La didattica a distanza anche per la scuola di infanzia l’unica a garantire un minimo di continuità didattica ed educativa. Lettera

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Inviata da Laura Pendezini, un’insegnante della Scuola dell’Infanzia – Ho letto la lettera dei maestri Monia Casagrande e Marco Stefanelli e l’ho trovata di grande spunto per tante riflessioni, alcune della stessa linea da loro adottata, altre forse meno in sintonia ma comunque tutte valide abbastanza da spendere, per fissarle su carta, un po’ di quel tempo che da più un mese a questa parte, improvvisamente, inaspettatamente e sorprendentemente, da rosicato qual era  nella mia quotidianità, si è trasformato in tanto abbondante da riversarsi spesso in noia e apatia.

Avendo due figlie adolescenti ho sperimentato immediatamente il dirigersi delle intenzioni del Ministero dell’Istruzione: le azioni per la DAD sono state equamente tempestive e, una volta aggiustato il tiro, a mio avviso sufficientemente efficaci, perlomeno per fronteggiare l’improvvisa emergenza.

Ricordo che all’inizio di questo periodo la mia opinione rispetto alla DAD da attuare per la Scuola dell’Infanzia era abbastanza scettica, nonostante le disposizioni della dirigenza scolastica caldeggiassero questa via anche per tale grado di istruzione.  I miei dubbi in realtà non hanno che sorvolato il mio pensiero, perché c’è voluto davvero poco tempo affinché intravvedessi nella risorsa del web e della tecnologia, un modo nuovo, diverso, sconosciuto, e ai miei occhi stimolante di fare scuola. Una sfida.

Intendiamoci, come i miei colleghi sono anch’io dell’idea che le iniziative social lascino il tempo che trovano; sono sempre stata dell’idea che nonostante ci si trovi nell’era digitale, l’età dei nostri alunni sia ancora troppo tenera rispetto alla fruizione tecnologica e virtuale che essi invece hanno già la possibilità di sfruttare (praticamente sin da neonati!).

Inoltre la DAD applicata alla scuola dell’infanzia porta con sé una grossa lacuna: tutti noi insegnanti abbiamo ben presente quanto una relazione costruttiva sia di fondamentale importanza e stia alla base per ogni presupposto di un apprendimento che abbia successo. La scuola si fa a scuola, questo è assodato, non certamente, soprattutto per la fascia d’età degli alunni della scuola dell’infanzia, attraverso canali virtuali. D’altronde però, in una situazione che ci ha colti tutti all’improvviso questa si è rivelata l’unica strategia che potesse permettere un minimo di continuità didattica ed educativa.

Nonostante le mie conoscenze multimediali siano completamente da autodidatta e sperimentatrice, non nego di trovare affascinante il mondo digitale e le sue applicazioni.

Così, ancor prima che le indicazioni per il nostro grado di istruzione divenissero ufficiali, mi sono ritrovata ad utilizzare il mio improvviso tempo libero per strutturare, attraverso gli strumenti tecnologici che avevo a disposizione, una didattica per la Scuola dell’Infanzia che fosse DI SENSO, il più  possibile CONCRETA E TANGIBILE, e alla portata degli alunni che pochi giorni prima avevo salutato, pensando di rivederli dopo pochi giorni, e che invece non ho ancora rivisto e probabilmente per quest’anno non rivedrò.

Già, perché alla base del mio intento sento di poter dire che piuttosto della mania di protagonismo, della voglia di apparire e aldilà della sindrome di inferiorità per il grado di scuola a cui appartengo (…), ci sta la voglia di raggiungere i miei alunni, di far sentire loro la mia presenza che fino a qualche giorno addietro faceva parte della loro normalità, della realtà quotidiana.

