La didattica a distanza diventi prassi educativa. Lettera


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Inviato da Ivano Marescalco – Ieri mattina, sulle pagine immateriali del vostro giornale on-line mi sono imbattuto in un articolo-intervista del redattore Vincenzo Brancatisano al capogruppo del Movimento Cinquestelle alla VII Commissione Istruzione della Camera dei Deputati Gianluca Vacca.

E ci mancava poco che mi prendesse un colpo.

Temevo il peggio dopo aver letto il titolo che recita testualmente: Didattica a distanza, Vacca (M5S): Docenti stanno dimostrando grande professionalità. Diventi prassi educativa.
In che senso diventi prassi educativa? La didattica a distanza messa in piedi in queste ultime settimane in maniera emergenziale, senza essere stata organizzata, sperimentata e testata in precedenza dovrebbe diventare prassi anche in contesti e situazioni ordinarie? Dobbiamo quindi sostituire le classi reali con quelle virtuali anche quando sarà rientrata la pandemia? Leggendo poi attentamente l’intervista mi sono rincuorato e ho ricondotto lo sgomento iniziale alla normale prassi giornalistica spesso avvezza a sintetizzare/travisare il senso delle cose argomentate all’interno dell’articolo.

In realtà il buon Vacca, anch’egli docente e quindi voce competente e autorevole all’interno del panorama scolastico, a tratti, così si è espresso: Bisognerà potenziare questa esperienza anche dopo perché la maggioranza (dei docenti) riferisce di non avere mai avuto un’esperienza di e-learning prima dello scoppio della pandemia… bisogna fare in modo che le nuove tecnologie di e-learning diventino un complemento, un arricchimento delle metodologie didattiche usate nelle prassi educative… la didattica digitale dà delle opportunità per la rielaborazione dei concetti e dei contenuti, quindi stimola la partecipazione non passiva. È più diretta e più vicina ai ragazzi di oggi… da questa emergenza occorrerà ragionare su come ad esempio mettere a norma alcune metodologie che dovranno avere una continuità… Io sono convinto che la didattica a distanza non si possa improvvisare più di tanto…

E su questo ultimo punto anche io sono d’accordo. Non è possibile improvvisare la didattica a distanza. La didattica, e pertanto anche quella a distanza, è una cosa estremamente seria che va collaudata prima di metterla in campo dopo averla organizzata e testata adeguatamente. Non è possibile attuare una forma di didattica a distanza senza aver prima formato i docenti e gli alunni, senza aver prima fornito, sia gli uni che gli altri, di adeguata strumentazione informatica e di connessione ad internet a banda larga o tramite fibra ottica. Non è possibile connotare con l’appellativo di didattica un’attività lodevole, che è solo di supporto all’apprendimento, messa in campo dai docenti in questo particolare frangente storico. Non è possibile andare avanti con i programmi scolastici servendosi di una didattica a distanza improvvisata, sebbene a causa dell’emergenza. Non è possibile esprimere una valutazione obiettiva e sensata del rendimento degli alunni se la didattica a distanza è approssimativa e raffazzonata come quella attuale. Non è possibile garantire il diritto allo studio a tutti indistintamente se i mezzi tecnici, device e accesso alla rete, non sono alla portata di tutti gli studenti. Non è possibile attuare la didattica a distanza senza ledere il sacrosanto diritto alla privacy che va garantito ad ogni cittadino, alunno o docente che sia, anche in tempi bui come questo.
Creare delle lezioni in video conferenza, in presa diretta, senza ledere almeno due diritti fondamentali, l’uno appannaggio solo degli studenti, ovvero il sacrosanto e inalienabile diritto allo studio per tutti sancito dalla Costituzione, l’altro che coinvolge anche gli insegnanti, ovvero il giusto rispetto della privacy riservato ad ogni essere umano che, liberamente e deliberatamente può decidere di non rendere pubblica la propria immagine, ripresa in video, ad altri che potrebbero manipolarla e usarla per fini impropri, credo non sia possibile. Tante le circolari pubblicate sui siti delle varie istituzioni scolastiche relative alla liberatoria per videochiamate rivolta ai genitori degli alunni i quali dovrebbero autorizzare i loro figli a partecipare ad attività educative e didattiche che potranno prevedere l’uso di strumenti informatici e/o piattaforme per video-chiamate. Nient’altro. Nessun accenno alla privacy dei docenti o alla loro libertà di scegliere di condividere o meno con gli alunni oltre che l’inevitabile mezzobusto, anche l’arredamento del proprio soggiorno/studio e/o l’eventuale routine quotidiana che impazza attorno, propria della vita famigliare di ogni persona. Nessuna liberatoria richiesta ai docenti, nessuna necessità di acquisire alcun consenso da parte della scuola, come se tutto fosse scontato o privo di rilevanza.

