La didattica che non conoscevi, cos’è il Project-based learning

di Myriam Caratù

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Ultimamente nel mondo del lavoro – soprattutto nelle aziende più giovani come le startup, ma anche in alcune più grandi e dinamiche – si è fatto strada un nuovo tipo di gestione delle risorse umane ritenuto molto più agevole rispetto al passato.

Si tratta della struttura aziendale a matrice, che si basa sull’assegnazione di vari progetti alle diverse unità.

Tale organizzazione, detta anche ”per progetti”, permette di seguire con più cura clienti e obiettivi; inoltre stimola la crescita della leadership e semplifica le attività dei project manager e dei responsabili funzionali.

Permette altresì di condividere le competenze tra persone che fanno parte di diverse aree funzionali e di trasferire le risorse da un progetto all’altro – in base alle necessità.

Il PBL

L’importanza di lavorare “a progetto” è stata riconosciuta recentemente anche nella scuola, dando vita ad una nuova metodologia didattica chiamata Project Based Learning (PBL).

Si tratta di un modello di insegnamento e apprendimento che è stato, appunto, costruito intorno ai progetti, ma al contempo centrato sullo studente.

L’obiettivo, infatti, è che questi sia in grado di lavorare in modo autonomo e con senso di responsabilità.

Inoltre, col PBL gli studenti imparano a:

– gestire il problem-solving attingendo da diverse fonti e discipline le informazioni (sviluppando così il senso olistico e valorizzando l’interdisciplinarietà);

– lavorano in modalità cooperative-learning;

– imparano a gestire al meglio le loro risorse di tempo e materiali.

Pensare con progettualità

Un progetto viene definito come uno sforzo complesso, di durata definita, la cui realizzazione richiede un insieme elevato di attività tra loro correlate ed interdipendenti.

Tali attività vengono eseguite da più persone, con obiettivi, tempi e risorse (intellettuali e materiali) ben definite: il tutto per raggiungere un preciso obiettivo comune, entro una data fissata.

Lavorare per progetti sviluppa una mentalità nuova, flessibile, costituita da:

cultura del far bene (le cose la prima volta);

– disponibilità a muoversi con sicurezza in situazioni incerte

cercare nuove strade, svecchiando la mentalità della preservazione dello status-quo (“si è sempre fatto così”)

– disponibilità a capitalizzare gli errori e i fallimenti per migliorare in futuro.

Pro e contro

Lavorando per progetti, dunque, gli alunni si sentono più motivati e soddisfatti perché “toccano con mano” i risultati di un lavoro di gruppo.

Inoltre, apprendono in maniera più profonda e fissano i concetti a lungo termine – poiché mettono direttamente in atto ciò che studiano – e sviluppano il pensiero critico mentre lavorano in un’ottica d’inclusione.

Anche i docenti, dal canto loro, possono trovare il PBL un tipo di insegnamento piacevole e interessante – poiché la varietà dei progetti permette sempre di diversificare le idee e di svilupparne di nuove ogni volta: l’insegnamento col PBL rappresenta una sfida sempre diversa, sia per alunni che insegnanti.

Tuttavia, i primi potrebbero sentirsi in difficoltà se non hanno esperienza a lavorare in gruppo: qualche studente potrebbe preferire la classica lezione frontale, meno impegnativa dal punto di vista dello sforzo e dello stress.

Anche i docenti potrebbero risentire di un necessario aumento di lavoro delle proprie capacità gestionali e organizzative.

Un punto critico, da entrambi i lati della cattedra, potrebbe essere inoltre l’uso delle TIC o la disponibilità di spazi ad hoc per svolgere i progetti (es. aule-laboratori): spesso, infatti, si ricorre a una logica BYOD (Bring your own device), che non tutti gli alunni o docenti possono permettersi.

È importante dunque che le scuole – come hanno già fatto le aziende – valorizzino questo tipo di didattica prevedendo dei fondi ad hoc affinché i progetti possano essere realizzati con strumenti adeguati e in luoghi appositi all’interno dell’istituto (anche a prescindere dai PTCO).

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