Perché lo strappo improvviso che abbiamo ricevuto, tutti quanti, è ben diverso da un addio o da un arrivederci dato a giugno, a scuola finita, da un saluto coltivato nella gioiosa prospettiva di vacanze meritate dopo percorsi svolti e terminati, e anche, ma si, nella stanchezza di fine anno e la voglia di riposare un po’, finalmente. Lo strappo è arrivato nel mezzo della strada e ci ha lasciato, tutti, a bocca aperta e un po’ allibiti. I miei alunni mi mancano, sinceramente, penso spesso a ognuno di loro e al tragitto svolto fino a quel venerdì. Così, mio malgrado, la tecnologia è diventata l’unico strumento per non farli sentire abbandonati di punto in bianco e in questo ci trovo fondamenti pedagogici ed etici di sostanza.

Posso aggiungere inoltre che questo mio atteggiamento, condiviso con le colleghe della mia scuola, ha giovato a tutte noi per diversi aspetti, perché penso che ognuna di noi, oltre ad aver appurato di lavorare con un gruppo di insegnanti coeso e collaborativo, si sia attivata per sperimentare metodologie sconosciute e paventate fino a poco prima. Ognuno con le proprie risorse, ognuno come poteva, ha messo in gioco sé stessa nell’ottica già citata di dare ai nostri alunni proposte semplici, ma concrete e di senso, mettendoci le nostre facce e raggiungendoli dentro alle mille situazioni della realtà di ciascuno. E in questo tempo di sostanziale insoddisfazione e apatia che inevitabilmente tende a bloccarci e a condurci dentro ad un circolo vizioso dove la noia rincorre la noia, sono sicura che un minuscolo successo dato dalla scoperta di riuscire nei nostri intenti giovi all’autostima di tutte noi… e anche qui ci trovo qualcosa di pedagogicamente valido e funzionale.

Sono d’accordo con l’idea dei colleghi di una scuola che sia sobria, comunicante, ugualitaria, utile, e sono convinta che anche se lontane, il nostro team docente stia riuscendo in questi intenti, proprio perché in questa emergenza abbiamo agito insieme. Anche in maniera democratica e riconoscibile.

Utilizzando il canale ufficiale del sito scolastico per raggiungere i nostri bambini, e non passando attraverso il far west del web. Avendo cura, in ogni momento, di tutti i vincoli legati alla privacy. Tenendo ben presente le mille e sconosciute situazioni di dolore, di sofferenza e impotenza, di entrambi i fronti, che possano rendere vane e magari fastidiose le nostre proposte. In questo tempo di sospensione di tanti obblighi, il nostro vuole solo davvero essere un modo per farci sentire vicino a tutti coloro che nella scuola hanno sempre trovato una valida risorsa, senza imporre nulla. Per aiutare i nostri bimbi a continuare a brillare, come possono, come vogliono, anche in questo momento difficile. Ricordando alle famiglie che si, noi maestre ci siamo, ma che l’epidemia ha voluto, in una società dove spesso l’educazione è delegata alla scuola, che in questo tempo siano i genitori a rimboccarsi le maniche e a farla dentro casa, la scuola. Con l’offerta del nostro aiuto.

E mi dispiace che ancora una volta le famiglie più svantaggiate risultino quelle più difficili da raggiungere, evidenziando l’amara verità che la DAD tiene fuori quelli che di solito sono i soggetti dell’intento di inclusione! Che questa considerazione sia d’auspicio a riflessioni per il futuro…

Anche io, come i miei colleghi, nutro il timore che l’arcobaleno del “Tutto andrà bene” porta con sé. Ogni volta che ne vedo uno la domanda risale alla bocca dello stomaco e risveglia i miei mille dubbi. Ma in questo momento la speranza è una risorsa dalla quale attingere, e l’arcobaleno un simbolo di buon auspicio in cui credere, questo a mio avviso è un buon atteggiamento da tenere nei confronti della lecita preoccupazione dei nostri piccoli alunni .

Nel silenzio si, ma nella vicinanza, anche.

E con il proposito di uscire da questa crisi migliori come persone e come insegnanti.

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