La Didattica a distanza che non colma le distanze. Lettera

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Inviata da Bianca Guzzetta, neo dirigente scolastica nell’IC “principessa Elena di Napoli” di Palermo – Necessaria premessa: E’ il mio primo incarico da Dirigente Scolastica, fino a qualche mese fa ho insegnato tra i banchi e fra i bambini.

In questi giorni, ho attivato, grazie al lavoro del team digitale della Scuola che dirigo (guido, governo, vivo, abito, sento…) la modalità didattica a distanza. Non senza fatica, non senza la collaborazione dello staff, del personale amministrativo, di tutti i docenti.

Stavamo a zero, in 72 ore abbiamo esteso la piattaforma Argo, in
sperimentazione su poche classi dell’Istituto, a tutte le classi, attivando più di mille account per le famiglie.

Lo dico, perché non ho posizioni ideologiche, e perché ritengo necessario e utile, in questa fase, provare a tenere un filo, un legame con i nostri ragazzi,
proponendo loro stimoli didattici, piste culturali, impegnandoli in attività di studio anche a distanza, entrando nella loro faticosa routine di questi giorni.

Però qualche riflessione la scuola deve farla: non possiamo esimerci dal provare ad imbastire un ragionamento che, nato dall’emergenza, ci serva ad emergenza conclusa; non possiamo abdicare all’idea che la scuola sia luogo di produzione di cultura, e che questo implichi trovare o ritrovare un orizzonte di senso, una strada che da questo momento in poi toccherà percorrere.

E ora proviamo a ragionare sulle distanze che non possono essere colmate con la didattica a distanza.
Distanze geografiche: Nord-Sud. Da quello che leggo e sento, dai contatti con colleghi e colleghe del nord, mi sembra che la didattica a distanza fosse già una modalità ordinaria ad adiuvandum di quella in presenza nelle loro scuole, l’hanno implementata in questa fase, senza inventarsi nulla. Arriveranno i dati del monitoraggio avviato dal Ministero in questi giorni e, a occhio e croce, non saranno distanti da quelli dell’INVALSI, che puntualmente rilevano la differenza, la lontananza tra le parti geografiche del paese.

E’ l’annosa questione meridionale in salsa scolastica: emblema ne è il tempo scuola, molto più lungo, ricco e strutturato nelle scuole del nord. Un’eccezione al sud. Senza contare che le scuole al meridione lavorano spesso in solitaria, avendo più difficoltà a stabilire rapporti organici e duraturi con enti pubblici e privati, biblioteche, servizi educativi. Meno fondi, meno opportunità, meno qualità nella scuola.

Distanza socio-economica-culturale. Le metto insieme, perché la povertà
educativa fa il paio – quasi sempre- con la povertà economica. Si sarebbe detto, in altri tempi, è una questione di ceto o di classe. Ho parlato a lungo, ieri pomeriggio, con l’animatore digitale della mia scuola, scuola che insiste su una zona di confine, di margine, né periferia né centro, dove il tasso di dispersione è alto e le condizioni socio economiche delle famiglie sono
perlopiù disagiate. Mi ha consegnato un dato che mi ha sconfortato, che
ingenuamente speravo fosse diverso: solo il 20-25% delle famiglie e dei ragazzi della scuola accede alla modalità di didattica a distanza. Moltissime famiglie della mia scuola non possiedono un pc e/o una connessione veloce, e lo smartphone non consente di attivare tutte le funzioni della piattaforma Argo. Ecco cosa è -mi sono detta- il digital divide. Eccone gli effetti.
Ho sentito molti dei miei docenti, i quali vengono contattati dalle mamme, perché non riescono a capire il significato delle consegne che loro veicolano attraverso la piattaforma. Analfabetismo funzionale e analfabetismo di ritorno. Ecco anche questo, lo tocco con mano. Eccone gli effetti.

Distanza dei corpi: l’apprendimento è un processo mediato. E l’oggetto/soggetto della mediazione è il corpo. E attraverso la relazione tra i
corpi è possibile “produrre” apprendimento profondo e di senso, che genera trasformazioni in se stessi e nel mondo. Per insegnare ed apprendere è indispensabile la vicinanza, emotiva, emozionale che si disegna con lo sguardo, il tono della voce, l’intelligenza del gesto al passaggio opportuno di una lettura, di una spiegazione, di un esercizio. Una cara amica, una donna di scuola che ora non c’è più, grande donna bolognese di scuola e non solo -Maria Famiglietti- si divertiva a chiedere agli insegnanti e alle insegnanti che incontrava la prima volta cosa fosse l’apprendimento. Lo chiese anche a me, e io, giovanissima maestra, mi sperticai in citazioni e in esibizioni pedagogiche. Lei beffarda mi sorrise e disse “ L’apprendimento è un atto di volontà, i bambini e i ragazzi imparano perché vogliono, se non vogliono non c’è niente che tu possa fare”. Lei parlava di motivazione, e la motivazione presuppone contatto, vicinanza, scambio, prossimità, in una parola corpo, anzi corpi. E preferibilmente tanti. E questo vale molto di più per i diversamente abili.

E col plurale di corpo si arriva anche da un’altra parte, dritti in classe, nel gruppo, nella comunità. La conoscenza è un fatto sociale, si genera nell’incontro con l’altro, è la lezione che ci consegna il costruttivismo e che non possiamo ignorare almeno noi professionisti riflessivi, per dirla alla Shön. Gli oggetti culturali sono costruzioni plurali, perché crescono nel rapporto dialogico con l’altro e gli altri, e il compito dell’insegnante è motivare, mediare, condurre, guidare il ragionamento plurale attraverso luoghi impervi e affascinanti, e lasciare che trenta, quaranta, sessanta occhi raccontino cosa hanno visto. E avranno certamente visto cose diverse. L’apprendimento è questo: incontro, libertà, mediazione. Queste sono le distanze che mi sembrano difficili da colmare con la didattica in
remoto.

E forse è, a partire da queste distanze, che è necessario ragionare, per non
trovarci impreparati alla prossima emergenza, o forse, per dirci, che l’antivirale di cui la scuola e il paese necessitano – e l’emergenza corona virus lo ha solo portato prepotentemente alla luce- è la cultura, il riposizionamento della scuola al centro del ragionamento che riguarda il futuro del paese, la formazione degli insegnanti, l’investimento che su di essa si vuole davvero realizzare. La scuola davvero come luogo di produzione di cultura, di manipolazione dei codici simbolici, tessuto connettivo indispensabile che faccia da collante e colmi le distanze, che più propriamente , si dovrebbero chiamare, in questo ciclo storico, diseguaglianze.

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