Sono certo che appena sarà passata l’emergenza, dimenticata la paura e il disagio, a sangue freddo, qualcuno, facendosi forte e facendo tesoro della “positiva” esperienza, attuata, oltretutto in condizioni di emergenze, in fase sperimentale, con modalità pioneristica e con spirito eroico, qualcuno dicevo, quasi certamente un privato (molti privati), elaborerà una mirabolante piattaforma informatica che metterà finalmente in contatto diretto, ma a debita distanza di sicurezza, non solo in caso di necessità, schiere di insegnanti tecnologici e frotte di alunni altrettanto tecnologici ed evoluti (per via dell’età, ovviamente) in ogni momento ed in ogni situazione. E di sicuro ci sarà qualcuno molto illuminato ed avanti coi tempi pronto a convincerci che la didattica a distanza, lungi dall’essere uno strumento emergenziale e da relegare solo alle situazioni imprevedibili ed eccezionali, è semmai un ausilio fondamentale, una vera e propria panacea, uno strumento indispensabile, da usare parallelamente alla didattica canonica, quella obsoleta, se non addirittura in sostituzione di essa. Sarebbe da stupidi aspettare un’altra pandemia che potrebbe arrivare chissà quando, magari tra cinquant’anni, o cento, chi può dirlo? La didattica a distanza potrebbe diventare una pratica ordinaria. Sarebbe oltretutto evoluta avvalendosi degli strabilianti prodigi offerti a pieni mani dalle tecnologie informatiche. Sarebbe una didattica finalmente al passo coi tempi da svolgere comodamente a casa, insegnanti in salotto e in giacca da camera e studenti in cameretta, ovviamente in pigiama. Tutto sarebbe molto più informale e familiare ma soprattutto più comodo. Ognuno rinchiuso all’interno del proprio guscio esistenziale, ma al calduccio. Un vero paradiso (virtuale) della didattica moderna.

Lungi da me demonizzare o peggio ancora essere refrattario alle nuove tecnologie e all’inevitabile evoluzione della tecnica, delle prassi, delle metodologie e dell’essere umano, ma io resterò per sempre legato alle dinamiche, all’intricato dedalo di relazioni concrete e alle infinite potenzialità offerte dalla prossemica che solo una classe reale, una classe viva, fatta non di ectoplasmi all’interno di diorami virtuali ma di persone in carne ed ossa, può e potrà dare. La scuola è un’entità fisica tangibile e non astratta, la scuola è il luogo in cui si socializza e ci si integra, la scuola è il luogo deputato in cui ci si identifica in cui la crescita personale e morale avviene per imitazione in cui lo sviluppo sociale e culturale avviene attraverso l’esempio, la trasmissione e la condivisione del sapere.

