situazione per cui saremo ricordati sui libri di storia. Eccola qui una goccia del bicchiere mezzo pieno: finalmente
siamo parte di quella storia che tanto non sopportate tra Etruschi e Risorgimento, tra Assiri e guerre di indipendenza.

Noi docenti abbiamo finalmente una nuova possibilità di farvi capire che teniamo a voi, improvvisandoci videomaker, accendendo webcam e microfoni che magari non sapevamo nemmeno di avere, chattando per la prima volta, aiutando colleghi affinché sia apprezzato il loro sforzo di mettersi in gioco con una tecnologia fino ad ora troppo lontana. Rivoluzionare la didattica non è facile per nessuno, tanto più per chi quell’impostazione la basa su un’esperienza di anni.

Ci sono tante opportunità donate da questa situazione, sia per noi docenti, sia per voi studenti.

Il nuovo coinvolgimento tra i protagonisti della scuola, noi e voi, ma anche le vostre famiglie, è un punto importante su cui riflettere: voi ci vedete in una veste nuova, ma anche noi ci confrontiamo con una realtà vostra più intima, ci ospitate in qualche modo in casa vostra a fare lezione e
scopriamo i ritmi delle vostre vite famigliari. E tutto questo ci avvicina e ci permette di lavorare in un modo che mai avremmo pensato, liberi dal peso che possono avere su di noi le vostre paure, le paure di relazionarvi con i vostri compagni all’interno dell’aula, paura di prendere un brutto voto,
paure di sbagliare. Timori che accarezzano sempre il nostro animo, perché noi, nelle difficoltà, il nostro lavoro stiamo sempre provando a farlo nel modo migliore.

Certo per qualcuno questa situazione sarà una liberazione, perché quelle relazioni sono vissute come un peso, quelle relazioni di cui sento la mancanza.

E voi come vivete questa situazione? Come una liberazione o come una privazione?

Spero che qualcosa di questo virus resterà anche quando torneremo ad incontrarci, quando torneremo alla nostra routine che tanto disprezzavamo e che ora ci manca maledettamente.

Spero che tanta gente stia cogliendo questa occasione per riflettere sulla propria vita: sia da parte nostra come docenti nel nostro modo di trasmettere la passione per il nostro lavoro, sia da parte vostra di affrontare il vostro lavoro, sì perché venire a scuola è il vostro lavoro. E allora fermatevi a riflettere e domandatevi perché studiate e cosa vi piace della scuola che fate e cosa vorreste cambiare. Ma fatelo in modo attivo, #mettetecitestaecuore, in modo propositivo; credeteci voi e noi
crederemo a voi.

Bene. Ora vi ringrazio di “avermi letto” nella speranza di non avervi annoiato. Vi saluto condividendo con voi un ultimo pensiero, non più da docente, ma legato alla mia fede cristiana.

Nel mio ottimismo credo ne usciremo e ne usciremo migliori. Saremo migliori perché ci siamo dovuti fermare nel momento in cui il mondo correva inseguendo la sua stessa fine. Ci sveglieremo alla fine di questo incubo e vivremo nella consapevolezza dell’importanza dei valori, della salute, della nostra debolezza, delle nostre paure… siamo forti e come disse Dio a Giuliana di Norwich, una giovane donna analfabeta, vissuta in Inghilterra dal 1342 al 1430, “tutto andrà bene”. Proprio così…lo slogan tanto usato in questi giorni e che colora i nostri selfie e i nostri balconi, non l’ha inventato qualcuno un mese fa per la sua ultima insta story. Quel “tutto andrà bene” che ci tranquillizza e ci riempie di speranza, quell’arcobaleno che ci ricorda che alla fine di un temporale, torna sempre il sole.

E torneremo a correrci incontro per abbracciarci e lo faremo da vincitori.
E tutto sarà bello.
E tutto sarà ancora più bello.

 

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