Sono certo che verranno stanziati fondi a profusione, verranno spesi fiumi di denaro per ammodernare finalmente la didattica, rendendola fruibile a distanza ma flessibile, interattiva e multimediale, modellabile in base alle necessità, nuova, evoluta e finalmente in sintonia con le esigenze e le aspirazioni dei giovani a cui la scuola moderna è rivolta. E nel frattempo le scuole reali, quelle fatte di mattoni e di cemento, quelle che insistono all’interno di edifici vetusti, fatiscenti ed obsoleti, nella migliore delle ipotesi costruiti tra gli anni cinquanta e sessanta, che non hanno mai subito ristrutturazioni degne di questo nome, solo manutenzioni ordinarie e raramente qualche intervento straordinario, rischiano di collassare, rischiano di implodere. E non dico in situazioni estreme come potrebbe essere quella di un terremoto (non sia mai, siamo già vittime di una calamità senza precedenti), ma anche in condizioni normali; qualsiasi cosa trascurata e abbandonata al suo destino, prima o poi languisce e finisce fatalmente col perire. È ovvio che non sono così ingenuo da generalizzare e di fare di tutta l’erba un fascio o, per restare in tema, di tutti gli edifici scolastici un cumulo di macerie e calcinacci, so che a macchia di leopardo ci sono tante scuole d’eccellenza sparse ovunque (invero più al nord che al sud, ahimè) dotate di strutture e di attrezzature di tutto rispetto. Beate loro! Plaudiamo all’eccellenza. Ma le altre? Alle altre scuole “sgarrupate”, la gran parte di quelle italiane, che destino vogliamo riservare? Oltre ad averli sbandierati per anni, soprattutto negli ultimi anni, i piani straordinari e gli interventi a tappeto a favore dell’edilizia scolastica che versa, in moltissimi casi in condizioni a dir poco penose, qualcuno si domanda in che stato si trova ad oggi la maggior parte degli edifici destinati all’educazione e alla formazione dei nostri figli? Che fine hanno fatto i quattrini promessi dalla Buona Scuola all’edilizia scolastica?

In questo momento difficile in cui tutti, adulti e minorenni, sentono il carico emotivo gravare sulle coscienze come un enorme macigno sarebbe giusto evitare di alimentare ancor di più lo stress e l’ansia. Rimandiamo a settembre la didattica a distanza. Riconosciamo a questa evoluta prassi educativa potenzialità infinite ma bocciamola, per adesso, per manifesta inadeguatezza. Aiutiamo in tutti i modi i nostri ragazzi fornendo loro un supporto didattico, educativo, emotivo e psicologico all’altezza della situazione. Riempiamo i loro computer di sollecitazioni costruttive, spingiamoli a trascorrere il tanto tempo a loro disposizione in compagnia di contenuti validi, invogliamoli a ricercare prevalentemente stimoli culturali e formativi sul web, esortiamoli a non rimanere inermi, tutto il santo giorno, col dito indice della mano destra (ovviamente questo non vale per i mancini) incollato sugli schermi degli smartphone in cerca solo di svago e di socialità di natura virtuale, seppur utile, ancor di più, adesso.

Mi piace pensare che non sia possibile, malgrado i ripetuti tentativi, trasformare la Scuola in un’impresa, in un’azienda, in una ditta, in una società per azioni che persegue solo, o quasi esclusivamente, l’interesse e il profitto; in una fabbrica capace di sfornare non Cittadini responsabili e autocoscienti ma lavoratori specializzati e asserviti. L’unico interesse dovrebbe essere la formazione e lo sviluppo maturo e consapevole delle nuove generazioni.

Son tempi duri questi, e mica solo per l’avvento del corona virus. Se l’umanità perseguirà solo il mito delle tecnologie informatiche, quale unica via di sviluppo possibile, sarà dura.
E di questo passo la scuola è destinata ad andare in vacca.
Significato del modo di dire “andare in vacca”: Guastarsi, deteriorarsi, sfasciarsi, rovinarsi, fallire; disorganizzarsi completamente; non servire più. (Il detto riprende il gergo degli allevatori di bachi da seta, in cui si definisce “vacca” il baco ammalato che diventa giallastro, si gonfia e non produce bozzolo).

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